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Può la filosofia favorire realmente una migliore inclusione sociale delle persone con disabilità?

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La filosofia può realmente favorire una migliore inclusione sociale delle persone con disabilità tentando di costruire un ambiente comunitario, in cui tutti si relazionino in maniera fraterna, anziché conflittuale? Queste parole, proposte in modo affermativo dalla presentazione di Filosofia, inclusione, comunità, libro recentemente pubblicato da Luca Grecchi, docente universitario di Storia della Filosofia, costituiscono un affascinante quesito da sviluppare senz’altro in termini di dibattito

La filosofia può realmente favorire una migliore inclusione sociale delle persone con disabilità tentando di costruire un ambiente comunitario, in cui tutti si relazionino in maniera fraterna, anziché conflittuale? Queste parole, proposte in modo affermativo nella presentazione editoriale di un libro recentemente uscito, costituiscono per noi un affascinante quesito da sviluppare in termini di dibattito, fermo restando un pieno accordo sul fatto che, come si legge ancora nella presentazione editoriale, «la disabilità è un tema politico, oltre che culturale, riguardando l’effettiva realizzazione delle migliori condizioni di vita e la piena attuazione di quei diritti che consentano a tutti di condurre un’esistenza massimamente felice».

Il libro di cui parliamo è Filosofia, inclusione, comunità (Scholé, marchio di Morcelliana, 2026, collana “Orso blu”) e a firmarlo è Luca Grecchi, docente di Storia della Filosofia all’Università di Milano-Bicocca, direttore della rivista «Koinè» e di due collane di studi filosofici presso gli editori Petite Plaisance e Unicopli, oltreché autore di numerosi volumi di filosofia antica.
Corredato da una ricca bibliografia che attinge a piene mani anche da opere di persone piuttosto note nel mondo della cultura riguardante la disabilità («Sono, principalmente, uno studioso di filosofia antica – scrive Grecchi – non di pedagogia speciale e ho pertanto dovuto acquisire, per realizzare questo libro, alcune competenze di cui non disponevo»), il volume, sottolinea l’Autore nell’introduzione, si pone appunto come fine «di argomentare come la filosofia possa favorire una migliore inclusione delle persone con disabilità, un fine raggiungibile tentando di costituire, al contempo, un ambiente comunitario in cui le persone si relazionino in maniera quanto più possibile fraterna, anziché conflittuale».

«Negli ultimi decenni – aggiunge poi Grecchi – qualcosa è stato fatto nel nostro Paese, ma troppo poco rispetto a ciò che rimane da fare per favorire, per le persone con disabilità, lo svolgimento di una esistenza degna di essere vissuta. Fino a che sussisteranno dunque condizioni di esclusione, dunque di sofferenza, che colpiscono, nel mondo, centinaia di milioni di esseri umani, occorrerà segnalare, con verità, ogni situazione in cui l’inclusione viene, di fatto, negata. Ciò costituisce il necessario punto di partenza per potere poi, nel tempo, porre progettualmente rimedio a tale stato di cose. E la ricerca della verità, in un’ottica interale – che tenga, cioè, conto dell’intero, dunque della realtà per come essa si struttura nella articolazione delle sue parti -, costituisce il contenuto principale della filosofia, così come dell’inclusione».
Temi, quesiti e concetti del tutto degni di nota, che rendono assai utile “raccogliere la sfida” della filosofia lanciata da questo libro di Luca Grecchi, di cui consigliamo caldamente la lettura. (Stefano Borgato)

Luca Grecchi, Filosofia, inclusione, comunità, Brescia, Scholé (marchio di Morcelliana), 2026, (collana “Orso blu”), 189 pagine.

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Due appuntamenti educativi e multisensoriali al Museo Omero di Ancona, in collaborazione con “Erratica”

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In collaborazione con la mostra “Erratica” (nuova edizione del “Premio Marche-Biennale d’Arte Contemporanea”), il Museo Tattile Statale Omero di Ancona proporrà nei prossimi giorni, presso la propria sede, due appuntamenti educativi e multisensoriali, il primo dei quali domani, 6 febbraio, sarà una visita guidata multisensoriale rivolta a un pubblico adulto, mentre l’8 febbraio è in programma un gioco-esplorazione rivolto a famiglie con bambini e bambine dai 6 anni in su Una delle sale della mostra “Erratica” alla Mole Vanvitelliana di Ancona, che sarà coinvolta nelle iniziative dei prossimi giorni proposte dal Museo Omero

Nel quadro di una collaborazione con la mostra Erratica, nuova edizione del Premio Marche-Biennale d’Arte Contemporanea, ospitata fino al 28 febbraio dalla Mole Vanvitelliana di Ancona, il Museo Tattile Statale Omero del capoluogo marchigiano, che ha anch’esso sede presso la Mole Vanvitelliana, proporrà nei prossimi giorni due appuntamenti educativi e multisensoriali, «pensati – così come vengono presentati – per ampliare l’esperienza di visita e renderla accessibile a pubblici diversi, offrendo un modo nuovo di vivere la mostra, non solo attraverso lo sguardo ma coinvolgendo il corpo, le mani, l’ascolto e l’immaginazione».
Nel pomeriggio di domani, 6 febbraio, dunque (ore 16.30), vi sarà una visita guidata multisensoriale rivolta a un pubblico adulto, tenuta dalle guide della mostra Erratica in collaborazione con lo staff del Museo Omero.
La mattinata dell’8 febbraio, invece (ore 10.30), sarà dedicata alle famiglie con bambine e bambini dai 6 anni in su e sarà un gioco-esplorazione denominato Esploratori erranti: alla scoperta dell’arte che si può toccare.
Il punto d’incontro per entrambe le attività sarà presso la biglietteria della Mostra Erratica alla Mole Vanvitelliana di Ancona. La prenotazione è obbligatoria e può essere effettuata telefonicamente o via WhatsApp (numero 335 5696985), o scrivendo a prenotazioni@museoomero.it. (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di ulteriore approfondimento. Per altre informazioni: redazione@museoomero.it.

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A Messina i migliori club del mondo di calcio balilla (paralimpici e non)

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Atleti “normodotati” e paralimpici che insieme, ognuno nella rispettiva categoria, cercheranno di aggiudicarsi il titolo di “Miglior Club del Mondo”: accadrà da domani, 6 febbraio, a domenica 8, a Messina, che ospiterà appunto la sfida tra i miglior club del mondo di calcio balilla, con le finali della “World Champions League” di tale disciplina, evento indetto dall’ITSF, la Federazione Internazionale di Calcio Balilla e organizzato dalla FPICB, la Federazione Paralimpica Italiana Calcio Balilla

Come annunciato nel settembre dello scorso anno, da domani, 6 febbraio, fino a domenica 8, il PalaRescifina di Messina ospiterà la sfida tra i miglior club del mondo di calcio balilla, con le finali della World Champions League di tale disciplina, evento rinominato per l’occasione Gaming Arena Città di Messina, manifestazione iridata indetta dall’ITSF (International Table Soccer Federation) e organizzata dalla FPICB (Federazione Paralimpica Italiana Calcio Balilla), con la collaborazione del Comune di Messina e di Mediterranea Eventi.
Grande novità di questa edizione della manifestazione, la partecipazione di atleti “normodotati” e paralimpici che, ognuno nella rispettiva categoria, cercheranno di aggiudicarsi il titolo di Miglior Club del Mondo. In tal senso ci saranno contendenti in arrivo da tutto il mondo, suddivisi in Uomini, Donne, Juniores (ulteriore novità del 2026), Seniores (per chi ha più di 50 anni) e Para-sport/Disabili (altra novità).

«È la prima volta – dichiara Francesco Bonanno, presidente della FPICB e vicepresidente dell’ITSF – che l’Italia ospita un evento di tale portata e ne siamo onorati. L’edizione 2026 della World Champions League segna una tappa importante con l’introduzione delle categorie Junior e Para-sport/Disabili, rafforzando l’impegno di tutto il movimento verso l’inclusività e il futuro di questo sport che da sempre ha tra la finalità il divertimento, la sfida ma soprattutto l’unione». (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di ulteriore approfondimento. Per altre informazioni: Ufficio stampa FPICB, ufficiostampa@fpicb.it.

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Il caregiver familiare dev’essere riconosciuto come perno indispensabile del sistema di welfare

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«La Legge dovrà riconoscere pienamente il lavoro di cura come lavoro, garantendo tutele adeguate e diritti certi, contribuendo così a un cambiamento culturale più ampio: il riconoscimento del caregiver familiare come perno indispensabile del sistema di welfare»: lo dichiara Gianfranco Salbini, presidente dell’AIPD (Associazione Italiana Persone con Sindrome di Down) commentando il Disegno di Legge sui caregiver familiari approvato nelle scorse settimane in Consiglio dei Ministri (foto di Archivio AIPD)

«L’arrivo del Disegno di Legge sui caregiver familiari in Consiglio dei Ministri – dicono dall’AIPD (Associazione Italiana Persone con Sindrome di Down) è stata una prima risposta importante alle richieste avanzate negli anni dalle associazioni e dalle famiglie. Si tratta del punto di approdo di un lungo percorso di proposte, confronti e mobilitazioni portate avanti da realtà profondamente radicate nei territori e nella quotidianità della cura, che hanno contribuito a rendere finalmente visibile una figura che, come da più parti si ripete, è perno e fulcro del nostro welfare».

Ricordando tuttavia anche le dichiarazioni rilasciate nelle scorse settimane da Associazioni e Federazioni, che convergono nel riconoscere il valore simbolico e politico di questo passaggio, l’AIPD sottolinea a propria volta «l’emergere di un nodo cruciale: i caregiver familiari, tutti, hanno bisogno di tutele e di servizi, ancora più che di risorse economiche. Il vero bisogno, che in tanti casi diventa urgente, è di vedere alleggerito il proprio carico di cura e garantiti spazi di riposo, tempo da dedicare a se stessi, alla relazione di coppia, agli altri figli e ai propri progetti di vita. Come genitori, sappiamo bene di cosa parliamo, perché lo viviamo ogni giorno sulla nostra pelle, spesso da molti anni. Per questo, qualche anno fa abbiamo voluto chiedere proprio ai caregiver familiari quali fossero i loro bisogni, quali le condizioni di vita, quali le prospettive che immaginavano per il proprio futuro e in tal senso abbiamo raccolto dati importanti nella ricerca Non uno di meno, realizzata insieme al Censis».

«Proprio a partire da quei dati – aggiungono ancora dall’Associazione -, oggi diciamo che i soldi – per altro insufficienti e inadeguati – non bastano: serve un rafforzamento strutturale dei servizi territoriali, a partire dall’assistenza domiciliare, dai servizi di sollievo e dai supporti socio-sanitari integrati. Il Disegno di Legge presentato non introduce un potenziamento diretto e vincolante dei servizi territoriali, né prevede un pacchetto nazionale di servizi dedicati ai caregiver, come sportelli di supporto, accompagnamento psicologico, formazione e interventi di sollievo diffusi in modo omogeneo sul territorio. La concreta attuazione delle misure resta in larga parte demandata a Regioni e Comuni, con il rischio di accentuare le disuguaglianze territoriali già esistenti».

«Il passaggio parlamentare – ribadisce Gianfranco Salbini, presidente nazionale dell’AIPD – rappresenta una fase decisiva e il Disegno di Legge è un punto di partenza importante, ma non può essere considerato un punto di arrivo. Per questo, ci uniamo a tante altre famiglie e associazioni, nel chiedere che il testo venga profondamente modificato e integrato, affinché sia in grado di rispondere ai bisogni reali delle persone coinvolte nella cura. In particolare è necessario che la Legge riconosca pienamente il lavoro di cura come lavoro, garantendo tutele adeguate e diritti certi, contribuendo così a un cambiamento culturale più ampio: il riconoscimento del caregiver familiare come perno indispensabile del sistema di welfare, senza il quale lo Stato non sarebbe in grado di reggere il peso dell’assistenza. Solo in questa prospettiva il provvedimento potrà incidere in modo significativo sulla vita quotidiana delle famiglie, offrendo non un riconoscimento formale, ma quella possibilità di “respiro” che rappresenta la vera misura della qualità di una politica sociale».
«In questa prospettiva – aggiunge Salbini – l’auspicio è che nel passaggio al Parlamento, che dovrebbe essere prossimo, si tenga conto delle richieste e delle indicazioni che arrivano da chi vive quotidianamente la condizione della cura, dalle famiglie e dalle associazioni che da anni operano sui territori. Un ascolto attento di queste voci può contribuire infatti a rendere il Disegno di Legge uno strumento più aderente ai bisogni reali e più capace di incidere concretamente sulla qualità della vita delle persone coinvolte».
«Come AIPD – conclude – confermiamo la nostra piena disponibilità al confronto con le Istituzioni e con il Parlamento, nella convinzione che solo attraverso un dialogo costante e costruttivo sia possibile arrivare a una legge realmente efficace, in grado di riconoscere il valore del lavoro di cura e di rafforzare un sistema di welfare più equo, inclusivo e sostenibile». (S.B.)

Superando si è già occupato del Disegno di Legge sui caregiver familiari con i testi:
° Caregiver familiari: il Parlamento approvi una norma all’altezza delle aspettative e dei diritti (a questo link)
° Caregiver familiari: quella norma richiede risorse economiche ben diverse di ANGSA (a questo link)
°
Lavoriamo insieme per rendere la legge sui caregiver familiari un punto di partenza solido di Vincenzo Falabella (a questo link)
° Disegno di Legge sui caregiver: servono cautela, concretezza e un testo da migliorare in Parlamento (a questo link)
° Per una Legge Nazionale sui caregiver familiari buona per tutti (a questo link)
° Caregiver familiari: la battaglia per le briciole e la battaglia per il pane di Gianfranco Vitale (a questo link)
° Caregiver familiari: la vera sfida è cambiare il modello di welfare di Daniele Romano (a questo link)
° Caregiver familiari: la non autosufficienza è una condizione di vita, non una condizione di povertà di Sara De Carli (a questo link).

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«Sono una persona che fa domande»: Valentina Tomirotti, che parla di disabilità senza sconti

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«Sono un’attivista. La disabilità non è il mio tema, è il mio punto di partenza per parlare di tutto il resto e preferisco pensarmi come una persona che fa domande». E le domande di Valentina Tomirotti, giornalista e attivista che ha trasformato la propria esperienza in uno spazio pubblico di riflessione, denuncia e consapevolezza, sono domande necessarie, anche scomode, a conferma di quanto la disabilità sia ancora raccontata troppo spesso attraverso il filtro del pietismo o, peggio, dell’eroismo forzato

«Sono un’attivista. La disabilità non è il mio tema, è il mio punto di partenza per parlare di tutto il resto». E quando qualcuno le attribuisce l’etichetta di “rompipalle”, lei sorride e rilancia: «Preferisco pensarmi come una persona che fa domande». Domande necessarie, anche scomode, a conferma di quanto la disabilità, nel nostro Paese, sia ancora raccontata troppo spesso attraverso il filtro del pietismo o, peggio, dell’eroismo forzato.
Giornalista, attivista e anima del progetto Pepitosa, Valentina Tomirotti ha trasformato la propria esperienza in uno spazio pubblico di riflessione, denuncia e consapevolezza. Il suo lavoro non nasce dal desiderio di “commuovere”, ma da quello di cambiare lo sguardo: spostare l’attenzione dal corpo individuale alla responsabilità collettiva, dalle storie edificanti ai diritti.
«Perché la disabilità deve sempre essere raccontata come una tragedia o come una favola a lieto fine?», è una delle domande che attraversano spesso i suoi interventi. Per Valentina, parlare di disabilità significa prima di tutto chiamare le cose con il loro nome. Senza eufemismi, senza edulcorazioni. La disabilità è una condizione sociale e politica, non un difetto personale da compensare con la buona volontà.
Nel suo lavoro emerge con forza il rifiuto di quello che lei stessa definisce senza giri di parole Inspiration Porn ossia l’uso strumentale delle persone con disabilità come esempio motivazionale per chi disabile non è. «Se la mia vita serve solo a far sentire migliore qualcun altro, allora c’è un problema», osserva. Una posizione netta, che interroga anche il mondo dell’informazione, della pubblicità e della comunicazione in generale.

È proprio in questo spazio, spesso ambiguo, che si colloca un’altra parte importante del lavoro di Valentina Tomirotti: quello di consulente per la comunicazione. Negli anni ha collaborato con brand noti e realtà strutturate, accompagnandole in un percorso che va ben oltre la semplice “inclusione di facciata”. Il suo contributo consiste nel ripensare linguaggi, immagini e campagne affinché la disabilità non sia usata come leva emotiva, ma riconosciuta come parte della complessità del reale.
Ma chi sono i suoi interlocutori principali? In larga parte associazioni, aziende, enti e organizzazioni del Terzo Settore. Ed è proprio in questo lavoro quotidiano, spesso meno visibile ma decisivo, che Tomirotti porta con maggiore forza il suo messaggio politico e culturale. Lavorare con queste realtà significa incidere sui processi, formare chi comunica, evitare errori che alimentano stereotipi e costruire narrazioni rispettose, capaci di parlare a tutti senza schiacciare nessuno in ruoli predefiniti.
Un impegno che si estende anche all’àmbito audio e narrativo. Valentina ha infatti collaborato alla scrittura del podcast Corpi politici, per l’Associazione Luca Coscioni, contribuendo a dare voce a temi complessi legati ai diritti, all’autodeterminazione e alla libertà di scelta. Anche qui la cifra resta la stessa: niente toni edificanti, niente scorciatoie emotive, ma attenzione ai contenuti, alle parole, alle responsabilità di chi racconta.
I temi su cui si concentra restano molteplici e intrecciati. C’è il turismo accessibile, raccontato non come concessione gentile ma come diritto di cittadinanza. C’è il corpo, con tutto ciò che comporta in termini di identità, desiderio, estetica, libertà di espressione. E c’è il linguaggio, terreno decisivo su cui si costruiscono immaginari e si consolidano disuguaglianze.

Ma cosa significa davvero accessibilità? E chi decide quando uno spazio, un servizio o una città possono dirsi inclusivi? Sono interrogativi che Tomirotti rivolge tanto alle Istituzioni quanto ai Cittadini e alle Cittadine, senza mai assumere un tono consolatorio. Il suo è un attivismo quotidiano, fatto di articoli, consulenze, interventi pubblici e confronto costante sui social, dove l’ironia diventa spesso uno strumento politico.
Uno sguardo, il suo, che non si limita alla critica, ma prova a costruire. Nelle prossime settimane verrà infatti presentato un importante progetto di accessibilità per la città di Mantova, promosso dall’Associazione Pepitosa in carrozza, di cui è Presidente, che punta a ripensare spazi e servizi in un’ottica realmente inclusiva. Un’iniziativa che conferma come parlare di disabilità, per Valentina Tomirotti significhi soprattutto immaginare città e comunità pensate per la pluralità dei corpi e delle vite.
Forse è proprio questo il punto: smettere di chiedere alle persone con disabilità di adattarsi al mondo così com’è, e iniziare a domandarsi perché il mondo continui a essere progettato per pochi. Una domanda scomoda, certo. Ma necessaria.

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Un corso per specialisti del supporto alla disabilità infantile

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Scuola in fasce presenta un corso online per specialisti del supporto alla disabilità infantile, percorso formativo pensato per rispondere a un bisogno crescente, vale a dire la presenza di professionisti preparati ad affiancare bambini/bambine da 0 a 6 anni con disabilità nei loro contesti di vita quotidiana

«Volevamo un percorso serio, accessibile, capace di formare professionisti competenti che possano fare davvero la differenza nella vita dei bambini e delle famiglie, partendo dai primi anni, quando l’intervento è più efficace e significativo»: così Alhena Scardia, fondatrice di Scuola in fasce, presenta il corso online per specialisti del supporto alla disabilità infantile, promosso dalla propria organizzazione, percorso formativo pensato per rispondere a un bisogno crescente, vale a dire la presenza di professionisti preparati ad affiancare bambini/bambine da 0 a 6 anni con disabilità nei loro contesti di vita quotidiana.
Si tratta di un’iniziativa pionieristica che unisce competenze educative, neuropsicologiche e tirocinio sul campo. (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di ulteriore approfondimento. Per altre informazioni: Beatrice Maria Cristina Ferrario (ferrariobeatricemc@gmail.com).

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Pronti a portare la Fiamma Olimpica!

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Soci del Gruppo Sportivo Dilettantistico Non Vedenti Milano, una delegazione della Fondazione Istituto dei Ciechi e alcuni atleti paralimpici saranno anch’essi coinvolti, domani 5 febbraio e venerdì 6, nella corsa della Fiamma Olimpica a Milano, sempre più vicina alla cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici di Milano-Cortina 2026 allo Stadio di San Siro L’accensione della torcia olimpica di Milano-Cortina ad Atene con la pallanuotista greca Elena Xenaki (foto LaPresse)

«Milano-Cortina 2026: il conto alla rovescia si avvicina alle fasi finali. I cuori battono sempre più veloci. Le emozioni si riflettono negli occhi e nei volti. Siamo pronti a fare il tifo. Siamo pronti a partecipare. Siamo pronti a vivere giorni di gioia e di grande sport. E siamo pronti a portare, anche noi, un po’ di questa meraviglia che si chiama Fiamma Olimpica: attraverso il tempo e attraverso lo spazio, perché le Olimpiadi e le Paralimpiadi siano davvero fratellanza e possibilità per tutti e tutte di esserci!»: lo dicono dal Gruppo Sportivo Dilettantistico Non Vedenti Milano del quale infatti alcuni soci vedranno anch’essi passare la Torcia Olimpica tra le proprie mani, tra domani, 5 febbraio e venerdì 6, durante il percorso di avvicinamento allo Stadio di San Siro di Milano, sede appunto della Cerimonia d’Apertura dei Giochi.

Domani, dunque, 5 febbraio, si comincerà con la staffetta di una delegazione della Fondazione Istituto dei Ciechi di Milano, intorno alle 18.45, per transitare anche davanti allo stesso Istituto dei Ciechi. Lungo 400 metri di strade milanesi la Fiamma verrà portata tra gli altri da Francesco Cusati, presidente del Gruppo Sportivo Dilettantistico Non Vedenti Milano e da alcuni atleti paralimpici tra i quali Martina Rabbolini (nuoto – Paralimpiadi Rio de Janeiro 2016, Tokyo 2020 e Parigi 2024) e Florinda Trombetta (canottaggio – Paralimpiadi Londra 2012 e Rio de Janeiro 2016).
Il 6 febbraio sarà poi la volta di Silvia Parente, socia del Gruppo Sportivo Dilettantistico Non Vedenti Milano, medaglia d’oro nello slalom gigante alle Paralimpiadi di Torino 2006, che riceverà la Fiamma per un tratto di 200 metri.

«Nel 1984 – sottolineano dal Gruppo Sportivo Dilettantistico Non Vedenti Milano -, un “alieno” sceso nello stadio di Los Angeles alla fine dei Giochi Olimpici disse qualcosa di simile: “Sono venuto da molto lontano e ciò che ho visto mi è piaciuto moltissimo. Il nostro augurio è dunque che il messaggio delle Olimpiadi e delle Paralimpiadi, Rispetto, Cooperazione, Fraternità, raggiunga allo stesso modo i cuori e le menti di tutto il mondo perché la forza sta nella diversità, se le diversità si accettano. Che i Giochi abbiano inizio!». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: info@gsdnonvedentimilano.org.

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Quando Ileana volle che una donna giovanissima parlasse di accessibilità davanti al Sindaco di Roma

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«In questi giorni – scrive Valeria Cotura, nel suo ricordo di Ileana Argentin – più o meno tutti ti hanno ricordata per il tuo impegno degli ultimi venti anni. Io vorrei invece ricordare quando ti ho conosciuta, quando nonostante i nostri vent’anni di differenza, siamo cresciute assieme, condividendo aspettative, sogni, impegnata sempre in prima linea e prima dell’attività politica, quando convincesti me, giovanissima, a parlare di accessibilità nell’Assemblea Capitolina con il Sindaco presente» Ileana Argentin

Riceviamo da Valeria Cotura della FIADDA Roma (Associazione per i Diritti delle Persone sorde e Famiglie) e ben volentieri pubblichiamo il seguente ricordo di Ileana Argentin, scomparsa nei giorni scorsi, come abbiamo già segnalato sulle nostre pagine. 

Roma è in lutto. Ci ho messo due giorni a rendermi conto che non ci sei più… Anche se ci eravamo perse di vista negli ultimi tempi, una cosa è certa, Ileana, sei stata, resti e lo resterai sempre un mio pilastro fondamentale, un grande esempio di donna battagliera e soprattutto di grande amante della vita.
Ho letto post di molte persone, ma più o meno tutti ti hanno ricordata per il tuo impegno degli ultimi venti anni… Io invece vorrei ricordare quando ti ho conosciuta, quando nonostante i nostri vent’anni di differenza, siamo cresciute assieme, condividendo aspettative, sogni, impegnata sempre in prima linea e prima dell’attività politica.
Gli Anni Novanta e i primi Anni Duemila, quando i mezzi di informazione e di comunicazione erano totalmente diversi, a me inaccessibili, non c’erano ancora i social, ma neanche SMS, e-mail, si usava tanto telefono e tanti fax e lettere… Quando i miei genitori in quegli anni hanno iniziato ad entrare nel mondo dell’associazionismo per la promozione e il riconoscimento dei diritti delle persone con disabilità, andando da un posto all’altro, partecipando a dibattiti, convegni, ma condividendo anche momenti più lieti e intimi, come cene, feste, altre iniziative, il più delle volte mi portavano con loro e proprio in queste circostanze ti conobbi e ti vidi, conquistandomi subito. Io ero solo una bambina, tu una giovane donna bellissima, ma ci siamo legate subito, mi hai visto crescere, prima adolescente e poi giovane e donna.

Mi colpì vedere che ti muovevi agile in un corpo minuto con la carrozzina elettrica, abiti di seta, capelli molto lunghi e sempre curati, o permanente o nuove pettinature, unghie lunghissime e colorate, labbra molto carnose e con contorni di matita e rossetto impeccabili e per me era facile capirti, avevi un’ottima movenza labiale e gran voce, occhi penetranti e intensi. Avevi un tuo stile impeccabile, una tua particolare eleganza che erano poi la tua caratteristica libera e provocatoria.
Una gran testa, sempre molto diretta, senza se e senza ma, per questo non piacevi a tutti. Neanche nei momenti di affaticamento fisico o un po’ critici ti ho vista perderti d’animo. Non abbandonavi mai la tua ironia, cambiando il concetto di narrazione pietistica nei confronti delle persone con disabilità.
Mi incuriosiva anche vedere e parlare con i tuoi giovani assistenti e accompagnatori di allora, gli obiettori di coscienza che in quel tempo, essendo ancora obbligataria la leva militare, sceglievano di supportare le persone con disabilità.
Avere alle spalle una grande Famiglia è stato un grande valore per te, ho sempre ammirato la tua mamma. Infine il tuo Sandro, vicino, attento, affettuoso. Abbiamo condiviso, voi e noi, alcune ore liete e serene, lasciandoci andare talvolta a momenti di pura ilarità.

Amavi visceralmente Roma, la nostra città. E dagli Anni Novanta, porca miseria, quante cose sono state fatte in questa città, purtroppo già dimenticate. Prima come parte attiva assieme ad altri cittadini e rappresentanti di realtà associative come “Consulta Cittadina per i Problemi dell’Handicap” (si chiamava così allora) e poi tu come delegata per i problemi dell’handicap prima del sindaco Rutelli e poi del sindaco Veltroni.
Per quasi due decenni i luoghi del Campidoglio erano diventati la seconda casa per molti Cittadini romani perché c’era sempre qualche evento (o forse era normale farlo) o lavori per la promozione dei diritti, tanto sull’abbattimento delle barriere architettoniche, tema a te inevitabilmente caro, quanto di quelle culturali e della comunicazione, alle quali tenevi moltissimo, ritenendole imprescindibili per un vero cambiamento di rotta e di civiltà, cercando di equilibrare i bisogni specifici con tante realtà.
Quando mi capita di fare della formazione in tema di accessibilità e fruibilità, cito quasi sempre le tue parole, quando mi dicesti «renditi conto che non è possibile modificare certi luoghi, come la Scalinata di Trinità dei Monti, è un tale monumento che bisogna trovare altre soluzioni…». Si tratta di un messaggio importante e significativo, nel quale credo ancora.
In quel periodo abbiamo attivato le prime sperimentazioni di sottotitolazione con la stenotipia (allora unica tipologia esistente), durante qualche evento o convegno al Campidoglio. In quegli anni sono state realizzate tante campagne di sensibilizzazione e pubblicità, ricordo la nostra città con affissi i tanti cartelloni e in altre circostanze anche volantini sulla diversità e sulle barriere culturali e architettoniche.
Fondamentale è stata anche la discussione sulla qualità della vita delle persone con disabilità e sul diritto di poter vivere la vita al pari di altre persone, diritto allo studio, al lavoro, diritto di amare e approcciarsi alla sessualità in maniera autonoma e responsabile, fino al diritto di divertirsi e fare esperienze. Ricordo in modo particolare una fantastica festa di carnevale all’Alpheus vicino al Gazometro.

Quando avevo circa 15 -16 anni, mi hai indirizzato fortemente verso due esperienze. La prima, mi hai convinta a far parte del Superdiverso, un progetto culturale, laboratorio integrato di teatrodanza volto alla formazione di una compagnia integrata, finanziato dal Comune di Roma. Ne sono stata parte per diversi anni ed è stata la prima base formativa.
L’altra durante una celebrazione del 3 dicembre 2001, Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità, quando mi hai convinta a partecipare a una seduta dell’Assemblea capitolina con il sindaco presente: non avevi voluto un adulto con esperienza pregressa, ma me giovanissima.
Ero titubante, non mi sentivo all’altezza di una richiesta del genere, mi avevi spronata tanto a farla, e vista la poca esperienza di espormi in quel contesto, avevo preparato e letto un discorso, cercavo di attirare l’attenzione sulle barriere della comunicazione e della scarsa o assente offerta delle sale cinematografiche con i sottotitoli per esempio. Fu un successo. Comunque avevi capito che ero appassionata alla cultura, al cinema e al teatro. Soprattutto avevi capito, e in questo c’era la nostra complicità, che a me non interessava per niente seguire la corrente, adattarmi a climi mutevoli e anche opportunistici, ma essere sempre me stessa, coerente con i miei principi, costasse quello che costasse, essere quella che ero e che sono, una vera rottura di scatole per tanti che alla fine in qualche modo tendono ad emarginarmi.

Ora dopo trent’anni sono cambiati e migliorati i linguaggi, migliorate le norme, anche se non sempre vengono applicate, c’è di sicuro maggiore attenzione su certe tematiche anche grazie ai social, ma il lavoro sulla cultura in generale è ancora tanto da fare.
Soprattutto emergono altre criticità; non posso non essere demoralizzata quando vedo certi deprecabili “conflitti” fra le stesse persone che si dovrebbero interessare alla stessa causa e nel contempo crescere esasperati personalismi, attraverso linguaggi verbosi, noiosi e inutili, che rischiano di mettere a dura prova i diritti e le conquiste delle persone con disabilità.
Il mondo oggi non è tra i migliori, il rischio di perdere non tanto i diritti, ma lo spirito, i valori, le contaminazioni, la narrazione di ciò che è stato, sostituendola all’attuale mistificazione, l’essenza di tutto ciò per cui si è combattuto, è purtroppo realtà. In questi ultimi anni mi sono infatti chiesta spesso quanto valesse la pena continuare in un percorso iniziato quando ero solo una bambina e che rischia comunque di isolarti. Tuttavia i cambiamenti dipendono da noi stessi, dalla nostra partecipazione alla vita, perché la libertà è partecipazione e le due cose sono strettamente interconnesse tra loro.
Io farò di tutto, anche se non sarà facile, per continuare questo percorso per non venire meno all’impegno profuso per tutta la tua intensa vita, alle lotte portate da te e da tanti altri, di cui non si può perdere la Memoria.
Grazie Ileana per tutto, che il tuo sorriso e gli occhi restino sempre vivi in me.

*FIADDA Roma (Associazione per i Diritti delle Persone sorde e Famiglie).

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La rivista «Tiflologia per l’integrazione», un laboratorio di ricerca per avviare un dibattito sulle disabilità visive

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Divenuta semestrale nel 2023, «Tiflologia per l’integrazione» è una rivista in formato cartaceo e a libero accesso, promossa dalla Biblioteca Italiana per i Ciechi “Regina Margherita” di Monza, la cui ambiziosa aspirazione è quella di diventare un vero e proprio laboratorio epistemologico di ricerca per avviare un dibattito sulle disabilità visive (cecità, ipovisione e disabilità complessa)

Divenuta semestrale nel 2023 (con un numero a giugno e uno a dicembre), «Tiflologia per l’integrazione» è una rivista edita da Morcelliana in formato cartaceo e a libero accesso. È promossa dalla Biblioteca Italiana per i Ciechi “Regina Margherita” di Monza, il cui presidente, Pietro Piscitelli, è anche direttore responsabile della stessa. L’ambiziosa aspirazione della pubblicazione è quella di diventare un laboratorio epistemologico di ricerca per avviare un dibattito sulle disabilità visive (cecità, ipovisione e disabilità complessa).

La rivista è così articolata: Editoriale, Studi e ricerche, La disabilità visiva e i linguaggi delle arti, Antologia, La parola a …, Recensioni.
L’Editoriale, curato dal direttore scientifico professor Stefano Salmeri, ha funzione di approfondimento e riflessione sulle tematiche di tiflopedagogia. Le sezioni Studi e ricerche e La disabilità visiva e i linguaggi delle arti (letteratura, italiana e straniera, film, arti figurative, musica, ecc.) raccolgono quindi i contributi di studiosi del mondo accademico nazionale e internazionale, anche in lingua straniera (inglese, francese, spagnolo, tedesco, portoghese); i contributi stessi sono sottoposti a doppio referaggio cieco. E ancora, la sezione Antologia ospita interventi di studiosi già pubblicati sulla rivista nella sua prima versione editoriale, fino al 2022, o relazioni tenute a convegni legati all’attività di promozione culturale dell’UICI (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti), dell’IRIFOR (Istituto per la Ricerca, la Formazione e la Riabilitazione dell’UICI stessa) e della Biblioteca Italiana per i Ciechi. Questa parte è a cura del Comitato Editoriale.
La sezione La parola a…, infine, è aperta ai contributi di educatori, insegnanti (di ogni ordine e grado scolastico), genitori dell’UICI e di altri Enti collegati, al fine di rendere più efficaci e aperti il confronto e il dialogo, condividendo esperienze e progetti della prassi quotidiana, nel rispetto della specificità dei bisogni formativi degli allievi e delle esigenze di aggiornamento dei docenti, mentre le Recensioni sono dedicate a libri che trattano direttamente la tematica delle disabilità visive o temi legati alla disabilità in generale o a figure professionali che operano con la disabilità; la rivista accetta libri per la sezione.
Tutti i contributi hanno titolo in italiano e in inglese, sono corredati da abstract e cinque parole chiave in italiano e in inglese.

«Tiflologia per l’integrazione» persegue la finalità di abbattere pregiudizi e stigmi, che spingono a vedere prima la disabilità e poi l’allievo nel processo educativo, processo che rischia così di ridursi a intervento prevalentemente riabilitativo o addirittura addestrativo. In prospettiva emancipatrice e promuovendo l’autonomia e il decondizionamento, la rivista vuole perciò concorrere a costruire un contesto socio-culturale inclusivo in cui le persone con disabilità visive possano diventare protagoniste del proprio processo di apprendimento, immaginando e costruendo un Progetto di Vita a partire da una concezione critica e dinamicamente divergente.
Il periodico rappresenta senz’altro un’unicità nell’universo editoriale come rivista specifica sulle tematiche legate alle disabilità visive lungo tutto l’arco della vita e con un’attenzione a tutti gli àmbiti della quotidianità (scolastico, lavorativo, sociale, culturale, sportivo, di accessibilità ad ampio respiro). (Simona Lancioni)

Per contatti: Stefano Salmeri (stefano.salmeri@unikore.it) e Francesco Giacanelli (cdtinfo@bibciechi.it).
Il presente contributo è già apparso nel sito di Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli e viene qui ripreso, con minimi riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

L'articolo La rivista «Tiflologia per l’integrazione», un laboratorio di ricerca per avviare un dibattito sulle disabilità visive proviene da Superando.

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