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«Ma lei ha una 104?»: un quesito da mettere subito al bando

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«Vorrei parlare – scrive Liana Cappato – del diritto al lavoro di quei caregiver che non sono nelle condizioni di fare altrimenti, o che semplicemente vogliono (e ne hanno pieno diritto) lavorare. Ad essi viene posta frequentemente una domanda: “Ma lei ha una 104?”. Ed è lì che incomincia una sorta di “mobbing legalizzato”, mentre dovrebbe essere un pieno diritto, per il lavoratore caregiver, di non essere discriminato perché ha un congiunto da assistere»

Come recita la nostra Costituzione, «L’Italia è una Repubblica Democratica fondata sul lavoro» ed è proprio così che dovrebbe essere per tutti e tutte, nessuno escluso.
Non voglio soffermarmi sul diritto al lavoro per le persone con disabilità, che viene quotidianamente offeso, calpestato, dimenticato, perché sarei ridondante e i contenuti sarebbero una mera ripetizione di quanto ho abbondantemente detto e scritto in passato, come hanno fatto tantissime altre persone molto più competenti di me. Oggi voglio piuttosto parlare del diritto al lavoro di quei caregiver che non sono nelle condizioni di fare altrimenti, o che semplicemente vogliono (e ne hanno pieno diritto) lavorare.

Finalmente si è capito che per consentire ad un caregiver di poter proseguire la sua attività lavorativa, un “accomodamento ragionevole”, per quanto riguarda orari e sede di lavoro, sia assolutamente necessario, ma non sempre, ahimè, sufficiente.
Il rapporto «lavoratore-datore di lavoro» è di per sé molto delicato perché esistono, com’è giusto che sia, gerarchie che vanno rispettate, altrimenti sarebbe il caos. Spesso, però, accanto a persone corrette e integerrime, appartenenti a queste categorie dirigenziali, hanno fatto notizia alcuni datori di lavoro che, di fronte a giovani donne aspiranti a un posto di lavoro, ponevano una domanda scomoda e sessista, invisa alla stragrande maggioranza delle persone con un minimo di senso di ciò che è giusto: «Signorina, cosa vorrebbe lei dalla vita? Vorrebbe dei figli?».
Oramai questa domanda non si fa più perché la più ingenua delle aspiranti, magari già “in dolce attesa”, risponderebbe che assolutamente non ha istinto materno. Allora càpita che l’attenzione di questi “alcuni datori di lavoro” si sposti sul “grande privilegio”” che noi caregiver, contenti del nostro ruolo e soprattutto del nostro dono (la disabilità dei nostri cari), avremmo e che, di conseguenza, cambi la domanda: «Signora, ma lei ha una 104? O due 104?».
«Non ho una 104! 104 è un numero! Ho un figlio con disabilità che richiede supporto e quindi lo Stato prova a tutelare lui e me con la Legge Quadro 104/92 e con altre leggi e decreti, il più delle volte disattesi. Perché me lo chiede?». «Signora, niente di che, mi devo solo regolare!».
Ed è in questo preciso momento che inizia quello che io chiamo, in modo piuttosto fantasioso, un “mobbing legalizzato”. Ci sono infatti situazioni in cui questa domanda può comportare che il lavoratore, magari con competenze comprovate, con anni di servizio alle spalle, con amore per il proprio lavoro che sa fare, venga collocato in posizioni più dequalificanti rispetto alle proprie competenze e rispetto a colleghi magari meno preparati, se non altro per questioni anagrafiche.

Prendiamo per esempio la scuola: un insegnante che, per svariati motivi, sia costretto a fare domanda di trasferimento dopo decenni di servizio, da sempre abituato a lavorare su una o due classi (nella scuola primaria), si ritrova a dover rispondere a questa feroce domanda proprio nel luogo dove l’inclusione, l’abbattimento di barriere ideologiche e la partecipazione si dovrebbero respirare a pieni polmoni. In questo caso dobbiamo dire grazie alla “buona scuola” che ha introdotto la figura del “docente di potenziamento”.
Ebbene, una volta che si risponde all’incauta domanda, il Dirigente Scolastico, in teoria, ha piena facoltà di non affidare al docente in questione alcuna classe o disciplina, ma di collocarlo appunto su “posto di potenziamento”, a orario anche intero. Per i “non addetti ai lavori”, questo dovrebbe essere una risorsa per le classi, ma chi lavora nella scuola sa che la risorsa di cui stiamo parlando equivale sì e no al vecchio “supplente”, nemmeno riconosciuto dai bambini stessi come figura di riferimento. E questo è fortemente punitivo (a meno che non lo richieda egli stesso) per un docente con anni di esperienza alle spalle, con viaggi in capo al mondo per insegnare in scuole dove, ai tempi (lì sì), era chiamato come supplente a fare quella “gavetta” che in tutte le professioni e mestieri si è chiamati a fare (quando si è giovani, alle prime armi e soprattutto, il più delle volte, senza figli o genitori con disabilità), e soprattutto con una situazione familiare già di per sé drammatica.
Sia chiaro, l’intento di queste righe non è certamente quello di sminuire la figura del “docente di potenziamento”, quanto piuttosto di ribadirne la valenza, senza dimenticare però che questa figura professionale può e dovrebbe rappresentare un “momento di crescita” costruttivo, per arrivare a gestire in autonomia una classe, con tutte le criticità annesse e connesse dei tempi che stiamo vivendo.

Ora mi piacerebbe che un dirigente, un capo d’azienda, un qualsiasi datore di lavoro, se proprio sente l’esigenza di investigare sulla vita privata delle persone, lo faccia per pura curiosità e non con secondi fini, perché, come non si deve chiedere a una donna se voglia o meno dei figli per decidere di assumerla e in che termini, la stessa cosa dovrebbe valere per i caregiver che si vedono discriminati rispetto ai giovani che invece avrebbero tanto bisogno di imparare dalla “vecchia guardia” e, nel caso della scuola, spesso trovano colleghi talmente pieni di sé i quali in classe, quando il docente di potenziamento chiede, ad esempio, se debba andare nella sezione A o B, rispondono: «È indifferente, vai dove preferisci…». È una situazione estremamente imbarazzante, per non dire frustrante per chi è “innamorato del suo lavoro” e lo svolge con coscienza nonostante le difficoltà che deve quotidianamente affrontare.

Ribadisco, questo io (e valgo solo per me) lo chiamo “mobbing legalizzato”. Essere caregiver e lavorare fuori casa non è semplice, e un Dirigente che sappia fare il proprio mestiere deve anche occuparsi del benessere del suo subalterno, perché da questo benessere ha origine il buon esito del lavoro che egli sarà chiamato a svolgere.
Il diritto ad astenersi dal lavoro tre giorni al mese non è un diritto proprio del lavoratore, non è la possibilità di riposarsi gratis per tre giorni, ma un diritto della persona con disabilità ad essere seguita per quei famigerati tre giorni non da un estraneo, ma da una persona a lei cara, e vale per tutte le persone con disabilità; per questa ragione non lo si deve chiamare “privilegio”. Privilegio è quel diritto che non è per tutti, mentre i tre giorni di permesso da Legge 104 sono previsti per tutte le persone con disabilità, non solo per alcuni. Quello che invece dovrebbe essere un diritto per il lavoratore caregiver è quello di non essere discriminato perché ha un congiunto da assistere.
Quindi chiedo a gran voce che la fatidica domanda («Ma lei ha la 104?») venga messa al bando, alla stregua dell’altro precedente quesito («Ma lei vuole avere dei figli?»), perché il risultato è similare.

*Presidente dell’Associazione Autismo Fuori dal Coro.

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Un dossier sulle limitazioni della libertà, dell’autodeterminazione e dei diritti della persona

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Verrà presentato il 10 ottobre, in occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale, “Il Diritto Fragile. Italia, 2026: Psichiatria, Tribunali e limitazioni della libertà, dell’autodeterminazione e dei diritti della persona”, dossier nel quale l’Associazione Diritti alla Follia ha raccolto una parte delle testimonianze e delle esperienze emerse durante la propria attività, mettendole in relazione con il quadro dei diritti e delle garanzie che dovrebbero tutelare le persone sottoposte a forme di coercizione o di limitazione della libertà

Verrà presentato pubblicamente il 10 ottobre, durante un incontro online promosso in occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale, Il Diritto Fragile. Italia, 2026: Psichiatria, Tribunali e limitazioni della libertà, dell’autodeterminazione e dei diritti della persona, importante dossier nel quale l’Associazione Diritti alla Follia ha raccolto una parte delle testimonianze e delle esperienze emerse nel corso della propria attività, mettendo le stesse in relazione con il quadro dei diritti e delle garanzie che dovrebbero tutelare le persone sottoposte a forme di coercizione o di limitazione della libertà.
Il webinar verrà registrato e trasmesso in differita alle 20,30 sulla pagina Facebook dell’Associazione. L’incontro sarà, appunto, «una presentazione pubblica, ma non una celebrazione», precisano da Diritti alla Follia, ritenendo che il dossier non rappresenti un punto di arrivo, ma «uno strumento per aprire ulteriori occasioni di confronto, online e in presenza, con persone direttamente interessate, professionisti, associazioni, ricercatori e istituzioni».

Il dossier nasce dall’esigenza di rispondere alla seguente domanda: «cosa accade quando, accanto alla narrazione istituzionale e professionale della psichiatria, vengono ascoltate le persone che quelle pratiche le hanno vissute direttamente?» Le risposte ottenute riguardano «TSO [Trattamenti Sanitari Obbligatori, N.d.R.], ricoveri psichiatrici, contenzione, trattamenti farmacologici non consensuali, misure di sicurezza, strutture residenziali, amministrazione di sostegno, procedimenti giudiziari e percorsi nei quali la possibilità di decidere, dissentire, uscire da una struttura o riappropriarsi della propria vita è stata vissuta come fortemente limitata». Si tratta di testimonianze individuali, che vengono presentate come tali, senza trasformare le stesse in statistiche, né affermare che ogni vicenda raccontata costituisca una violazione di legge o dei diritti umani.
Eppure la scelta di presentare il dossier il 10 ottobre non è casuale, perché Lived experiences heard: real voices, real change (“Esperienze vissute ascoltate: voci vere, cambiamento reale”) è esattamente il tema scelto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per l’edizione 2026 della Giornata Mondiale della Salute Mentale. Un tema che lega il “cambiamento reale” all’ascolto delle “voci vere”. Pertanto «ascoltare le persone, celebrare le loro “voci” e parlare di partecipazione ha senso soltanto se quelle voci possono realmente mettere in discussione ciò che esiste e contribuire a cambiarlo – sottolineano da Diritti alla Follia –. Altrimenti il rischio è che l’esperienza vissuta venga trasformata in una testimonianza da ascoltare per un giorno, mentre le decisioni continuano a essere prese altrove e da altri».

«Il nostro dossier – aggiungono dall’Associazione – prova a fare questo: non parlare delle persone senza le persone, ma partire dalle loro esperienze per interrogare il sistema nel quale quelle esperienze si sono prodotte. Nel dibattito pubblico sulla psichiatria, infatti, molto spesso la voce delle persone direttamente interessate rimane sullo sfondo. Si parla di diagnosi, trattamenti, servizi, protocolli, sicurezza, presa in carico. Si parla di ciò che dovrebbe essere fatto per una persona. Più raramente ci si ferma a chiedere che cosa abbia significato per quella persona vivere un TSO, essere contenuta, ricevere un trattamento contro la propria volontà, essere sottoposta a una misura di sicurezza, entrare in una struttura dalla quale non era possibile allontanarsi liberamente o vedere altri decidere al proprio posto. Il dossier prova a spostare il punto di osservazione. Non per sostituire una narrazione con un’altra narrazione dominante, ma per aggiungere appunto alla discussione ciò che troppo spesso manca: le esperienze di chi quelle decisioni le ha subite o vissute direttamente. È una forma di contro-informazione, nel senso di mettere a disposizione informazioni, testimonianze e questioni che normalmente faticano a trovare spazio nel racconto pubblico».

Proprio per rimarcare che le testimonianze raccolte non sono fini a se stesse, esse sono state «accompagnate da un’analisi delle questioni giuridiche e dei diritti fondamentali che entrano in gioco: libertà personale, autodeterminazione, consenso, capacità giuridica, garanzie giudiziarie, diritto all’informazione, possibilità di contestare una misura, condizioni di privazione della libertà e divieto di trattamenti inumani o degradanti». Un lavoro che ha assunto come riferimenti la Costituzione Italiana, la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, gli standard internazionali in materia di diritti umani e quelli elaborati dal CPT (Comitato Europeo per la Prevenzione della tortura).
«Il dossier è già stato trasmesso a diversi organismi istituzionali nazionali e internazionali affinché le esperienze raccolte possano essere conosciute anche da chi ha responsabilità di monitoraggio, tutela e promozione dei diritti».

In conclusione segnaliamo che il testo completo del dossier Il Diritto Fragile. Italia, 2026: Psichiatria, Tribunali e limitazioni della libertà, dell’autodeterminazione e dei diritti della persona”, curato da Diritti alla Follia, è già fruibile online sia nella versione italiana (a questo link), sia in lingua inglese (a quest’altro link). (Simona Lancioni)

Per ulteriori informazioni: dirittiallafollia@gmail.com; sito dell’Associazione Diritti alla Follia e pagina Facebook da cui è possibile seguire il webinar di presentazione del dossier previsto per il 10 ottobre alle 20,30).
Il presente contributo è già apparso nel sito di Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli e viene qui ripreso, con diverso titolo e alcuni riadattamenti al differente contenitore, per gentile concessione.

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La Giornata Mondiale della Vista nel segno della prevenzione: alcuni appuntamenti

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«Prevenzione, diagnosi precoce e riabilitazione visiva rappresentano strumenti fondamentali per intervenire tempestivamente e contribuire a preservare il più a lungo possibile autonomia e qualità della vita»: viene presentata così la Giornata Mondiale della Vista di oggi, 8 ottobre, promossa da IAPB, l’Agenzia Internazionale per la Prevenzione della Cecità, in occasione della quale numerose sono le iniziative curate dalle Sezioni locali dell’UICI. Ne segnaliamo alcune, in Basilicata, a Reggio Emilia e a Torino

Come abbiamo già segnalato nei giorni scorsi, oggi, 8 ottobre, è la Giornata Mondiale della Vista, evento promosso ogni secondo giovedì di ottobre dalla IAPB, l’Agenzia Internazionale per la Prevenzione della Cecità, e nel nostro Paese numerose sono le iniziative, elencate a questo link nel sito di IAPB Italia.
«Prevenzione, diagnosi precoce e riabilitazione visiva – come viene sottolineato in sede di presentazione dell’evento – rappresentano strumenti fondamentali per intervenire tempestivamente e contribuire a preservare il più a lungo possibile autonomia e qualità della vita». A tal proposito, risultano particolarmente importanti i controlli oculistici gratuiti promossi in collaborazione con varie Sezioni locali dell’UICI (Unione Italiana dei Ciechi e Ipovedenti).
Dopo avere quindi segnalato ieri quelli promossi dall’UICI di Modena (a questo link), oggi ricordiamo anche quelli in Basilicata ad Avigliano e Matera, a cura dell’UICI di Potenza e dell’UICI di Matera (a questo link un approfondimento; per ulteriori informazioni: Sissi Ruggi, ufficiostampa@sissiruggi.com), a Reggio Emilia, coincidenti anche con una conferenza stampa regionale a Olimpia di Gualtieri (a questo link un approfondimento; per ulteriori informazioni: Marzia Mecozzi, m.mecozzi@audiotre.com) e a Torino, anche qui con una conferenza in programma presso la Città della Salute del capoluogo piemontese (a questo link un approfondimento; per ulteriori informazioni: Lorenzo Montanaro, ufficio.stampa@uictorino.it). (S.B.)

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Interpello Nazionale ai sensi dell’art. 14 O.M. 27/2026 – Avviso finalizzato al reclutamento di docenti per l’insegnamento della Lingua Francese AM2A (Scuola I Grado) presso l’Istituto Comprensivo Statale di Santa Maria del Cedro (CS)

Ultime da A. T. P. Cosenza -

Ministero dell’Istruzione Ufficio Scolastico Regionale per la Calabria – Direzione Generale Ufficio V – Ambito Territoriale di Cosenza Via Romualdo Montagna, 13 – 87100 Cosenza e-mail: usp.cs@istruzione.it – Posta ...

Le barriere condominiali e la complessa tutela dell’accessibilità domestica

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Tra delibere assembleari fraintese, ritardi cronici nei contributi della Legge 13/89 e preventivi fuori mercato, il percorso verso l’autonomia domestica resta spesso un labirinto per persone con disabilità e caregiver. Vediamo perché il diritto alla mobilità e alla vita indipendente all’interno della propria abitazione continua a scontrarsi con barriere burocratiche, relazionali ed economiche che vanno cioè ben oltre i gradini di una scala

Il diritto alla mobilità e alla vita indipendente all’interno della propria abitazione continua a scontrarsi con barriere che vanno ben oltre i gradini di una scala. Esistono infatti barriere burocratiche, relazionali ed economiche che trasformano l’installazione di un ausilio per l’accessibilità – come un servoscala a poltroncina o una pedana per carrozzine – in un percorso logorante per le famiglie.
Dall’esperienza quotidiana di ascolto e orientamento a diretto contatto con persone con disabilità motoria e caregiver familiari emergono due criticità strutturali: la diffusa disinformazione sulla normativa condominiale e la totale asimmetria informativa sui costi effettivi di mercato.

L’ostacolo del condominio, ovvero il falso mito del “veto assembleare”
Uno dei motivi principali di rinuncia o rinvio dell’installazione è il timore dell’opposizione dei vicini di casa. Persiste ancora oggi la convinzione che, senza il consenso unanime o la maggioranza assembleare, sia impossibile installare un montascale nelle parti comuni dell’edificio. Ma la realtà normativa è profondamente diversa.
La Legge 13/89 e la successiva giurisprudenza civilistica stabiliscono un iter chiaro:
° La richiesta formale: la persona con disabilità (o chi ne cura gli interessi) richiede per iscritto all’amministratore la convocazione dell’assemblea per deliberare sulle innovazioni volte al superamento delle barriere architettoniche. L’assemblea deve pronunciarsi entro tre mesi, con la maggioranza agevolata prevista dall’articolo 1120 del Codice Civile.
° L’attivazione dell’articolo 1102 del Codice Civile: qualora l’assemblea respinga la richiesta o non assuma alcuna delibera entro il termine di tre mesi, la persona con disabilità ha il pieno diritto di installare a proprie spese l’impianto, purché non alteri la destinazione d’uso della scala e non impedisca agli altri condòmini di farne paritetico uso.
La giurisprudenza ha più volte ribadito che il diritto primario all’accessibilità prevale sui meri disagi estetici o su minime riduzioni della larghezza della rampa, a patto di salvaguardare il passaggio in sicurezza e i requisiti antincendio. Ciononostante, la mancanza di una figura tecnica neutrale porta spesso le famiglie a subire opposizioni illegittime e a rinunciare a un proprio diritto fondamentale.

La trappola dei contributi e l’opacità dei prezzi di mercato
Il secondo grande scoglio è di natura economica. I contributi a fondo perduto previsti dalla Legge 13/89 a gestione regionale e comunale risentono spesso di graduatorie sature e tempi di erogazione che possono superare i due o tre anni. Nel frattempo, l’esigenza di mobilità è quotidiana e non procrastinabile.
In questo quadro si inserisce una problematica commerciale complessa: nel mercato degli impianti di accessibilità non esistono listini ufficiali consultabili liberamente.
Questa asimmetria genera dinamiche distorte:
1. L’assenza di riferimenti oggettivi: come evidenziato dalle rilevazioni dell’Osservatorio sui costi dei montascale curato da Italia MontaScale, i prezzi reali di fornitura e posa per un impianto rettilineo standard si collocano mediamente tra i 3.000 e i 4.500 euro, mentre per scale curve o a più rampe la spesa oscilla tra i 7.000 e i 12.000 euro a seconda della complessità del tracciato.
2. Preventivi disomogenei e vendite aggressive: non conoscendo questi parametri, l’utente medio riceve preventivi commerciali con scarti anche di oltre il 60% per prodotti di pari categoria, spesso vincolati a sconti “validi solo se firmati oggi” durante il primo sopralluogo a domicilio.
A ciò si aggiunga la frequente confusione tra l’applicazione dell’IVA agevolata al 4%, la detrazione ordinaria per ristrutturazione edilizia e i requisiti legati alla Legge 104, su cui i cittadini faticano a trovare indicazioni coordinate e non di parte.

Verso una tutela preventiva
Garantire l’accessibilità abitativa non significa soltanto vendere e installare macchinari, ma tutelare il diritto del cittadino a compiere scelte consapevoli. Fornire alle famiglie strumenti di pre-qualifica indipendenti, chiarire in anticipo i limiti tecnici della propria scala e i diritti sanciti dalla legge prima di far entrare venditori in casa è il primo passo per rendere l’accessibilità un diritto reale, trasparente e privo di speculazioni.

*Co-fondatore dell’Osservatorio Indipendente Italia MontaScale.

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A Pagani nuovi spazi e opportunità per persone con autismo, ma anche memoria e impegno civile

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Domani, 8 ottobre, la Cooperativa Sociale Autismo e ABA di Pagani (Salerno) inaugurerà la seconda sede del proprio Polo per l’Autismo, ampliando gli spazi e le opportunità dedicati alle persone con disturbo dello spettro autistico, attraverso percorsi terapeutici, educativi, riabilitativi, laboratoriali e di inclusione sociale. E quegli spazi di cura e crescita, dedicati a vittime della criminalità mafiosa, saranno anche luoghi di memoria e testimonianza

Realtà impegnata da anni nel sostegno alle persone con autismo e alle loro famiglie, di cui segnaliamo spesso le iniziative, la Cooperativa Sociale Autismo e ABA di Pagani (Salerno) inaugurerà domani,  8 ottobre, la seconda sede del proprio Polo per l’Autismo (Via Ammaturo, Pagani, ore 19.30), con l’obiettivo di ampliare gli spazi e le opportunità dedicati alle persone con disturbo dello spettro autistico, attraverso percorsi terapeutici, educativi, riabilitativi, laboratoriali e di inclusione sociale.
«Un elemento che riteniamo particolarmente importante e simbolico della nuova sede – sottolineano da Autismo e ABA – è rappresentato dalla scelta di intitolare gli ambienti di terapia a vittime della criminalità mafiosa (Piersanti Mattarella, Simonetta Lamberti, Giancarlo Siani, Michele Ciarlo, Aniello Giordano, Carlo Alberto Dalla Chiesa), trasformando gli spazi dedicati alla cura e alla crescita dei nostri ragazzi anche in luoghi di memoria e testimonianza. Questa scelta nasce dalla nostra volontà di mantenere vivo il valore della memoria e dell’impegno civile. Anche nella nostra prima sede, del resto, alcuni ambienti erano stati dedicati a vittime della criminalità mafiosa, tra cui Marcello Torre, Antonio Esposito Ferraioli e Marco Pittoni, oltre alla Sala Falcone e Borsellino. L’inaugurazione di questa seconda sede, dunque, vuole rappresentare non soltanto l’apertura di una nuova struttura, ma la prosecuzione di un percorso che mette insieme autismo, inclusione, diritti, memoria e impegno sociale, attraverso un’esperienza territoriale che cerca appunto di coniugare la qualità dei percorsi rivolti alle persone con autismo, con una forte attenzione ai valori della solidarietà e della cittadinanza attiva». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: info@autismoeaba.it.

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Ad “ArTelesia” il cinema diventa spazio di partecipazione

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Non limitarsi a portare la cultura a pubblici diversi, ma creare le condizioni perché detenuti, studenti e persone con disabilità possano entrare nell’esperienza culturale come soggetti attivi: è la cifra della XVIII edizione del “Social Film Festival ArTelesia”, in corso a Benevento fino all’11 ottobre, con due proiezioni specificamente dedicate alla disabilità nella giornata del 9 (“Iva Inclusa” e “Confianza”) Il cortometraggio “Iva Inclusa” verrà proiettato il 9 ottobre al “Social Film Festival ArTelesia” di Benevento

Da oggi, 7 ottobre, fino a domenica 11, torna a Benevento il Social Film Festival ArTelesia, giunto alla sua diciottesima edizione. Cinque giornate nelle quali il cinema e l’audiovisivo diventano strumenti per mettere in relazione mondi ed esperienze differenti: la scuola, il carcere, la disabilità, le nuove generazioni.
Il tema scelto quest’anno è Eroi, termine che il Festival prova a sottrarre alla sua accezione più tradizionale per rivolgere lo sguardo anche alle persone che quotidianamente si confrontano con barriere, marginalità e stereotipi. L’obiettivo è soprattutto quello di non considerarle semplicemente destinatarie di un racconto, ma coinvolgerle direttamente nell’esperienza culturale e, quando possibile, nella sua costruzione.

In questa prospettiva si inseriscono due appuntamenti dedicati alla disabilità, in programma nel pomeriggio del 9 ottobre al Teatro Comunale Vittorio Emanuele. Vi sarà presentato in anteprima Iva Inclusa, cortometraggio diretto da Marianna Sartore e Mariella Rotondaro e prodotto dall’Associazione Culturale Libero Teatro, in collaborazione con l’AIPD (Associazione Italiana Persone Down.
Nella stessa sezione sarà proposto Confianza, docuspot diretto da Pierluigi Porta e realizzato nell’àmbito del progetto Open Stage Inclusion. Due lavori nei quali le persone con disabilità entrano nei processi creativi, andando oltre la più consueta rappresentazione della disabilità come semplice tema da raccontare.

Un analogo principio di partecipazione attraversa Cortincarcere, progetto che porta il cinema all’interno della Casa Circondariale di Benevento. Il 9 ottobre vi sarà proiettato Macbeth – Black Heart di Paola Beatrice Ortolani, alla presenza della regista, che incontrerà i detenuti per un confronto sul film. La cultura assume così anche la funzione di creare occasioni di relazione e di garantire l’accesso alla vita culturale in un luogo di restrizione della libertà.
Spazio quindi anche agli studenti, che attraverso il progetto Back to School non saranno soltanto spettatori delle opere in concorso, ma componenti delle giurie chiamate a valutarle. Scuole e università diventano quindi parte integrante del Festival, con incontri che vedranno tra gli ospiti Andrea Pisani e Stefano Fresi.
E ancora, il programma comprende anche l’anteprima mondiale di A Million Yard Stare di Ravi Gautam, l’8 ottobre, cui seguirà un confronto con il regista e alcuni membri della comunità ucraina.
La manifestazione si concluderà l’11 ottobre con il concerto del Laboratorio musicale didattico e inclusivo della Cooperativa Sociale iCare di Cerreto Sannita (Benevento), diretto dal maestro Marco Rosiello.

È il passaggio dalla presenza alla partecipazione a costituire uno degli aspetti più interessanti di questa edizione di ArTelesia: non limitarsi cioè a portare la cultura a pubblici diversi, ma creare le condizioni perché detenuti, studenti e persone con disabilità possano entrare nell’esperienza culturale come soggetti attivi. (F.V.)

A questo link è disponibile il programma completo del Festival. Per ulteriori informazioni: antolibere@gmail.com (Antonella Vitelli).

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Il “Dopo di Noi” non può restare una semplice promessa affidata alla tenacia dei genitori

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«Il successo della Legge 112/16 sul “Dopo di Noi” – scrive Guido Trinchieri – non si misura soltanto contando i progetti approvati o le somme impegnate. Si misura nella possibilità di scegliere dove e con chi vivere, nella qualità dei sostegni, nella continuità delle relazioni e nella serenità di una famiglia che finalmente intravede un futuro affidabile. E il “Dopo di Noi” non può restare una semplice promessa affidata alla tenacia dei genitori»

«Che cosa accadrà a mio figlio quando non potrò più essergli accanto?»: è una domanda che accompagna la vita di tante famiglie, spesso silenziosamente. Dentro ci sono amore, paura e il bisogno di sapere che il futuro della persona amata non dipenderà soltanto dalla propria capacità di resistere.
La Legge 22 giugno 2016, n. 112 è nata proprio per dare una risposta a questa preoccupazione. Si rivolge alle persone con disabilità grave, non determinata dall’invecchiamento o da patologie connesse alla senilità, prive di sostegno familiare oppure in vista del suo venir meno. Prevede di preparare questo passaggio già durante la vita dei genitori, attraverso una progressiva presa in carico rispettosa della volontà della persona.
La promessa di tale norma era importante: trasformare una preoccupazione vissuta come privata in una responsabilità condivisa dalle istituzioni, dai servizi e dalle comunità. Costruire, cioè, le condizioni perché ogni persona possa continuare a vivere con dignità relazioni significative e sostegni adeguati, anche quando la famiglia non sia più in grado di garantirli.
La legge avrebbe dovuto determinare un cambiamento non soltanto culturale, ma anche concreto nella vita delle nostre comunità. Riconoscere alla persona con disabilità un futuro proprio avrebbe dovuto tradursi in opportunità abitative, assistenza, servizi competenti e reti di prossimità. Avrebbe dovuto modificare il modo di programmare gli interventi, passando dalla gestione dell’emergenza alla preparazione del futuro.
Perché una casa, da sola, non basta. Servono persone di fiducia, continuità nei sostegni, occasioni di partecipazione e possibilità di scelta. È su questo terreno che si misura la distanza tra una buona legge e la sua effettiva attuazione.

Purtroppo, in troppi territori l’innovazione normativa non è stata accompagnata dalla preparazione necessaria per accoglierla. Procedure complesse, responsabilità frammentate, carenze organizzative e difficoltà di raccordo tra servizi hanno ostacolato la costruzione dei percorsi.
La Corte dei Conti, nella relazione approvata nel dicembre 2022, ha documentato ritardi nei trasferimenti e nella rendicontazione, oltre a difficoltà nel verificare l’effettivo utilizzo delle risorse per le finalità previste.
La burocrazia, anziché accompagnare l’attuazione della legge con regole chiare e controlli adeguati, rischia così di diventare un ostacolo. Le famiglie si trovano a inseguire informazioni, presentare documenti e attendere risposte, mentre il tempo della loro vita continua a scorrere.
A pagarne le conseguenze sono soprattutto le persone con disabilità e i loro familiari. Per un’amministrazione, un rinvio può essere una scadenza spostata; per un genitore che invecchia può significare un altro anno senza sapere chi si prenderà cura del proprio figlio. Per la persona con disabilità può essere un’opportunità di autonomia che non arriva.
Le risorse rimaste inutilizzate rendono questa distanza ancora più dolorosa. Occorre distinguere fondi non trasferiti, somme non spese, mancate rendicontazioni e restituzioni, senza confondere situazioni diverse. Ma esistono anche casi concreti di fondi restituiti: a Catanzaro, secondo quanto riportato nel dicembre 2025, oltre 404.000 euro delle annualità 2016 e 2018 sono stati restituiti dal Comune alla Regione Calabria. Non alle casse dello Stato, dunque, ma comunque risorse che in quel territorio non si sono trasformate tempestivamente nei sostegni attesi.
Dietro una somma non utilizzata non c’è soltanto un problema contabile. Può esserci un percorso mai avviato, una soluzione abitativa non realizzata, una famiglia rimasta sola. Non possiamo chiedere nuovi finanziamenti senza pretendere che quelli disponibili raggiungano le persone. Né possiamo interpretare le difficoltà di spesa come assenza di bisogni: dobbiamo individuare e rimuovere gli ostacoli che impediscono di dare risposte.

In questo quadro va chiarito anche il rapporto tra “Durante Noi” e “Dopo di Noi”. Preparare il futuro mentre i genitori sono presenti è coerente con la legge ed è spesso indispensabile. Il problema nasce quando questa preparazione si riduce a iniziative episodiche, prive di obiettivi verificabili e di una prospettiva di continuità. Un’esperienza temporanea fuori casa può avere grande valore se permette alla persona di conoscere un ambiente, costruire relazioni e sperimentare sostegni. Ma deve inserirsi in un percorso riconoscibile. La persona e la sua famiglia devono poter comprendere quali passi seguiranno, con quali risorse e con quali garanzie. Altrimenti si rischia di finanziare attività che terminano senza aver costruito una risposta duratura.
Il passaggio dalla casa familiare a un diverso contesto di vita richiede tempo e delicatezza. Coinvolge affetti, abitudini e fiducia. Non può essere imposto né affrontato soltanto quando una malattia o un lutto rendono tutto urgente. Va preparato gradualmente, ascoltando la persona con disabilità e accompagnando i familiari, senza colpevolizzarli per le difficoltà che incontrano.
La riforma introdotta dal Decreto Legislativo n. 62 del 2024 offre un riferimento essenziale: il progetto di vita parte dai desideri, dalle aspettative e dalle preferenze della persona e individua i sostegni necessari a realizzarli. La preparazione al venir meno del sostegno familiare deve trovare spazio dentro questa visione, evitando percorsi separati e risposte frammentarie.
Servono quindi Regioni capaci di guidare la programmazione e servizi territoriali messi nelle condizioni di lavorare insieme. Servono personale formato, procedure accessibili, responsabilità riconoscibili e finanziamenti che assicurino continuità. Soprattutto, serve il coinvolgimento effettivo delle persone con disabilità, delle famiglie e delle associazioni nella costruzione e nella verifica degli interventi.

Il successo della Legge 112/16 non si misura soltanto contando i progetti approvati o le somme impegnate. Si misura nella possibilità di scegliere dove e con chi vivere, nella qualità dei sostegni, nella continuità delle relazioni e nella serenità di una famiglia che finalmente intravede un futuro affidabile. E il “Dopo di Noi” non può restare una semplice promessa affidata alla tenacia dei genitori. Deve diventare una presenza concreta delle istituzioni e della comunità nella vita delle persone. È questo il cambiamento che la Legge 112/16 aveva indicato e che abbiamo ancora il dovere di realizzare.

*Presidente dell’UFHA (Unione Famiglie Persone con Disabilita).

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Alcune ragioni per cui il nuovo “Decreto Scuola” fa arretrare di parecchio l’inclusione scolastica

Superando -

Assegnazione delle ore di sostegno, le scadenze, il ruolo del GLO (Gruppo di Lavoro Operativo per l’Inclusione), il valore giuridico del titolo di studio, il PEI (Piano Educativo Individualizzato) e la sua natura: «sono i temi – scrive Paola Di Michele – su cui vorrei soffermarmi, per spiegare perché il recente “Decreto Scuola” fa compiere, a mio parere, un salto indietro di vent’anni all’inclusione scolastica degli alunni e delle alunne con disabilità» «È notorio, o dovrebbe esserlo – scrive Paola Di Michele – che il GLO (Gruppo di Lavoro Operativo per l’Inclusione), è ciò che, in piccolo, definiamo “comunità educante”. Ma in realtà, per chi lavora a scuola, i GLO sono l’essenza di ciò che non funziona»

Da oltre quindici anni si assiste ad una fiorente messe normativa che riguarda l’inclusione scolastica e alla relativa “fatica” delle singole scuole di comprenderla e tentare, spesso pro domo sua, di interpretarla.
Da quindici anni mi trovo nella perigliosa posizione di chi spiega la ratio e la tecnica della compilazione del PEI, il Piano Educativo Individualizzato (prima nei corsi regionali per assistenti all’autonomia e comunicazione e poi nei TFA sostegno, i Tirocini di Formazione Attiva), di chi ne parla nei convegni (soprattutto nell’aspetto per cui il PEI è parte attiva e integrante del Progetto di Vita), ma, soprattutto, nella posizione di chi il PEI materialmente lo scrive, lo coordina, lo mette in atto e lo valuta.
Ecco perché stavolta, digerita la prima dose di incredulità, mi ritrovo a dover elencare, punto per punto, i motivi per cui questo “urgente” “Decreto Scuola” [Decreto Legge 170/26, N.d.R.], fa compiere un salto indietro di vent’anni all’inclusione scolastica degli alunni e delle alunne con disabilità, nell’articolo, il primo, che la riguarda direttamente.
Tacerò dunque sulla storia del “tetto” per gli stranieri, tacendo altresì sul mancato utilizzo della terminologia corretta da parte del Ministero (ovvero “studenti Nuovi Arrivati in Italia”) o sull’evidente questione dell’inverno demografico che ci attanaglia da anni; tacerò sulla storia dei fantomatici burka e nikab che mai mi è stato concesso di vedere in alcuna scuola. Mi limiterò dunque ad un elenco che riguarda la sola inclusione degli alunni e delle alunne con disabilità.

L’assegnazione delle ore di sostegno
Se lo scopo è garantire le ore di sostegno richieste dal GLO (Gruppo di Lavoro Operativo per l’Inclusione), allora la modalità non è questa; notoriamente, sono gli Uffici Scolastici a destinare, centellinandole, le risorse. Prova ne è lo stillicidio di bollettini con cui vengono effettuate le nomine su sostegno dalle graduatorie provinciali e il fatto che, a tutt’oggi, circa un terzo degli insegnanti è “stabilmente” precario; ragionando in modo controintuitivo, inoltre, parlare di ore assegnate stabilmente è quanto di più lontano dalle logiche dell’ICF [la Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, N.d.R.], per cui le necessità, per fattori di sviluppo e di contesto, possono variare e può essere anche utile, a volte, diminuire il supporto necessario.
Come avrebbe detto Andrea Canevaro, e come dico spesso ai miei studenti, «A ciascuno ciò che spetta, né di più, né di meno», ovvero, è necessario sempre un ragionamento pedagogico serio che definisca i livelli di supporto necessari di volta in volta, per favorire l’autodeterminazione e non alimentare il cosiddetto “circolo dell’impotenza appresa”, favorendo le imperanti logiche di delega al sostegno che sono seriamente il vulnus più grande all’attuazione reale dell’inclusione scolastica.

Le scadenze
Sembrerebbe un’ovvietà, ma a quanto pare non lo è. A fine giugno, l’anno termina e si compila la Sezione 11 del PEI, ovvero la Relazione finale in cui si elencano i risultati raggiunti, quelli non raggiunti e quelli parzialmente raggiunti, cerando di comprenderne il perché e proporre eventuali aggiustamenti per l’anno successivo. Ergo, ciò che si fa a giugno è valutare l’efficacia del progetto passato, non definire il nuovo. Ed è proprio all’inizio dell’anno successivo che si scrive, ex novo, il nuovo PEI. Per altro, data la girandola di nomine (su tutte le classi di concorso, beninteso), raramente l’organico è completo e definitivo prima della fine di ottobre. E dunque, come può anche solo venire in mente che si possa approvare il PEI definitivo il 15 ottobre, realizzando in un mese l’osservazione, la progettazione di tutto il Consiglio di Classe e la relativa convocazione del GLO? Come si può ignorare che la piattaforma SIDI (Sistema Informativo dell’Istruzione), dove si potrebbe compilare il PEI online, risolvendo così l’annoso problema dell’accessibilità al documento da parte di tutti i membri del GLO, non sia ancora attiva?

Il ruolo del Gruppo di Lavoro Operativo
È notorio, o dovrebbe esserlo, che il GLO, il già citato Gruppo di Lavoro Operativo per l’Inclusione, è ciò che, in piccolo, definiamo “comunità educante”. Comprende tutto: il Consiglio di Classe, il Dirigente Scolastico, i genitori, le figure interne e esterne (ovvero i poveri assistenti all’autonomia e comunicazione che non vengono neanche citati dalla normativa) e i rappresentanti di ASL e Comuni.
Per chi lavora a scuola, i GLO sono l’essenza di ciò che non funziona: GLO convocati in orario di servizio che diventano un colloquio triste e solitario fra sostegno e genitori; GLO disertati dalle ASL e dai rappresentanti degli Enti Locali, in cui la scuola è l’ultimo e unico baluardo del diritto all’inclusione; GLO in cui la partecipazione dei docenti curricolari è una battaglia che spesso viene persa perché la logica della delega al sostegno regna sovrana; GLO in cui gli assistenti all’autonomia e alla comunicazione non vengono convocati o perché gli Enti Locali non pagano o perché, semplicemente, ci si dimentica di loro.
Ecco perché avallare l’assenza di una delle componenti ai fini della validità del GLO (i genitori) significa avallare una serie di cattivissime pratiche contro cui ci si batte da anni, perdendo sempre più terreno.

Il PEI e il valore giuridico del titolo di studio
Qui scendo più nel dettaglio. Nella scuola secondaria di secondo grado, dove ho la gioia di prestare servizio, gli insegnanti del Consiglio di Classe sono chiamati ad un compito ancora più gravoso nella stesura del PEI, ovvero decidere sul Percorso B, personalizzato che dà accesso al diploma, e il Percorso C, differenziato, che rilascia un semplice attestato delle competenze. Diventa cruciale, in questa modalità, un’accurata stesura della sezione curricolare, in cui ogni docente deve, in base alla progettazione curricolare di ciascun anno, personalizzare obiettivi disciplinari specifici, competenze, abilità e metodi di verifica. Si tratta di un compito delicato e importante, che serve a certificare, di anno in anno, gli obiettivi didattici e l’effettivo raggiungimento di competenze che cambiano perché cambiano, di anno in anno, i curricola didattici e il carico cognitivo che ogni disciplina richiede. E questo vale anche per il percorso differenziato. Perché il raggiungimento di competenze spendibili è lo scopo primario che porta all’autodeterminazione dello studente con disabilità. Perché, teniamolo bene a mente, il PEI è parte integrante del Progetto di Vita e ciò che progettiamo oggi determina la vita di domani.
Ergo, dopo anni passati ad inseguire e spiegare ai colleghi curricolari la necessità di compilare bene questa parte, è arrivato il momento di certificare la sconfitta della pedagogia delle competenze e del coinvolgimento di tutti nel processo di inclusione?

Il PEI e la sua natura: pedagogia vs burocrazia
E giungo alle considerazioni finali. Esiste da sempre una tendenza a burocratizzare l’educazione. A ridurla a griglie, dipartimenti, indicazioni nazionali e mappe concettuali linde e sintetiche. A semplificare, snaturare, anestetizzare la pedagogia a favore della burocrazia più sterile. Ma l’educazione è altro.
L’educazione è il regno dell’insondabile, del mutevole, del divenire. Ridurre il PEI a pura burocrazia è ciò contro cui lottano da sempre i bravi (e stanchi) educatori. Mi riferisco agli anni dei PEI in fotocopia, all’abitudine di scrivere il PEI in solitaria da parte degli insegnanti di sostegno, alla nuovissima tendenza dei PEI by chatgpt [tramite l’intelligenza artificiale, N.d.R.].
Ma ogni PEI è un oggetto vivo, mobile, umbratile. Suscettibile di errori e di cambiamenti. Perché ogni alunno/alunna è un universo in perenne mutazione. Parlare di «sopravvenute condizioni delle persone» le riduce a mera diagnosi, codice numerico, etichetta. Ignora gli aspetti psico-sociali, ovvero la relazione, lo sviluppo (rapido, a scatti, insondabile), il contesto.
Ciascuno di noi è tutto questo. E cristallizzare il PEI senza tenerne conto è dare ragione a tutti quelli che, in fondo, l’inclusione non la vogliono, non ne vogliono la fatica, non ne vogliono la sfida, non ne vogliono la difficoltà di immaginare una scuola per tutti e per ciascuno, in grado di cambiare tutte le volte che serve.
Panta rei, “tutto scorre”. Nulla è immutabile. Soprattutto se ci si assume la responsabilità di educare, di includere, di immaginare, per i nostri studenti e studentesse, un futuro che ancora non esiste.

*Insegnante di sostegno, già assistente all’autonomia e alla comunicazione.

Alla questione trattata nel presente contributo abbiamo dedicato i seguenti testi: Ma il Piano Educativo Individualizzato non è un impiccio burocratico! di ANFFAS Nazionale e AIPD Nazionale (a questo link); I nostri figli con disabilità non sono una pratica da snellire! di Marie Helene Benedetti (a questo link); Tutti quelli che dicono: il Piano Educativo Individualizzato non è affatto un impiccio burocratico! (a questo link); Piani Educativi Individualizzati di studenti e studentesse con disabilità: il Ministro scrive ai genitori (a questo link); Ancora a proposito dei Piani Educativi Individualizzati degli studenti e delle studentesse con disabilità di Roberto Speziale e Gianfranco Salbini (a questo link); Piani Educativi Individualizzati: la diagnosi può essere la stessa, un bambino no di ABC Italia (a questo link).

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A Viareggio il cinema che racconta le differenze senza stereotipi

Superando -

Sarà una giornata dedicata al cinema e ai suoi diversi modi di raccontare la disabilità, la fragilità e le differenze quella in programma per l’11 ottobre a Viareggio (Lucca), dove si terrà l’evento conclusivo del “Diversamente Film Festival”, manifestazione ideata e organizzata dall’Associazione K-Antares e dedicata all’inclusione, proponendo opere che cercano di rappresentare la disabilità e la diversità attraverso sguardi lontani dagli stereotipi

Sarà una giornata dedicata al cinema e ai suoi diversi modi di raccontare la disabilità, la fragilità e le differenze quella in programma per l’11 ottobre al Principino di Viareggio (Lucca), dove si terrà la premiazione finale del Diversamente Film Festival, ideato e organizzato dall’Associazione K-Antares.
Nato come festival cinematografico italiano dedicato all’inclusione, il Diversamente Film Festival propone opere che cercano di rappresentare disabilità e diversità attraverso sguardi lontani dagli stereotipi. Un progetto che nel tempo ha assunto una dimensione sempre più internazionale: per l’edizione 2026, infatti, sono state candidate oltre 3.000 opere provenienti da numerosi Paesi.
Nel corso della giornata saranno dunque proiettati e premiati i cortometraggi, i documentari e le animazioni finalisti, tra i quali anche produzioni attente all’accessibilità e alla CAA (Comunicazione Aumentativa Alternativa). La mattinata, dalle 10 alle 13, sarà riservata alla sezione internazionale, mentre dalle 15 alle 18 sarà la volta di quella italiana.

Alla base della manifestazione vi è l’idea che la partecipazione delle persone con disabilità non debba riguardare soltanto le storie raccontate sullo schermo, ma anche i processi attraverso i quali quelle storie vengono create. È la prospettiva che accompagna l’attività stessa di K-Antares, Associazione che dal 2013 promuove percorsi legati alla musica, al canto, al teatro e al cinema, nei quali persone con disabilità e fragilità sono coinvolte direttamente nella creazione artistica.

L’appuntamento dell’11 ottobre, a ingresso libero, sarà aperto al pubblico, alle famiglie, alle scuole, agli operatori sociali e culturali e alle associazioni. Una giornata, dunque, per incontrare opere e autori e per interrogarsi anche su come il cinema possa contribuire a costruire rappresentazioni della disabilità più autentiche e meno convenzionali. (F.V.)

Per ogni ulteriore informazione: ass.kantares@gmail.com.

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