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La seconda edizione di “Terzo-Premio Claudia Fiaschi”: strumenti nuovi a chi guarda al Terzo Settore con interesse

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1.500 euro e 2.500 euro rispettivamente alla migliore tesi di laurea magistrale e alla migliore tesi di dottorato di ricerca sul valore e l’impatto del Terzo Settore: sono i premi che andranno ai vincitori della seconda edizione di “Terzo-Premio Claudia Fiaschi”, iniziativa promossa dal Forum del Terzo Settore, in collaborazione con «Corriere Buone Notizie», intitolata a colei che fu cooperatrice sociale, già portavoce dello stesso Forum e personalità di assoluto rilievo nel mondo del Terzo Settore

1.500 euro e 2.500 euro rispettivamente per la migliore tesi di laurea magistrale e per la migliore tesi di dottorato di ricerca, discusse nel 2025, sul valore e l’impatto del Terzo Settore: sono i premi che andranno ai vincitori della seconda edizione di Terzo-Premio Claudia Fiaschi, iniziativa cui si potrà ancora partecipare fino al 30 marzo, promossa dal Forum del Terzo Settore, in collaborazione con «Corriere Buone Notizie», intitolata a colei che fu cooperatrice sociale, già portavoce dello stesso Forum Terzo Settore e personalità di assoluto rilievo nel mondo del Terzo Settore, scomparsa due anni fa. Terzo (sottotitolo Le energie delle rivoluzioni civili) è il titolo del libro di cui Fiaschi fu autrice, pubblicato nel 2022 dal «Corriere della Sera».
«Come nella prima edizione del bando – spiegano dal Forum del Terzo Settore -, anche per il 2026 si presterà maggiore attenzione alle tesi dedicate ai seguenti temi, particolarmente cari a Claudia Fiaschi: soluzioni di welfare di comunità; innovazione nei servizi educativi e nel contrasto alla povertà educativa; parità di genere e leadership femminile nello scenario dell’economia sociale; finanza e sostenibilità per l’ecosistema del Terzo Settore; comunicazione sociale; impiego dell’intelligenza artificiale per il bene comune».

Le candidature saranno valutate da un Comitato Scientifico composto da Stefano Zamagni, docente all’Università di Bologna; Luca Gori, docente associato alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa; Stefano Granata, presidente Confcooperative-Federsolidarietà; Giancarlo Moretti, portavoce del Forum del Terzo Settore; Elisabetta Soglio, direttrice di «Corriere Buone Notizie»; Paolo Venturi, direttore dell’AICCON.
«Con questa iniziativa – sottolinea Giancarlo Moretti -, il ricordo di Claudia diventa impegno a proseguire la sua spinta innovatrice, coinvolgendo i giovani e dando loro protagonismo. Lo scorso anno Terzo-Premio Claudia Fiaschi ha riscosso un notevole successo, ora puntiamo a renderlo un riferimento sempre più autorevole e riconoscibile nel mondo accademico e del Terzo Settore. Vogliamo infatti che le idee di Claudia Fiaschi raggiungano e ispirino sempre di più studenti e ricercatori universitari, e, contemporaneamente, vogliamo dare strumenti e opportunità nuove a chi guarda al Terzo Settore con interesse».

Come detto, il bando di partecipazione (disponibile a questo link) resterà aperto fino al 30 marzo e gli esiti saranno resi noti a partire dall’11 maggio sul sito del Forum del Terzo Settore e su «Corriere Buone Notizie». I vincitori e le vincitrici saranno premiati nel corso dell’Assemblea dei soci del Forum Terzo Settore, in programma anch’essa a maggio. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: stampa@forumterzosettore.it.
A questo link vi è l’elenco completo di tutti i soci e degli aderenti al Forum Nazionale del Terzo Settore, tra cui anche la FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie).

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Processi tecnici e culturali legati all’attuazione della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità

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«Solitamente – scrive Maurizio Cocchi – parliamo, forse anche troppo spesso, di noi persone con disabilità e dei nostri diritti; tuttavia, raramente vengono affrontati i temi riguardanti gli altri attori che hanno un ruolo fondamentale nell’attuazione dei diritti fissati dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, vale a dire gli attori tecnici dei processi di inclusione e gli strumenti che vengono usati. Ne abbiamo parlato con Giampiero Griffo» Una realizzazione grafica dedicata alla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità

È con grande piacere che colgo l’occasione di intervistare Giampiero Griffo, attivista per i diritti umani (Human Rights Defender) e studioso dei diritti delle persone con disabilità, nonché membro del Consiglio Mondiale di DPI (Disabled People’s International). Griffo è anche ben noto al pubblico di Superando per i suoi interventi precisi e documentati.
Con lui affrontiamo un tema non sempre di immediata attualità, ma che serpeggia costantemente — senza emergere con la dovuta chiarezza — nel dibattito su come attuare finalmente la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità.
Solitamente parliamo, forse anche troppo spesso, di noi persone con disabilità e dei nostri diritti; tuttavia, raramente vengono affrontati i temi riguardanti gli altri attori che hanno un ruolo fondamentale proprio nell’attuazione di questi diritti: gli attori tecnici dei processi di inclusione e gli strumenti che vengono usati. Cosa devono fare questi professionisti? Secondo quale impostazione? Con quali finalità e obiettivi? E, soprattutto, qual è il rapporto che devono instaurare con le persone con disabilità?

Dottor Griffo, potremmo suddividere il ruolo dei tecnici secondo tre direttrici- fondamentali: un ruolo di approccio culturale socio sanitario alle persone con disabilità; un ruolo educativo (di empowerment) e di supporto appropriato all’accesso ai diritti; infine, un ruolo regolatore, deputato a individuare i bisogni e assegnare le risorse per la costruzione di un progetto di vita. Partiamo dalla prima area.
«Analizzando la situazione italiana, il tema degli operatori è strettamente legato alla loro formazione di base — sia quella universitaria che quella dei centri privati — rispetto alle “rivoluzioni” introdotte dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità. Questa Convenzione, va ricordato, è stata ratificata dall’Italia nel 2009 con la Legge 18/09, entrando a far parte del nostro ordinamento. Dobbiamo però sottolineare con rammarico che le Università italiane formano poco gli operatori in questo àmbito. Nella gran parte dei casi, la formazione si limita ai vecchi approcci basati sul modello medico-individuale, che vede nella persona con disabilità solo delle “carenze psico-fisiche” che impediscono lo svolgimento delle attività quotidiane o l’accesso ai diritti. La Convenzione ONU ha invece ribaltato questa lettura: alle limitazioni funzionali della persona va accompagnata l’analisi della relazione tra l’individuo e il suo ambiente di vita. Le difficoltà sono influenzate da barriere, ostacoli e discriminazioni che impediscono di partecipare alla vita comunitaria in eguaglianza di opportunità. È un cambiamento sostanziale. Purtroppo, ancora oggi, molti operatori restano ancorati al modello che colpevolizza l’individuo singolo per le caratteristiche sanitarie che producono l’esclusione.
Comprendere il passaggio dal modello medico al modello sociale della disabilità è il primo pilastro formativo di cui un operatore dovrebbe disporre. Oggi in Italia questa carenza produce situazioni quasi “schizofreniche”. Prima della riforma introdotta dalla Legge Delega 227/21, abbiamo visto enormi difficoltà nell’applicare modelli innovativi come il “Dopo di Noi”, la Vita Indipendente o il Budget di Salute. Sono modelli che hanno introiettato i princìpi della Convenzione, ma che gli operatori spesso non riescono a tradurre in pratica, proprio perché non li sanno coniugare all’interno del modello attuale di welfare.
Un altro elemento critico riguarda la natura dei servizi territoriali, spesso predefiniti. Non si valuta la persona nelle sue esigenze specifiche; al contrario, si predefiniscono i bisogni “standard” e si assegna il servizio corrispondente (riabilitazione, materno-infantile, istituzionalizzazione ecc.). Questa “griglia” rigida è stata denunciata a Ginevra nel 2016 durante la prima valutazione dell’impatto della Convenzione ONU sul nostro Paese: è emerso chiaramente che sono proprio i sistemi di welfare attuali, basati sul modello medico, a rendere problematica l’applicazione della Convenzione e dei diritti ad essa legati. È necessario pertanto riformulare le modalità di intervento e l’intera organizzazione dei sostegni affinché l’obiettivo degli interventi pubblici sia la piena partecipazione in eguaglianza di opportunità, come per ogni altro cittadino e cittadina.
Nel nostro Paese, la citata Legge Delega 227/21 ha provato a dare una risposta adottando la definizione di disabilità della Convenzione e puntando su progetti personalizzati e partecipati. Attenzione, però: “personalizzato” non significa “individuale” nel senso burocratico del termine. Spesso il “progetto individuale” finisce infatti per coincidere semplicemente con il servizio a cui viene affidata la persona. Il progetto personalizzato, invece, si concentra sulle esigenze e sulle modalità con cui l’individuo deve essere sostenuto per partecipare al massimo livello possibile alla vita comunitaria.
Le persone con disabilità hanno il diritto — riconosciuto appunto dalla Legge 227/21 e dai Decreti Attuativi di essa — di partecipare attivamente sia alla fase di valutazione che a quella di progettazione. È una rivoluzione culturale che risponde a una domanda semplice: i cittadini devono dipendere dagli operatori nelle scelte della propria vita, o devono poter scegliere autonomamente, con il sostegno dei tecnici, quali obiettivi darsi e come sviluppare le proprie potenzialità e capacità? Questo richiede un cambio di mentalità. I territori devono comprendere che i servizi non esauriscono le possibilità di sostegno e che le persone (e le loro famiglie, qualora non possano rappresentarsi da sole) hanno ora nuovi poteri di partecipazione.
La sfida resta l’applicazione omogenea su tutto il territorio nazionale: con 20 Regioni e 20 welfare differenti, il rischio è che una riforma nazionale venga classicamente applicata “a macchia di leopardo”. Siamo ancora agli inizi della sperimentazione e dobbiamo vigilare affinché le Associazioni del territorio siano coinvolte attivamente».

Giampiero Griffo

Dunque, sul piano sanitario, educativo e assistenziale riscontriamo una carenza formativa. Ma i servizi sociali hanno anche un ruolo regolatore: sono loro a stabilire quali risorse destinare al progetto di vita…
«Esatto, e qui il tema tocca i sistemi di valutazione. La riforma è rimasta in parte ambigua, mantenendo una forte contraddizione tra la valutazione basata sui barèmes (le percentuali di invalidità) e la definizione di persona con disabilità della Convenzione. Le percentuali di invalidità nascono a fine Ottocento con Bismarck in Germania per scopi risarcitori (risarcire le persone colpite da incidenti sul lavoro o ferite di guerra). In quel contesto era legittimo: bisognava cioè quantificare un danno per assegnare un indennizzo economico e il danno veniva quantificato sulla parte del corpo che veniva limitata. Tuttavia, questo approccio risarcitorio è rimasto la base dei welfare mondiali, deciso dopo la prima guerra mondiale per valutare l’accesso ai benefìci e alle provvidenze pubbliche. Questo strumento, però, non serve a valutare la persona nella sua interezza, bensì solo la sua “limitazione funzionale”. E produce spesso uno stigma sociale fortissimo.
Porto il mio esempio: sono riconosciuto invalido al 100%. Secondo quel parametro, dovrei avere le limitazioni più elevate. Eppure, ho condotto una vita pienamente inclusiva: ho visitato 74 Paesi e sono attivo a livello internazionale, ho lavorato come responsabile nella Biblioteca Nazionale di Napoli, ho guidato l’auto con una patente speciale, ho condotto una vita indipendente. Tutto questo non è derivato dai servizi pubblici, anzi: spesso il sistema mi ha complicato l’esistenza, come quando hanno cercato di togliermi l’indennità perché avevo preso la patente. Questo accade perché si pensa che una limitazione funzionale complessa non possa vivere una dimensione di inclusione, come invece spiega la Convenzione ONU.
Il sistema delle percentuali di invalidità inoltre ha assegnato ai medici legali un potere immenso, perché sono loro che usano le tabelle percentuali, che assegnano l’accesso ai diritti. Però questo sistema non dice nulla sulla persona, non ne descrive le caratteristiche né la relazione con il contesto di vita, impoverendo la descrizione delle persone solo alle loro “mancanze”.
L’attuale riforma supera solo parzialmente questa logica. Rimane la confusione tra chi deve assegnare benefìci economici e chi deve valutare come la società “disabilita” l’individuo.
La Legge 227/21 ha introdotto l’uso dell’ICF, la Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, il che è positivo perché evidenzia la relazione tra persona e ambiente. Tuttavia, l’ICF, nata nel 2001, prima della Convenzione ONU, ha dei limiti: non riconosce infatti esplicitamente le barriere e le discriminazioni come violazioni dei diritti umani, trattandole talvolta come meri fatti tecnici. Inoltre, trascura i “fattori personali” che sono invece centrali in un progetto personalizzato e partecipato».

Cosa si dovrebbe fare, dunque?
«Ce lo dice l’articolo 26 della Convenzione, che distingue la riabilitazione dall’abilitazione. Il vecchio sistema di welfare si concentra sulla riabilitazione (cercare di “aggiustare la persona”) o sull’assistenza che la persona riceve passivamente. L’abilitazione, invece, riguarda il potenziamento della capacità di funzionamento della persona. Se io ho viaggiato in 74 Paesi pur essendo in sedia a rotelle, è perché sono stato “abilitato” a muovermi nel mondo, gestendo le mie limitazioni, imparando ad affrontare barriere anche dove non c’erano leggi sull’accessibilità.
Abilitare significa capire come le persone funzionano. Come sostiene l’AAIDD (American Association on Intellectual and Developmental Disabilities), alle persone di cui si occupa non “manca” nulla: hanno solo un modo di funzionamento diverso. Poiché la “normalità” statistica non esiste — siamo 8 miliardi di individui tutti diversi — l’operatore deve imparare a intendere come una persona comunica, cosa considera importante e come può essere sostenuta per partecipare alla vita di comunità.

Maurizio Cocchi

I servizi, dunque, vanno rivoluzionati: non più solo cure e assistenza, ma empowerment. Le persone sono disabilitate dal mondo (autobus inaccessibili, stigma nel lavoro, operatori che non credono nella loro autonomia), impoverite da barriere, ostacoli e discriminazioni, disabilitate dalla società, ma non dalla loro condizione. L’abilitazione deve fornire i sostegni appropriati — assistenti personali, tecnologie, formazione — per permettere a ognuno di autodeterminarsi e diventare cittadino. Le persone con disabilità non sono più oggetto di decisioni prese da altri, ma sono il soggetto del cambiamento, e quando partecipano in maniera competente alle decisioni che le riguardano producono innovazione. Come membro del Consiglio dell’EDF, il Forum Europeo sulla Disabilità, stiamo promovendo un documento europeo, insieme all’UEMS PRM, l’Unione Europea dei Medici Specialisti in Riabilitazione, per definire meglio i profili di funzionamento, perché l’abilitazione non è un’attività prevalentemente medica: riguarda l’educazione, il lavoro, le politiche sociali e la vita indipendente e quindi coinvolge altre competenze professionali.
Un ultimo punto fondamentale, infine, è la deistituzionalizzazione. La logica del modello medico porta spesso come soluzione finale l’istituto, soprattutto per le persone con disabilità complesse. La Convenzione e i documenti dell’ONU chiedono invece di superare questa realtà, riconvertendo i fondi destinati agli istituti a quelli indirizzati all’inclusione. In Italia questo processo non è ancora pienamente inserito nelle politiche pubbliche, tanto che i Decreti Delegati della Legge 227/21 hanno cancellato la parola, in contraddizione con la Legge stessa.
Dobbiamo scardinare il modello medico-individuale e per applicare realmente la Convenzione in Italia serve una cultura diffusa che metta in campo l’attività di cittadinanza consapevole delle persone con disabilità, delle famiglie e delle associazioni, basandosi sul modello sociale della disabilità».

Mi fermerei qui, dato che l’intervista è stata molto densa, ma mi riservo di fare altri approfondimenti in futuro.
«Certamente. Vorrei solo aggiungere che tutto questo presuppone che le persone con disabilità e le loro organizzazioni si attrezzino per questo cambiamento. La legge oggi dà il potere di partecipare, ma bisogna farlo in maniera competente per saper trasformare i modelli di welfare nella direzione corretta».
Grazie, Griffo, alla prossima.

*Giampiero Griffo è attivista per i diritti umani, studioso dei diritti delle persone con disabilità, membro del Consiglio Mondiale di DPI (Disabled People’s International) e del Consiglio dell’EDF, il Forum Europeo sulla Disabilità, oltreché preziosa e frequente firma di Superando; Maurizio Cocchi è pedagogista, già presidente di Cooperativa Sociale, attivista per le persone con disabilità e anch’egli firma di Superando (info@mauriziococchi.net). Entrambi sono persone con disabilità motoria.

La versione integrale della videointervista di Maurizio Cocchi a Giampiero Griffo è visibile in YouTube nel canale presente a questo link e direttamente a quest’altro link.

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A volte basta la chiave giusta per aprire un mondo!

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«L’illustratrice sammarinese Nicoletta Ceccoli, artista di fama internazionale le cui opere sono esposte in gallerie e musei in tutto il mondo, ha voluto offrirci – scrivono da Attiva-Mente, Associazione della Repubblica di San Marino -, una sua personale interpretazione del concetto di Vita Indipendente, per raccontare con la forza poetica dell’arte uno dei princìpi più importanti della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità (©Nicoletta Ceccoli per Attiva-Mente)

L’illustratrice sammarinese Nicoletta Ceccoli, artista di fama internazionale le cui opere sono esposte in gallerie e musei in tutto il mondo, ha voluto offrire alla nostra Associazione [Attiva-Mente] una sua personale interpretazione del concetto di Vita Indipendente.
Le sue illustrazioni raccontano, con la forza poetica dell’arte, uno dei princìpi più importanti della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità. Nell’immagine qui a fianco riprodotta una bambina in carrozzina guarda verso il cielo, dove fluttuano alcune dimensioni fondamentali della vita: la casa, lo studio, il lavoro, gli affetti. Tutte sembrano chiuse da una serratura.
La Vita Indipendente non è un privilegio né un dettaglio delle politiche sociali: è la chiave che permette di aprire le porte della propria vita, scegliendo quali, quando e come aprirle e, soprattutto, chi deve tenere la chiave in mano.
Questo gesto di grande e incondizionata generosità nei nostri confronti non può che renderci orgogliosi del nostro impegno e testimonia non solo una sincera amicizia, ma anche la vicinanza e la sensibilità dell’artista verso il tema dei diritti e dell’autodeterminazione delle persone con disabilità.
Le illustrazioni saranno utilizzate anche per la realizzazione di alcuni materiali e gadget solidali, che ci aiuteranno a continuare il nostro lavoro di sensibilizzazione e promozione della Vita Indipendente.
A Nicoletta Ceccoli va il nostro più sincero e affettuoso ringraziamento per questo gesto di attenzione e per aver scelto di mettere la sua arte al servizio di un messaggio così importante.
Perché a volte basta una chiave, quella giusta, per aprire un mondo.

*Attiva-Mente è un’Associazione della Repubblica di San Marino (attivamentersm@gmail.com).

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Lavoro e disabilità: non è un problema di strumenti, ma di mentalità e leggi obsolete

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«Per l’argomento della mia tesi – racconta Alessandro Rosa, giovane neolaureato con disabilità motoria – ho scelto di convogliare tutta la rabbia e la frustrazione di avere trovato presso le aziende solo porte chiuse per un mio tirocinio. Le tecnologie, infatti, esistono già per annullare quasi ogni limitazione fisica e la mia ricerca dimostra che non è un problema di strumenti, ma di mentalità e leggi obsolete. La mia tesi, quindi, è un vero e proprio appello» Foto di gruppo per Alessandro Rosa nel giorno della sua laurea

In occasione della recente Giornata delle Malattie Rare del 28 febbraio, la UILDM Nazionale (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare) ha chiesto al proprio volontario Alessandro Rosa di raccontare cosa è successo quando ha provato a inserirsi nel mondo del lavoro, per completare il suo percorso di studi universitari. La sua testimonianza è stata pubblicata nel sito della UILDM stessa e ben volentieri la riprendiamo qui, con minimi riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

Sono Alessandro Rosa, un ragazzo di 26 anni disabile motorio con la SMA [atrofia muscolare spinale, N.d.R.]. Mi sono laureato a novembre 2025 nel corso magistrale in Economia Aziendale, specializzazione Direzione d’Impresa, Marketing e Strategia, all’Università degli Studi di Torino.
Vivo a Torino con la mia famiglia: mia mamma, mio papà, mia sorella, mio fratello e una cagnolina. Penso che sia importante vivere e non sopravvivere. Oltre allo studio, amo andare ai concerti e viaggiare. Per un viaggio, come anche per un’uscita a Torino, spesso ci si trova a dover pianificare tutto nei minimi dettagli: verificare l’accessibilità, telefonare per ottenere informazioni specifiche, cercare soluzioni alternative. Una cena fuori o una vacanza diventano imprese complesse.
Torino, purtroppo, ha ancora moltissime barriere: ne sono esempi scale senza ascensori, marciapiedi senza rampe, porte troppo strette, o spazi non adatti a chi utilizza una sedia a rotelle. Ma la questione dell’accessibilità è molto più ampia e articolata: riguarda anche l’ambiente, i mezzi di trasporto, le tecnologie, la comunicazione e perfino gli atteggiamenti sociali.
Nel mio percorso di studi era obbligatorio un tirocinio per il conseguimento della laurea. Desideravo affrontarlo in azienda come tutti e tutte i miei colleghi e colleghe. Mi muovo su una sedia a rotelle elettronica, ma sono autonomo e attrezzato: uso il PC, il cellulare, con tutti i miei dispositivi integrati e connessi wireless. Nonostante questo, ho bussato alle porte di una decina di aziende, incluse grandi realtà che si autodefiniscono sostenibili e inclusive, e ho ricevuto solo porte chiuse.
Questa esperienza mi ha lasciato amareggiato, deluso e disanimato. Alla fine, ho svolto un tirocinio accademico di ricerca con la professoressa Pellicelli, che ringrazio per la sua sensibilità e gentilezza, concentrandomi sul Made in Italy e il fenomeno dell’Italian Sounding.
Per l’argomento di tesi ho scelto di convogliare questa rabbia e frustrazione di non aver trovato aziende in un progetto costruttivo. L’ho intitolata: Industry 5.0: nuove prospettive sull’inclusione lavorativa e sulle tecnologie a supporto di persone con disabilità. La ricerca si è focalizzata su un punto cruciale: come le tecnologie attuali e future possano essere il vero motore dell’inclusione lavorativa.
Le tecnologie esistono già per annullare quasi ogni limitazione fisica. La mia ricerca dimostra che non è un problema di strumenti, ma di mentalità e leggi obsolete. Ho studiato come l’Industry 5.0 sia l’occasione perfetta per integrare persone con disabilità non per obbligo, ma per valore aggiunto. Dispositivi come l’eye-tracking o il controllo ambientale avanzato rendono superfluo quasi ogni adattamento fisico del posto di lavoro. Il problema è che le aziende e, spesso, la nostra legislazione del ’99 [Legge 68/99, N.d.R.] non lo sanno o fanno finta di non saperlo.
Quindi, la mia tesi è un vero e proprio appello: dobbiamo smettere di vedere la disabilità come una complicazione e iniziare a vederla come un bacino di talenti incredibili, persone che, per forza di cose, hanno sviluppato una resilienza e delle skill [competenze] uniche. Spero che si smuova qualche coscienza nelle aziende. Non si tratta di fare beneficenza, ma di fare business in modo intelligente.
In questo percorso, devo fare un applauso ai miei relatori, la professoressa Monica Cugno e il professor Alessandro Vicini Ronchetti. Hanno creduto moltissimo nel messaggio sociale della tesi. La loro guida è stata fantastica.
Ringrazio anche l’Università di Torino, la Facoltà di Management ed Economia, oltre all’Ufficio Disabili. Grazie alla sinergia di tutti e tre, mi sono sentito pienamente accolto.
Da dicembre ho iniziato il Master in Marketing nel Food & Beverage. Spero in un futuro lavorativo di trovare un ambiente di lavoro che valorizzi la persona come risorsa attiva.

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Le persone con disabilità e il voto al referendum costituzionale (spiegato anche in CAA)

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Le persone con una disabilità che ostacola il diritto a recarsi a votare potranno naturalmente farlo al referendum costituzionale del 22 e 23 marzo, ma in base alle differenti condizioni di ciascuno, la normativa prevede possibilità diverse, che elenchiamo nel presente testo, dando spazio anche a una meritoria e utile iniziativa, attuata da Antonio Bianchi, consigliere della Federazione LEDHA, vale a dire i contenuti del referendum spiegati in CAA (Comuunicazione Aumentativa Alternativa) Una delle parti del documento che spiega il referendum costituzionale in CAA (Comunicazione Aumentativa Alternativa)

Il 22 marzo (ore 7-23) e il 23 marzo (ore 7-15) i cittadini e le cittadine del nostro Paese saranno chiamati e chiamate ad esprimersi sul referendum confermativo della legge costituzionale recante Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare (per ogni maggiore informazione sulla sostanza del quesito referendario, si veda al sito del Ministero dell’Interno).
Potranno esercitare il diritto di voto tutti i cittadini e le cittadine che abbiano compiuto i 18 anni e come sempre sarà necessario presentarsi al proprio seggio di appartenenza con un documento d’identità munito di fotografia e con la tessera elettorale. Le persone con una disabilità che ostacola il diritto a recarsi a votare potranno naturalmente esprimere comunque le loro preferenze di voto, ma in base alle differenti condizioni di ciascuno, la normativa prevede possibilità diverse, di seguito elencate.

Voto a domicilio
Le persone con disabilità che siano in condizioni di dipendenza continuativa e vitale da apparecchiature elettromedicali e impossibilitate ad allontanarsi dall’abitazione in cui dimorano possono chiedere di esercitare il voto a domicilio, facendo pervenire al Sindaco del Comune in cui si è iscritti nelle liste elettorali un’esplicita richiesta (in questo caso andava fatta entro il 2 marzo).

Voto in ospedale o in casa di cura
La normativa prevede inoltre, per le persone ricoverate in ospedale o in casa di cura, la possibilità di votare all’interno del luogo di ricovero. A tal fine l’interessato o l’interessata deve presentare al Sindaco del Comune nelle cui liste elettorali è iscritto un’apposita dichiarazione recante la volontà di esprimere il voto nel luogo di cura e l’attestazione del direttore sanitario dello stesso luogo di cura comprovante il ricovero. Tale dichiarazione, da inoltrare per il tramite del direttore amministrativo o del segretario dell’istituto di cura, deve pervenire al Comune non oltre il terzo giorno antecedente la votazione.

Voto assistito
Le persone cieche, quelle amputate delle mani, affette da paralisi o da altro impedimento di analoga gravità, ossia coloro che sono fisicamente impediti nell’espressione autonoma del voto, possono essere accompagnate all’interno della cabina elettorale da un familiare o da un altro elettore scelto appunto come accompagnatore, che può essere iscritto nelle liste elettorali di un qualsiasi Comune italiano.
Possono quindi essere ammessi all’espressione del voto con l’assistenza di un accompagnatore gli elettori:
° che presentando apposita certificazione sanitaria abbiano ottenuto, da parte del Comune nelle cui liste elettorali sono iscritti, l’inserimento sulla propria tessera elettorale dell’apposito Codice AVD, che sta per “diritto voto assistito”. Questo timbro, corredato dalla sottoscrizione di un delegato del Sindaco, è collocato nella parte interna della tessera, e precisamente sulla facciata a fianco di quelle contenenti gli spazi per la certificazione del voto oppure, se ciò non è stato possibile per la presenza di annotazioni, nello spazio posto sotto la scritta Circoscrizioni e collegi elettorali.
° il cui impedimento fisico nell’espressione autonoma del voto sia evidente.
Quando poi sulla tessera elettorale non è presente l’annotazione permanente per il voto assistito, e l’impedimento fisico dell’elettore non risulta evidente, il diritto ad essere accompagnati in cabina può essere dimostrato tramite un certificato medico rilasciato da un medico funzionario designato dalla competente Azienda Sanitaria Locale, ove si attesti in modo esplicito che l’infermità fisica impedisce all’elettore/elettrice di esprimere il voto autonomamente, rendendo necessario l’aiuto di un altro elettore.
Nessun elettore può esercitare la funzione di accompagnatore per più di una persona con disabilità.

Elettori non deambulanti
Nel caso in cui il seggio assegnato a un elettore con difficoltà di deambulazione non sia accessibile, egli può esprimere il suo diritto al voto presso un’altra sezione del Comune. Per farlo, deve esibire al Presidente del seggio prescelto, insieme alla tessera elettorale personale, un’attestazione medica di “Impossibilità o capacità gravemente ridotta di deambulazione”, rilasciata gratuitamente dai medici dell’ASL, anche in precedenza per altri scopi, o presentando semplicemente la copia autentica della patente di guida speciale.
Da ricordare anche che, in occasione delle varie consultazioni elettorali, molti Comuni organizzano servizi di trasporto pubblico gratuito in modo da facilitare agli elettori con disabilità il raggiungimento del seggio elettorale (per le relative informazioni, contattare il proprio Comune di residenza).

Rilascio dei certificati
Per rendere più agevole l’esercizio del diritto di voto, le Unità Sanitarie Locali, nei tre giorni precedenti la consultazione elettorale, garantiscono in ogni Comune la disponibilità di un adeguato numero di medici autorizzati per il rilascio dei certificati di accompagnamento e dell’attestazione medica di cui all’articolo 1 della Legge 15/91 (articolo 29 della Legge 104/92).

Il referendum spiegato in CAA
In conclusione ci piace segnalare un’iniziativa assai utile e meritoria attuata da Antonio Bianchi, consigliere della LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, componente lombarda della FISH-Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), ossia un testo in CAA (Comunicazione Aumentativa Alternativa) che spiega, in modo semplice ed efficace, le ragioni del “Sì” e quelle del “No” (a questo link è possibile consultare il documento in versione sfogliabile). Per ciascuna delle due opzioni di voto, infatti, vengono indicate cinque motivazioni, sintetizzate rispettivamente a partire dai documenti elaborati dall’Unione delle Camere Penali (per il “Sì”) e dal Comitato per il “No”. Nel testo viene inoltre spiegato alle persone con disabilità che, in caso di indecisione, è possibile anche votare scheda bianca.
«Questo documento – sottolineano dalla LEDHA – è stato realizzato con l’obiettivo di rendere accessibili e comprensibili anche alle persone con disabilità cognitive (e non solo) i temi del grande dibattito pubblico. Temi spesso complessi, ma che hanno una ricaduta diretta sulla vita quotidiana di tutti e sui quali è necessario essere informati per poter compiere scelte consapevoli. La proposta è perfettibile e parziale, necessita di una conoscenza del mondo non sempre disponibile alle persone con disabilità cognitive. Vuole comunque essere un’occasione di dialogo, di approfondimento, un modo anche questo per fare politica, anche a prescindere dal voto, del cui esercizio si vuole comunque sostenere l’importanza. L’iniziativa vuole inoltre contribuire a garantire a tutti e tutte il rispetto del diritto di voto: un’informazione comprensibile, infatti, è una condizione essenziale per una partecipazione piena e consapevole alla vita democratica». (S.B.)

Ringraziamo la Federazione LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità) per la collaborazione.

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Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO) e diritto alla difesa

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«Abbiamo accolto con grande interesse – scrivono dall’Associazione Diritti alla Follia – la recente Ordinanza con cui il Tribunale di Firenze ha sollevato una questione di legittimità costituzionale riguardo a quell’articolo della Legge istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale, nella parte in cui non garantisce adeguatamente il diritto alla difesa della persona sottoposta a Trattamento Sanitario Obbliatorio (TSO)»

La nostra Associazione [Diritti alla Follia] ha accolto con grande interesse l’Ordinanza del 29 dicembre 2025 con cui il Tribunale di Firenze ha rimesso alla Corte Costituzionale una questione di legittimità riguardante la disciplina del Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO). Con tale provvedimento, infatti, il Tribunale di Firenze ha sollevato una questione di legittimità costituzionale riguardo all’articolo 35 della Legge 833/78 (Istituzione del Servizio Sanitario Nazionale), nella parte in cui non garantisce adeguatamente il diritto alla difesa della persona sottoposta a TSO. Il giudizio davanti alla Consulta è stato quindi formalmente aperto.

Nello specifico il giudice ha ritenuto rilevante e non manifestamente infondata la questione di costituzionalità in riferimento all’articolo 24 della Costituzione, osservando che la normativa vigente non prevede alcune garanzie fondamentali per la persona sottoposta a TSO. In particolare, la legge non stabilisce:
° che il paziente debba essere informato della facoltà di nominare un difensore di fiducia;
° che l’ordinanza del Sindaco che dispone il TSO debba essere comunicata anche al difensore eventualmente nominato;
° che l’audizione del paziente davanti al giudice tutelare avvenga con la presenza del difensore;
° che anche il decreto di convalida del giudice tutelare sia comunicato al difensore.
Secondo il Tribunale, tali lacune compromettono l’effettività del diritto di difesa in un procedimento che comporta una significativa compressione della libertà personale e dell’autodeterminazione sanitaria della persona.

La decisione del giudice fiorentino si inserisce in un percorso giurisprudenziale già avviato dalla Corte Costituzionale, che con la Sentenza 76/25 aveva rafforzato alcune garanzie procedurali nel procedimento di TSO, imponendo la comunicazione del provvedimento alla persona interessata e il suo ascolto prima della convalida [se ne legga già anche sulle nostre pagine, N.d.R.].
Per la nostra Associazione, questa Ordinanza rappresenta un passaggio importante per il riconoscimento dei diritti delle persone sottoposte a trattamenti sanitari coercitivi. In uno Stato di diritto, anche nelle situazioni di emergenza sanitaria o psichiatrica, devono essere garantiti contraddittorio, assistenza legale e piena tutela dei diritti fondamentali.
Auspichiamo quindi che la Corte Costituzionale colga l’occasione per colmare definitivamente questa lacuna normativa e per affermare con chiarezza che il diritto alla difesa deve essere garantito anche nel procedimento di trattamento sanitario obbligatorio.
E del resto, quella riconosciuta dal Tribunale di Firenze come una lacuna della normativa vigente è esattamente una delle criticità che denunciamo da anni. Nella nostra proposta di riforma della procedura di applicazione del TSO abbiamo infatti previsto esplicitamente il diritto alla difesa tecnica della persona sottoposta a Trattamento Sanitario Obbligatorio, con la possibilità di essere assistita da un avvocato nel procedimento di convalida davanti al giudice tutelare. Per questa posizione, abbiamo ricevuto negli anni sberleffi e alzate di spalle da gran parte della psichiatria italiana organizzata e dalla quasi totalità delle Associazioni che si presentano come paladine dei diritti dei “pazienti psichiatrici”. La questione oggi rimessa alla Corte Costituzionale dimostra invece che quella richiesta non era affatto eccentrica o provocatoria, ma individuava un problema reale di tutela dei diritti fondamentali.

*dirittiallafollia@gmail.com.

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I numeri della disabilità sono approssimativi per disinteresse o per scelta?

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«Solitamente, nei Paesi occidentali, sui temi importanti i dati – scrive Luca Grecchi – possono mancare per due motivi: o non interessano, o si preferisce che non siano disponibili. Nel caso della disabilità, almeno per quanto concerne la scuola, temo che il primo motivo sia quello prevalente. In ogni caso, la mancanza di rilevazioni, ossia di analisi, anche se si verifica per disinteresse, è sempre una questione politica oltre che culturale, e come tale, dunque, va affrontata»

Ottenere dati precisi sulla disabilità è spesso un problema. Se si ricerca, ad esempio, anche solo quale sia il numero di persone con disabilità in Italia, fonti pur autorevoli oscillano in stime tra i 3 e i 13 milioni. Ciò è, nella fattispecie, dovuto alla complessità della materia: non esiste infatti, come noto, una linea divisoria netta tra chi è disabile e chi no, ma solo un range di riduzione dell’autonomia personale, all’interno del quale, per varie finalità, si sceglie il punto da cui partire per le valutazioni. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, la mancanza o la arbitrarietà dei dati è dovuta non alla complessità della materia, bensì ad un sostanziale disinteresse verso la medesima. Mentre infatti se si ricercano statistiche sui prezzi al consumo, sulla produzione industriale o sul commercio estero se ne trovano subito di accurate e aggiornate, non così accade per la disabilità.

Solitamente, nei Paesi occidentali, sui temi importanti i dati possono mancare per due motivi: o non interessano, o si preferisce che non siano disponibili. Nel caso della disabilità, almeno per quanto concerne la scuola, che rappresenta l’àmbito principale di questa mia riflessione, temo che il primo motivo sia quello prevalente. In ogni caso, la mancanza di rilevazioni, ossia di analisi, anche se si verifica per disinteresse, è sempre una questione politica oltre che culturale, e come tale, dunque, va affrontata.

Nella scuola, quali sono i dati che mancano? Vorrei partire da una esperienza personale. Lo scorso anno, mentre stavo scrivendo il libro Filosofia, inclusione, comunità, cercavo una documentazione statistica. Volevo cioè sapere se gli studenti con disabilità (e magari anche con DSA-Disturbi Specifici dell’Apprendimento) della scuola secondaria italiana fossero, in proporzione, bocciati di più o di meno rispetto agli altri studenti. Mi chiedevo, cioè, se, dopo circa 20 anni di normative inclusive molto accurate, GLO, PEI, PDP, eccetera [acronimi che stanno rispettivamente per Gruppo di Lavoro Operativo per l’Inclusione, Piano Educativo Individualizzato e Piano Didattico Personalizzato, N.d.R.], gli studenti con disabilità continuassero ad essere respinti 6 volte di più rispetto agli altri, come riportava in un suo libro del 2006 uno dei maggiori esperti in materia, ossia Raffaele Iosa. Pensavo che avrei reperito facilmente i numeri di cui avevo bisogno, ma mi sbagliavo.
All’inizio, essendo io, come alcuni sanno, primariamente uno studioso di filosofia antica, ho creduto che la colpa fosse mia: forse non sapevo cercare nei posti giusti. Chiesi allora ad amici specialisti di Pedagogia dove avrei potuto reperire rilevazioni, ministeriali o non, su questo tema. Dopo qualche giorno di silenzio, mi dissero che purtroppo nemmeno loro riuscivano a trovarne. Domandai allora al Centro Studi Erickson, forse il maggiore riferimento scientifico in Italia su questi argomenti. Mi risposero che, nel loro pur ampio catalogo, non vi era una sola pubblicazione su questo tema. Mi rivolsi a quel punto, con crescente sconcerto, direttamente al Ministero dell’Istruzione, dove un importante dirigente mi confermò l’assenza di questi dati, insieme tuttavia all’impegno a valutare la loro rilevazione per il successivo anno scolastico.

L’impressione che mi fece questa vicenda fu la seguente: decine di norme, convegni, libri sull’inclusione, ma ben poche persone, nel mondo della ricerca, realmente interessate a verificare se tutto quell’impegno abbia prodotto, per questi giovani esseri umani, almeno il risultato di evitare loro maggiori inique bocciature.
Per un adolescente con disabilità, che solitamente non viene incluso nei gruppi sociali dei coetanei, essere escluso, a causa di una bocciatura evitabile, da un contesto classe in cui magari è stato accolto bene, non è infatti solo un fallimento formativo, ma una vera e propria tragedia. Una tragedia che spesso conduce, soprattutto se il fatto si ripete, ad abbandonare la scuola: l’Eurostat rileva infatti che nel 2024 il tasso di abbandono scolastico nell’Unione Europea – verosimilmente correlato al numero di ripetenze – degli studenti con gravi forme di disabilità è stato di oltre 5 volte superiore rispetto a quello degli studenti senza disabilità. Se si considera inoltre che il suicidio costituisce la seconda causa di morte tra i giovani, e che esso risulta molto più frequente tra le persone con disabilità, vi è materia su cui riflettere.

“Dare i numeri”, dunque, in questo àmbito, non significa “sragionare”, ma, al contrario, effettuare indagini, verifiche, controlli per analizzare se, effettivamente, le misure intraprese stiano raggiungendo il loro fine, oppure, in caso contrario, se si debba correggere la traiettoria. Fare questo vorrebbe dire che l’inclusione, almeno in questi aspetti misurabili, rappresenta davvero il fine delle Istituzioni ad essa preposte. Non farlo lascia invece molti dubbi. Cosa penseremmo infatti, per fare solo un esempio, di una multinazionale che promuova decine di incontri, studi, linee guida per sollecitare l’utilizzo di un certo farmaco al fine di prevenire alcune malattie, ma che poi, venduto il farmaco, si disinteressasse totalmente di andare a vedere se, dopo un determinato lasso di tempo, l’utilizzo di quel farmaco ha effettivamente ridotto le malattie? Come minimo, penseremmo che il fine di quella impresa non era realmente la salute delle persone.
Quando i numeri mancano, in effetti, è verosimile che il problema non stia davvero a cuore a chi pure dovrebbe occuparsene. Le persone con disabilità, del resto, sono le prime a risultare “invisibili” anche nei numeri. Nella mia esperienza, ormai piuttosto lunga, mi sono in effetti trovato spesso di fronte a persone che dichiaravano di essere molto interessate a favorire l’inclusione; poche volte, tuttavia, mi sono trovato di fronte a persone realmente interessate a favorire l’inclusione.
Le parole, come scriveva Democrito circa 25 secoli fa, sono tuttavia sempre meno importanti dei fatti. Si può affermare ciò che si vuole, ma la realtà mostra la verità in maniera inequivocabile, per chi sappia comprenderla.

Gli studenti con disabilità, anche intellettiva, se adeguatamente supportati, possono raggiungere importanti traguardi scolastici, per poi inserirsi nel contesto sociale ponendo in essere tutte le loro migliori potenzialità. Ma affinché ciò si verifichi, occorre che l’inclusione diventi una teoria e una prassi diffusa. La cultura deve impegnarsi per influenzare in questo senso la politica. In caso contrario, assisteremo a crescenti processi di esclusione delle persone con disabilità, non solo dalla scuola, ma da ogni altro àmbito.

*Docente di Storia della Filosofia all’Università di Milano-Bicocca (luca.grecchi@unimib.it), autore di “Filosofia, inclusione, comunità” (Scholé, marchio di Morcelliana, 2026, collana “Orso blu”), di cui abbiamo scritto a questo e a questo link. Il presente contributo di riflessione costituisce l’estratto di un testo già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it». Per gentile concessione.

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La forza dell’arte e quella dell’impegno civile in un evento promosso dall’UICI di Roma

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«Un appuntamento che metterà sullo stesso piano la forza dell’arte e quella dell’impegno civile, perché se la musica sa emozionare, il volontariato sa trasformare concretamente le vite»: così viene presentato l’evento “ARR Project in Concerto”,promosso dall’UICI di Roma e finalizzato a sostenere il Servizio di Volontariato della stessa UICI capitolina, vero “cuore pulsante” dell’Associazione, attivo ogni giorno accanto alle persone cieche e ipovedenti

Musica e impegno sociale si incontreranno il 13 marzo a Roma (Sala Baldini, Piazza di Campitelli, 9, ore 19) in una serata che promette emozioni profonde e un impatto concreto sulla vita delle persone. Denominato ARR Project in Concerto e promosso dall’UICI di Roma (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti), l’evento sarà infatti finalizzato alla raccolta fondi per sostenere il Servizio di Volontariato della stessa UICI capitolina, vero “cuore pulsante” dell’Associazione, attivo ogni giorno accanto alle persone cieche e ipovedenti.
Protagonisti della serata saranno il maestro Riccardo Caudali al sassofono e il maestro Alessandro Mariano al pianoforte, anima dell’ARR Project, duo nato dall’incontro tra jazz e grande cinema, con arrangiamenti originali, interplay costante e improvvisazioni raffinate che rendono ogni brano un’esperienza intensa e coinvolgente. «Sarà un appuntamento – sottolineano dall’UICI di Roma – che metterà sullo stesso piano la forza dell’arte e quella dell’impegno civile, perché se la musica sa emozionare, il volontariato sa trasformare concretamente le vite». (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di ulteriore ampio approfondimento. Per altre informazioni: ufficiostampa@uicroma.it (Giovanni Fornaciari).

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Docenti di sostegno nella scuola secondaria di secondo grado: è veramente emergenza?

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Alla luce dei dati presenti in una rilevazione elaborata dal Collettivo Docenti di Sostegno Specializzati sulla copertura dei posti di sostegno nella scuola secondaria di secondo grado, il carattere emergenziale attribuito ai percorsi accelerati di specializzazione e fissato anche nei giorni scorsi dal Ministero, non sembrerebbe giustificato per questo segmento scolastico, dove i posti stessi risultano già in larga parte coperti da docenti con specializzazione completa

«Nel tentativo di evidenziare una serie di dati che riteniamo rilevanti per il dibattito pubblico sulla formazione dei docenti di sostegno – si legge in una nota diffusa dal Collettivo Docenti di Sostegno Specializzati – abbiamo recentemente concluso una rilevazione (disponibile a questo link) sulle nomine tratte dalle GPS (Graduatorie Provinciali per Supplenze) per l’anno scolastico 2024-2025 relative alla classe di concorso ADSS (Sostegno nella scuola secondaria di secondo grado). Ebbene, i dati evidenziano una saturazione pressoché totale dei posti disponibili da parte di docenti già specializzati».

«Questo elemento – secondo il Collettivo – appare particolarmente significativo alla luce delle più recenti scelte normative. Con il Decreto Ministeriale 41/26 del 9 marzo scorso, infatti, il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha autorizzato l’attivazione dei percorsi di specializzazione sul sostegno organizzati dall’INDIRE (secondo ciclo) con una durata non inferiore a tre mesi, con conclusione prevista entro il 30 giugno prossimo, nell’àmbito di un intervento definito di carattere emergenziale. Dalle prime indicazioni operative emerge inoltre che i candidati del secondo ciclo potranno inserirsi con riserva nelle graduatorie, per poi sciogliere la riserva entro giugno, acquisendo così il titolo a pieno effetto. Tale possibilità sembrerebbe fondarsi sulla dichiarazione di intenzione di partecipare al percorso, e non necessariamente sulla frequenza già avviata del corso. Alla luce dunque dei dati raccolti sulla copertura dei posti nella scuola secondaria di secondo grado, riteniamo importante evidenziare che il carattere emergenziale attribuito ai percorsi accelerati non appare giustificato per questo segmento scolastico, dove i posti stessi risultano già in larga parte coperti da docenti con specializzazione completa».

«Il rischio – concludono dal Collettivo – è quello di introdurre nel sistema un numero elevato di docenti formalmente specializzati, senza che vi sia una reale esigenza di sistema nella scuola secondaria di secondo grado, con possibili ripercussioni sulla qualità della formazione e sull’organizzazione del sostegno nelle scuole». (S.B.)

Ricordiamo ancora il link al quale è disponibile la Rilevazione occupazionale docenti di sostegno secondaria di secondo grado elaborata dal Collettivo Docenti di Sostegno Specializzati. Per ulteriori informazioni: collettivodocentispecializzati@gmail.com.

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I correttivi necessari e urgenti per il “Disegno di Legge Caregiver”

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«Apprezzamento per un intervento atteso da decenni che segna un passo fondamentale verso il pieno riconoscimento di chi quotidianamente assiste e sostiene persone con disabilità, ma anche l’evidente necessità di correttivi urgenti, volti a rafforzare l’efficacia della norma»: è la posizione espressa dalla Federazione FISH nel corso di un’audizione presso la XII Commissione Affari Sociali della Camera, a proposito del cosiddetto “Disegno di Legge Caregiver”

«Apprezzamento per un intervento atteso da decenni che segna un passo fondamentale verso il pieno riconoscimento di chi quotidianamente assiste e sostiene persone con disabilità, garantendo inclusione e dignità, ma anche l’evidente necessità di correttivi urgenti, volti a rafforzare l’efficacia della norma»: è questa la posizione espressa dalla FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), audita dalla XII Commissione Affari Sociali della Camera, a proposito del cosiddetto “Disegno di Legge Caregiver” (Riconoscimento e tutela delle persone che assistono e si prendono cura dei propri cari), con il relativo deposito di una propria Memoria.
«Tra le proposte principali da noi espresse – si legge in una nota della FISH – figurano la libertà di scelta della persona con disabilità e la revisione del monte ore richiesto per la qualifica di caregiver (articolo 2), che dovrebbe essere ridotta a 70 ore per i conviventi e a 18 ore per i non conviventi. Abbiamo inoltre richiesto il potenziamento del contributo economico, previsto dal 1° gennaio 2027 per chi si registrerà al portale INPS entro il prossimo mese di ottobre, e la conferma della natura esentasse del beneficio, escludendolo dal calcolo del reddito imponibile e dell’ISEE. In tal senso, chiediamo l’eliminazione della soglia dei 3.000 euro lordi annui per chi non svolge attività lavorativa e la soglia ISEE dei 15.000 euro, stabilendo invece come soglia quella prevista per il riconoscimento dell’Assegno Unico e Universale (AUU). In caso di co-caregiving, il contributo dovrebbe essere ripartito equamente tra entrambi i genitori (articolo 13)».

La FISH ha proposto inoltre anche «l’istituzione di un Fondo integrativo volontario presso l’INPS, tramite un articolo 13 bis, per ampliare le risorse destinate ai caregiver, un Fondo finanziato esclusivamente da contributi volontari dei lavoratori, professionisti e donazioni pubbliche o private, senza gravare sulle risorse statali obbligatorie».
Un altro punto ritenuto centrale dalla Federazione riguarda poi la previdenza dei caregiver (articolo 13 ter): «Entro dodici mesi dall’entrata in vigore della legge, auspichiamo un Decreto Legislativo che garantisca contributi figurativi per l’intero periodo di assistenza, calcolati sulla base di 54 ore settimanali, interamente a carico dello Stato, dal momento del riconoscimento ufficiale del ruolo di caregiver».
E infine, sul tema della qualifica del caregiver, attualmente collegata al numero di ore settimanali, la FISH propone tre alternative per uniformare i criteri su tutto il territorio nazionale, vale a dire «fissare soglie minime nazionali, basarsi sul carico di cura effettivo certificato da strumenti ufficiali (PAI-Piano di Assistenza Individuale o Progetto di Vita), o definire standard omogenei tramite uno specifico Decreto».

«In questo momento storico – concludono dalla Federazione -, è fondamentale che la Commissione della Camera al lavoro sul Disegno di Legge e le Istituzioni competenti assumano piena responsabilità, rafforzando il provvedimento per trasformarlo in uno strumento concreto di riconoscimento, tutela e sostegno dei caregiver familiari. Migliaia di famiglie attendono da anni questo passo: il Parlamento deve pertanto approvare una norma solida, equa e capace di rispondere ai bisogni reali delle persone e delle comunità». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@fishets.it.

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Interdizione, inabilitazione e amministrazione di sostegno: per una riforma che metta al centro la persona

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L’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità ha trasmesso alla Presidenza del Consiglio e ai Ministeri competenti un documento volto a fornire una base tecnica per attuare la delega legislativa che porti al superamento degli istituti dell’interdizione e dell’inabilitazione e alla revisione dell’amministrazione di sostegno, il tutto nel rispetto dei princìpi della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità e in coerenza con la riforma della disabilità incentrata sul Progetto di Vita

L’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità ha trasmesso alla Presidenza del Consiglio e ai Ministeri competenti un articolato contributo tecnico-giuridico nell’ottica dell’attuazione dell’articolo 17 (Delega al Governo in materia di misure di protezione giuridica di cui al libro I, titolo XII, del Codice Civile) della Legge 167/25 (Misure per la semplificazione normativa e il miglioramento della qualità della normazione e deleghe al Governo per la semplificazione, il riordino e il riassetto in determinate materie), che delega appunto il Governo al riordino e alla semplificazione degli istituti dell’interdizione, dell’inabilitazione, dell’amministrazione di sostegno e dei relativi procedimenti.
«Il documento – si legge in una nota diffusa dall’Ufficio dell’Autorità Garante – affronta uno dei nodi più rilevanti del diritto civile italiano: il superamento graduale degli istituti dell’interdizione e dell’inabilitazione, ancora previsti dal Codice Civile, e la revisione dell’amministrazione di sostegno, introdotta nel 2004 [Legge 6/04, N.d.R.]. È una riforma attesa da molto tempo dal mondo della disabilità, orientata a rafforzare il riconoscimento della capacità giuridica delle persone con disabilità e a garantire agli interessati strumenti di protezione più rispettosi della loro autonomia e dignità. Gli istituti tradizionali dell’interdizione e dell’inabilitazione, infatti, comportano una sostanziale sostituzione della persona nelle decisioni che la riguardano, che vengono rimesse in toto a un tutore o a un curatore. Il percorso di riforma mira, invece, a costruire un sistema di supporto personalizzato, nel quale gli strumenti di protezione giuridica possano essere calibrati sui bisogni della persona, con l’obiettivo primario di valorizzarne la partecipazione alle scelte che incidono sulla sua vita».

Il contributo trasmesso dall’Autorità Garante alla Presidenza del Consiglio e ai Ministeri competenti, è stato elaborato da un apposito gruppo di studio istituito dalla stessa Autorità Garante, «composto – viene sottolineato – da giuristi ed esperti della materia, con l’obiettivo di fornire al Governo una base tecnica per attuare la delega legislativa nel rispetto dei princìpi della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità e in coerenza con la riforma in materia di disabilità incentrata sul Progetto di Vita».

Il tema, va ricordato in conclusione, sarà al centro anche di un convegno giuridico in programma per il 18 marzo a Roma, presso l’Avvocatura Generale dello Stato, promosso dall’Autorità Garante e dall’Associazione ANFFAS (Associazione Nazionale Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo), con la partecipazione di giuristi ed esperti del settore, incontro durante il quale si approfondiranno le prospettive della riforma e l’impatto di essa sul sistema di tutela dei diritti delle persone con disabilità. (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: segreteria@garantedisabilita.it.

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Parlare di disabilità a Sanremo? Dipende da come se ne parla

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«Parlare di disabilità al Festival di Sanremo anche sì – scrive Donata Scannavini -, se sensibilizzasse sulle istanze di una reale inclusione, se si vedessero in gara cantanti con disabilità giudicati come tutti gli altri per la loro canzone e perfomance, se ci si battesse perché tutte le strutture fossero accessibili e se si presentassero anche persone che, nonostante la disabilità, sono riuscite a realizzare i loro sogni. Ma finché il servizio pubblico non sarà in grado o non vorrà fare questo, no, grazie!»

Anche quest’anno durante il Festival di Sanremo gli organizzatori hanno voluto dedicare spazio alle persone con disabilità, pensando di essere inclusivi. Ma cosa c’è di inclusivo nel fare cantare delle persone (non “ragazzi”, please) con disabilità che indossavano una bella maglietta rossa con scritto in bianco “Io sono come te”? Ci rendiamo conto che quella scritta si smentisce da sola? Se fosse davvero superflua – perché davvero siamo “come voi” – non ci sarebbe bisogno di esibirla. Nessun altro su quel palco indossa o indosserebbe una maglietta del genere: proprio perché non avrebbe senso.
Andiamo avanti: è stato sottolineato con enfasi e meraviglia che una persona di quel coro conosce a memoria tutte le canzoni di Laura Pausini. Prodigio! Non potrebbe, semplicemente, essere un suo fan e, come tutti i fan che si rispettino, conosca a memoria le canzoni della sua beniamina?

La gara canora prosegue e dopo un po’ arriva il momento dedicato agli atleti olimpici e paralimpici. Va riconosciuto che qui le cose sono andate un po’ meglio: gli atleti erano sul palco tutti insieme, sono stati fatti i complimenti a chi ha già gareggiato ottenendo medaglie importanti e sono stati incoraggiati coloro che avrebbero poi iniziato i Giochi Paralimpici. Peccato che Giovanni Malagò, già presidente del CONI, oggi presidente della Fondazione Milano Cortina, non abbia saputo resistere dal definire “eroi” gli atleti paralimpici.
Siccome la sottoscritta è ignorante e non capisce, prova a cercare su Google la definizione di “eroe” e trova: «L’eroe è una figura centrale in miti, letteratura e vita reale, definita da coraggio straordinario, abnegazione e capacità di compiere imprese eccezionali, spesso sacrificandosi per ideali, giustizia o la comunità». La domanda quindi sorge spontanea, un atleta ha un coraggio straordinario, compie imprese eccezionali (a volte qualcuno…) si sacrifica per gli altri?
Al netto che qualunque sportivo se vuole raggiungere dei risultati importanti deve fare sacrifici anche pesanti, non mi sembra che la definizione di eroe si addica agli atleti. Il nocciolo della questione, perciò, è che quando si parla di disabilità in televisione e sui media in generale l’obiettivo non è fare inclusione, ma suscitare sentimenti forti, pietismo, ammirazione smisurata, sensazionalismo.

Prova di questo è stato anche il collegamento in terza serata del Festival con un giovane che, in seguito a lesioni provocate da un pestaggio da parte di una baby gang, «ha avuto una sentenza terribile, tutta la vita in sedia a rotelle» e che desiderava partecipare al Festival come spettatore, ma non ha potuto.
Ora, nessuno discute che per un ragazzo di vent’anni sentirsi dire che passerà il resto della sua vita in carrozzina sia un’esperienza sconvolgente, ma ancora una volta si è voluto mirare alla pancia degli spettatori. Non è stato detto perché questo ragazzo non sia potuto andare a Sanremo; potrebbe essere che problemi che hanno impedito la sua partecipazione al Festival fossero veramente irrisolvibili, ma, non sapendolo, è lecito domandarsi se non si trattasse di questioni che con una reale volontà di inclusione si sarebbero potute risolvere.

Parlare di disabilità dal palco di Sanremo – un evento seguito ogni anno da milioni di spettatori e di cui si parla diffusamente su tutti i media – potrebbe essere un fatto molto positivo; il Festival, al di là delle opinioni che ognuno possa avere in merito, è una grossa cassa di risonanza. Il problema è come si parla di disabilità, come si presentano le persone con disabilità che non sono né poveretti condannati da “sentenze terribili”, né supereroi quando riescono, nonostante le difficoltà, a realizzare i propri sogni.
Sanremo anche sì, se sensibilizzasse sulle istanze di una reale inclusione, se per esempio si vedessero in gara cantanti con disabilità (ricordiamo Pierangelo Bertoli, Annalisa Minetti, Aleandro Baldi, per non parlare di Andrea Bocelli, ospite dell’ultima serata), giudicati, come tutti gli altri per la loro canzone e perfomance.
Sanremo anche sì, se ci si battesse perché tutte le strutture fossero accessibili, se si presentassero anche persone che, nonostante la disabilità, sono riuscite a realizzare i loro sogni. Ma si facesse questo senza sensazionalismo, senza l’obiettivo di far scendere la lacrimuccia alle signore delle prime file (“casualmente” inquadrate in quel momento), ma solo per spronare tutti, ognuno secondo il ruolo e la funzione ricoperta, a costruire una società sempre più inclusiva, dove sia normale che ogni persona, con o senza disabilità, possa realizzare al meglio se stessa, partecipando alla vita sociale alla pari di tutti gli altri.
Finché però il servizio pubblico non sarà in grado o, volendo pensar male, non vorrà fare questo, Sanremo? No, grazie!

*Il presente contributo è già apparso in “Persone con Disabilità.it” e viene qui riproposto, con minimi riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

Sul medesimo tema qui trattato, abbiamo già pubblicato i contributi di riflessione La rappresentazione della disabilità e il messaggio trasmesso al Festival di Sanremo di Fortunato Nicoletti (a questo link) e Ma Sanremo è davvero un contesto adeguato per affrontare un tema tanto complesso e articolato come la disabilità? di Tonino Urgesi (a questo link).

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