
Inserito in un ciclo dedicato ai Disability Studies, promosso dall’Università per Stranieri di Siena, con l’obiettivo di creare uno spazio di riflessione e confronto sulla disabilità nelle sue dimensioni sociali, culturali ed educative, è in programma per il 20 aprile, presso l’Ateneo toscano (Aula 20 della sede di Piazza Rosselli, ore 14.30), l’incontro dal titolo Letteratura italiana contemporanea e disabilità.
A condurlo sarà Federica Millefiorini, docente dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, che offrirà un’esplorazione delle rappresentazioni della disabilità attraverso storie e voci della letteratura contemporanea. (S.B.)
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«È una geografia in costruzione, aperta, che può essere aggiornata, ampliata, attraversata e che restituisce la complessità di un movimento globale, fatto di esperienze, pratiche e visioni che si intrecciano. Ogni punto, infatti, racconta una storia e ogni realtà rappresenta un pezzo di quel cambiamento che, da decenni, attraversa il mondo e continua a ridefinire cosa significa davvero vivere in modo indipendente»: così l’Associazione sammarinese Attiva-Mente presenta un’iniziativa che riteniamo particolarmente meritoria e che ben volentieri segnaliamo a Lettori e Lettrici.
Si tratta di un Atlante dei Centri per la Vita Indipendente (raggiungibile a questo link) e, insieme a essi, di organizzazioni, reti e realtà affini che, in contesti molto diversi tra loro, lavorano ogni giorno per affermare diritti, autodeterminazione, assistenza personale e vita nella comunità.
«Una semplice iniziativa – aggiungono da Attiva-Mente – che presentiamo in avvicinamento alla Giornata Europea per la Vita Indipendente del 5 maggio, un modo per restituire forma e visibilità a una rete globale spesso poco raccontata». (S.B.)
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Si chiama Digitiamo ed è un progetto nato nel 2022 nell’àmbito dell’Associazione Aut Aut Modena, sorta nel 2003 per promuovere e coordinare attività di assistenza, formazione e raccolta fondi a sostegno delle famiglie di persone autistiche nella provincia di Modena.
Avviato con tre giovani, Digitiamo può oggi contare su ben ventidue partecipanti, impegnati su diverse commesse di lavoro a Modena, tra Gallerie Estensi, Archivio Diocesano, Ordine degli Avvocati, Tribunale, Conservatoria e aziende private. Così come già accaduto per Il Tortellante – laboratorio terapeutico-abilitativo nato anch’esso nell’àmbito di Aut Aut Modena, dove giovani e adulti nello spettro autistico imparano a produrre pasta fresca fatta a mano – anche Digitiamo si prepara a costituirsi come Associazione indipendente, con l’obiettivo di estendere le commesse anche alla Provincia di Modena. «Stiamo lavorando – sottolinea in tal senso Andrea Lipparini, presidente di Aut Aut Modena – per far crescere ulteriormente Digitiamo e portare questo modello anche oltre la città di Modena, ampliando le collaborazioni e le opportunità lavorative per le persone coinvolte».
Il progetto, va anche aggiunto, si inserisce in un più ampio percorso di inclusione lavorativa che, negli anni, ha coinvolto decine di persone con autismo con diversi livelli di funzionamento, offrendo opportunità concrete in contesti professionali reali. «Un’esperienza – dicono da Aut Aut Modena – che dimostra come il lavoro rappresenti uno degli strumenti più efficaci per promuovere inclusione e integrazione delle persone con autismo, valorizzandone al contempo competenze e potenzialità. E al centro di questi progetti vi è un’idea chiara: impostare attività lavorative concrete per superare stereotipi e isolamento e riconoscere nelle persone autistiche non solo soggetti da assistere, ma anche risorse capaci di contribuire in modo significativo alla comunità di riferimento».
Un’ampia e doverosa premessa di presentazione, per raccontare dell’incontro davvero speciale che ha coinvolto in questi giorni i partecipanti a Digitiamo e nello specifico quelli impegnati presso la Franco Cosimo Panini Editore, undici giovani nello spettro autistico, affiancati da quattro operatori e un coordinatore, che stanno portando a termine un lavoro di grande valore culturale, ossia la digitalizzazione completa delle storie a fumetti della Pimpa, la celebre cagnolina a pois rossi, pubblicate in oltre cinquant’anni, un patrimonio che conta oltre 1.600 storie, tra materiali del «Corriere dei Piccoli» e della rivista intitolata semplicemente «PIMPA».
Grande dunque è stata l’emozione, al pari dell’entusiasmo, nell’accogliere colui che la Pimpa creò nel 1975, ovvero Altan (pseudonimo di Francesco Tullio-Altan), il celebre fumettista, vignettista e autore satirico. La visita di Altan ha rappresentato infatti, per le persone di Digitiamo, un momento di reale emozione e riconoscimento. «Ho accettato con entusiasmo quando dalla casa editrice mi hanno proposto questa opportunità per la digitalizzazione del mio archivio», ha dichiarato l’autore, che ha potuto osservare da vicino le diverse fasi del lavoro, dialogando con i giovani e condividendo con loro la passione per la Pimpa.
L’iniziativa, come detto, si svolge presso i locali della Franco Cosimo Panini Editore, dove è stata trasferita per l’occasione la raccolta di riviste di proprietà dello stesso Altan. Già esperti nel campo della digitalizzazione documentale, i giovani coinvolti si alternano in sessioni di lavoro da tre ore ciascuna, scansionando con cura ogni singola pagina delle storie della Pimpa, archiviando le immagini su piattaforma digitale e riponendo le riviste in apposite buste, per garantirne la conservazione nel tempo. Le attività sono svolte in collaborazione con lo stesso personale della casa editrice, che ha riconosciuto nelle persone di Digitiamo professionalità e impegno. (S.B.)
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Nata recentemente a Trento, la Fondazione Scuola e Ricerca-Dario Ianes, come si legge nello Statuto di essa, «promuove attività che favoriscano la collaborazione tra scuola, ricerca e territorio in ottica di miglioramento e vantaggio reciproco, in particolare sui temi dell’inclusione, del successo formativo, dell’efficacia didattica, del benessere psicofisico e dell’innovazione». Si avvale anche di un Centro Multiprofessionale, con spazi propri e indipendenti, (studi professionali e sala d’attesa riservata), dedicato alla promozione del benessere, della crescita, del sostegno e dell’apprendimento lungo tutto l’arco dello sviluppo, dall’infanzia all’età adulta, accogliendo e valorizzando la collaborazione di professionisti impegnati nei percorsi di crescita, apprendimento e benessere personale, provenienti da diversi àmbiti e campi di esperienza.
Nei prossimi giorni, la Fondazione ha promosso una serie di incontri, per festeggiare la propria inaugurazione (a questo link la locandina con il programma completo), a partire dal pomeriggio di domani, 17 aprile, quando alle 15 si affronterà il tema Che cosa vuoi fare da grande?, per parlare di come si costruisce realmente un Progetto di Vita, ossia di spunti operativi per la sperimentazione sulla “riforma della disabilità”.
Oltre all’intervento della ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli, è prevista la partecipazione di Dario Ianes, docente dell’Università di Trento, condirettore del Centro Studi Erickson e “motore” della nuova Fondazione, oltreché di Francesca Palmas e Marco Espa, rispettivamente responsabile del Centro Studi e presidente nazionale dell’ABC (Associazione Bambini Cerebrolesi). (S.B.)
Ringraziamo Marco Espa per la collaborazione.
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Disabilità e lavoro, tra problemi e opportunità: questo il titolo dell’incontro online di taglio informativo, dedicato alle norme e alle misure a sostegno dell’inclusione lavorativa delle persone con disabilità, promosso per la mattinata del 22 aprile (ore 9.30-12.30) dalla LEDHA, la lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, componente lombarda della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie).
L’incontro vedrà la partecipazione di rappresentanti istituzionali e del mondo associativo, allo scopo di approfondire appunto gli strumenti normativi nazionali e regionali della Lombardia, i servizi per le persone con disabilità con bisogni di sostegno intensivo, il ruolo del disability manager e il coinvolgimento dei vari portatori d’interesse (stakeholder) del settore.
Introdotto e moderato da Angelo Achilli della FAND Lombardia (Federazione tra le Associazioni Nazionali delle Persone con Disabilità), il webinar sarà aperto dai saluti istituzionali di Vincenzo Falabella, presidente nazionale della FISH e Nazario Pagano, presidente nazionale della FAND.
Interverranno quindi Daniele Viola dell’ANFFAS Milano (Associazione Nazionale Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neuosviluppo), sul tema Gli strumenti normativi nazionali e regionali in materia di lavoro; Monica Mussetti della Regione Lombardia (La normativa regionale per l’’implementazione della legge); Giovanni Banfi dell’UICI Lombardia (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti) (Servizi efficaci per persone con disabilità con bisogno di sostegno intensivo); Massimo Magni della Cooperativa Alveare di Bollate (Milano) (Connotazione e impieghi della figura del disability manager); Alessandro Manfredi, presidente della LEDHA (Partecipazione e ruolo degli stakeholders). (S.B.)
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Doppio evento a Besozzo (Varese) per la FPICB (Federazione Paralimpica Italiana Calcio Balilla), con uno stage preparatorio della Nazionale di tale disciplina, dal 16 al 18 aprile, momento strategico per la preparazione tecnica e atletica in vista dei prossimi appuntamenti internazionali degli atleti selezionati dal commissario tecnico Giovanni Braconi e con la Coppa Italia del 18 e 19 aprile, riservata ad atleti con disabilità motorie in carrozzina e con disabilità intellettivo-relazionali provenienti da diverse Regioni italiane.
«Lo scorso anno – spiega Francesco Bonanno, presidente della FPICB, a proposito della Nazionale – gli Azzurri hanno scritto una vera e propria “pagina storica” della disciplina, vincendo in tutte le specialità ai Campionati del Mondo di Saragozza, in Spagna, oltre a conquistare la Coppa del Mondo per Nazioni. Ma per restare al vertice occorre tanta determinazione e tanto allenamento e per questo motivo abbiamo deciso di organizzare questo incontro per preparare gli atleti e per rafforzare il gruppo».
Per quanto riguarda invece la Coppa Italia, sono circa un centinaio gli iscritti, «un dato – conclude Bonanno – che testimonia il grande interesse degli atleti per questo evento sportivo. Per noi è già un risultato importante. Il calcio balilla paralimpico rappresenta una disciplina in costante crescita, capace di coniugare sport agonistico, inclusione sociale e accessibilità». (S.B.)
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Si riuniranno a Genova (AC Hotel by Marriott) il 18 e 19 aprile le famiglie dell’AISEA (Associazione Italiana Sindrome di Emiplegia Alternante), in occasione dell’incontro nazionale annuale di aggiornamento scientifico su questa patologia ultra rara, l’emiplegia alternante appunto, meeting durante il quale i medici impegnati nella ricerca scientifica su di essa forniranno aggiornamenti sull’evoluzione degli studi relativi alla patologia. Agli interventi scientifici si alterneranno per altro approfondimenti su temi inerenti la salute e la qualità di vita dei pazienti e delle famiglie.
La scelta di Genova quale sede dell’evento è in relazione allo svolgimento, il 17 aprile, dell’importante workshop internazionale organizzato e sponsorizzato dall’AISEA, in collaborazione con l’IRCCS Istituto Giannina Gaslini e la Gaslini Academy (a questo link un approfondimento sui contenuti), sul tema AHC and ATP1A3 Spectrum Disorders: Current Perspectives on Diagnosis, Management and Research (“Emiplegia alternante e sindromi dello spettro ATP1A3: aggiornamenti su diagnosi, presa in carico e ricerca”). (S.B.)
L'articolo Scienza, salute e qualità della vita: tutto sull’emiplegia alternante a Genova proviene da Superando.
«Una persona con invalidità al 100% riceve quest’anno dallo Stato 340,71 euro al mese (con un limite di reddito di 20.029,55 euro) e l’eventuale indennità di accompagnamento, per chi ne ha diritto, è pari a 552,57 euro (con nessun limite di reddito). Con tali importi si riesce a vivere in maniera dignitosa, tanto più dopo gli ultimi rincari a causa della guerra?». È con questa domanda retorica che Luca Faccio ha lanciato in questi giorni, sulla piattaforma web IoScelgo, una petizione rivolta all’attuale Governo e a quelli che seguiranno (raggiungibile a questo link), per chiedere «l’aumento dell’importo della pensione di invalidità civile adeguandola al costo del caro vita». (S.B.)
L'articolo Pensioni d’invalidità: una petizione ne chiede l’aumento proviene da Superando.
Marco Polo descrive un ponte, pietra per pietra.
«Ma qual è la pietra che sostiene il ponte?», chiede Kublai Khan.
«Il ponte non è sostenuto da questa o da quella pietra», risponde Marco,
«ma dalla linea dell’arco che esse formano».
Kublai Khan rimane silenzioso, riflettendo.
Poi soggiunge: «Perché mi parli delle pietre? È solo dell’arco che mi importa».
Marco risponde: «Senza pietre non c’è arco».
Italo Calvino, Le città invisibili
Per parlare correttamente di inclusione, bisogna farlo sottolineando che essa esiste solo in quanto inclusione in tutti i contesti e gli aspetti della vita: per chi si occupa di scuola, quindi, deve essere chiarissimo il concetto che il Piano Educativo Individuale (PEI) è parte integrante e non unica del Progetto di vita dello studente.
L’inclusione funziona solo se:
° le scuole applicano una mentalità generale e un approccio inclusivo;
° gli insegnanti curricolari hanno una base di pedagogia e metodologia inclusiva;
° gli insegnanti di sostegno sono motivati e formati su basi solidissime e in continuo aggiornamento;
° le strutture territoriali sociali e sanitarie sono in grado di garantire terapia, riabilitazione, progetti e supporto a scuole e famiglie;
° le famiglie sono dotate di forte resilienza, consapevolezza, supporto familiare ed extrafamiliare e capacità genitoriali più che solide.
Se una sola delle “pietre che formano l’arco” cede, tutto l’arco è in pericolo e rischia continuamente il crollo.
A proposito del Progetto di vita, dico sempre, quando formo futuri insegnanti di sostegno (in particolare dei cicli infanzia e primaria), di sforzarsi di immaginare i bambini con disabilità quando saranno adulti: ciò che stanno facendo è porre le basi della loro vita futura e da quelle basi dipende, in larga parte, la loro futura capacità di autodeterminarsi e partecipare la vita sociale, affettiva e lavorativa.
Nei quattordici anni trascorsi come educatrice scolastica fra infanzia e primaria, provenendo lavorativamente dal sistema del welfare sociale, ho sempre tenuto ben presente questo concetto di futura adultità. Ho progettato autonomie, implementato comunicazioni, favorito socializzazioni. Con le mie specifiche conoscenze sull’autismo, ho spesso supportato insegnanti di sostegno non adeguatamente formati sull’argomento e famiglie alle prese coi primi anni di difficoltà.
Ed è dalle famiglie che bisogna partire. Dal fatto che il nostro Sistema Sanitario irrompe nella vita di queste famiglie lanciando la “bomba” della diagnosi, troppo spesso senza accogliere, sostenere, spiegare cosa questa comporta per il loro futuro e quello dei figli, senza offrire sostegni o terapie cui pure avrebbero diritto (come specificato nei LEA-Livelli Essenziali di Assistenza).
E allora solo coloro che hanno una buona capacità genitoriale, i più tenaci, resilienti, dotati di capacità economiche riescono, in quel vuoto pneumatico che è il sistema pubblico di diagnosi e cura, a trovare un modo di affrontare il futuro incerto dei propri figli con disabilità. E gli altri? Quelli dalla genitorialità più incerta, privi di mezzi economici e supporto familiare? Spesso si chiudono nella negazione o nell’opposizione a tutto (anche alla scuola).
E poi c’è la Scuola. Scuola che troppo spesso è l’unico baluardo dell’inclusione e che, proprio per questo, lascia un vuoto incolmabile alla fine del ciclo scolastico.
Scuola che quasi mai vede il supporto tecnico e clinico dei neuropsichiatri infantili delle ASL, oberati da tali mole di lavoro da non essere quasi mai presenti nei GLO (Gruppi di Lavoro Operativo per l’Inclusione).
Scuola che praticamente mai vede Progetti di vita stilati dalle strutture sociali territoriali e che, se va bene, a volte può confrontarsi con terapisti privati che però, molto spesso, percepisce come elementi esterni e intrusivi al Sistema, nonché emanazione dei soli interessi delle famiglie.
Scuola in cui, a fronte di insegnanti della scuola primaria che hanno comunque almeno una base di psicopedagogia acquisita nei corsi di Scienze della Formazione primaria (ma non sempre), ci ritroviamo con insegnanti di scuola secondaria che provengono dalle formazioni più disparate a cui i nuovi percorsi abilitanti (da 30, 36, 60 CFU-Crediti Formativi Universitari) avrebbero dovuto donare competenze su valutazione, psicopedagogia, pedagogia inclusiva e che invece seguono corsi iperconcentrati senza selezione né all’ingresso né all’uscita e la cui qualità è fortemente discutibile.
Discorso simile vale per gli insegnanti specializzati su sostegno che, se privi di motivazione forte e convinta, formazione solida come l’acciaio e capacità di aggiornamento a ciclo continuo, finiscono per consolidare tutti i fallimenti che si riversano su di loro. E di certo non giova il fatto che i numerosi precari che affollano le nostre scuole debbano rispondere di una normativa sulla continuità che li vuole docili perché sottoposti al giudizio di famiglie e dirigenti scolastici.
Ecco dunque delineati tutti gli elementi del disastro.
Da cinque anni (dopo quattordici come educatrice principalmente all’infanzia e primaria) lavoro come insegnante di sostegno alla scuola secondaria di secondo grado; si tratta del nodo forse più critico di congiunzione fra l’inclusione scolastica e quella sociale e lavorativa, in cui bisogna preparare un passaggio delicatissimo: costruire competenze e abilità spendibili del mondo lavorativo e sociale e affermare seriamente il principio dell’autodeterminazione di studenti ormai quasi adulti.
Eppure, mai come prima, mi capita di prendere in mano situazioni che portano tutti i segni del disastro degli anni precedenti: famiglie che hanno mollato, studenti che hanno subìto e ormai introiettato una versione abilista (che li vuole innocui, “bambini per sempre” senza diritti e senza responsabilità), servizi completamente assenti, terapie mai svolte davvero con convinzione e continuità e scuole che hanno fatto il minimo sindacale e che, alle superiori, sono ossessionate dal valore legale del titolo di studio e terrorizzate dall’equipollenza delle prove di verifica.
E dunque, constato il disastro che mi si para davanti.
Per quanto possa progettare, cercare soluzioni e alleanze educative, tentare di suggerire testi, strumenti, metodologie, una pietra si sposta e il ponte cade. E alle superiori, il più del danno, spesso, è fatto e recuperare è una fatica immane.
La verità è che un fallimento pesa più di cento successi. Ma ci sono giorni che, nonostante tutto, ti rendi conto che l’unica cosa che puoi fare è sederti sul margine del disastro e osservarlo, senza poter far altro che questo: parlarne e andare avanti comunque nella convinzione che l’idea del mondo che ti guida è comunque quella giusta.
*Insegnante di sostegno, già assistente all’autonomia e alla comunicazione.
L'articolo L’inclusione scolastica e sociale può funzionare solo come sistema proviene da Superando.
Leggo con sconforto l’appello congiunto che le Associazioni Carrozzine Determinate e ANGSA Abruzzo (Associazione Nazionale Genitori di perSone con Autismo), hanno lanciato alle Istituzioni regionali, e in particolare a Nicoletta Verì, assessora alla Sanità della Regione Abruzzo, riguardo alla vicenda di Claudia di Roseto e di Daniele, suo figlio autistico, di cui riferisce Superando (si veda a Il caso di Claudia e la carenza in Abruzzo di strutture adeguate per i casi complessi di autismo grave).
Alcuni virgolettati esplicitano i contenuti della questione che si intende porre. «La storia di Claudia e di suo figlio Daniele – si legge nella nota delle due Associazioni -, già portata all’attenzione pubblica anche dagli organi di stampa [se ne legga ad esempio in «Il Trafiletto» al testo “Claudia, bipolare e con un figlio autistico, si racconta in un libro di poesie”, N.d.R.], rappresenta una realtà dolorosa e purtroppo non isolata. È la voce di una madre che ogni giorno affronta, da sola, una situazione estremamente complessa, aggravata anche da proprie importanti patologie di salute, senza il supporto adeguato che dovrebbe essere garantito dal sistema sanitario e sociale».
Comprendo lo sconforto ed esprimo solidarietà a tutte le persone con disabilità (non solo autistiche) e alle loro famiglie abbandonate da uno Stato che invece ha precisi obblighi nel garantire i diritti delle persone con disabilità. Obblighi che derivano sia dalla Costituzione, che dalla ratifica da parte dell’Italia della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, avvenuta con la Legge 18/09.
Confesso invece di rimanere spiazzata davanti alla richiesta successiva. Proseguono infatti Carrozzine Determinate e l’ANGSA Abruzzo: «Claudia pone questioni reali, profonde e urgenti, che solo chi vive direttamente queste condizioni può comprendere fino in fondo. Al centro vi è un problema gravissimo: la persistente assenza in Abruzzo di strutture residenziali adeguate per la presa in carico di casi complessi di autismo grave, come quello di suo figlio. Le strutture residenziali risultano infatti insufficienti o di fatto inadeguate per molte situazioni ad alta complessità assistenziale, con particolare riferimento ai casi più gravi. Questo determina una conseguenza drammatica: le famiglie sono costrette a rivolgersi a strutture fuori regione, spesso trovandosi però di fronte a liste d’attesa lunghissime e tempi incompatibili con la gravità delle condizioni cliniche».
In particolare non comprendo perché le due Associazioni sostengano che per «la presa in carico di casi complessi di autismo grave» sia necessario realizzare nuove strutture, quando la Convenzione ONU è fin troppo esplicita nel vietare l’istituzionalizzazione. Infatti la Convenzione impegna gli Stati che l’hanno ratificata ad assicurare, tra l’altro, che «le persone con disabilità abbiano la possibilità di scegliere, su base di uguaglianza con gli altri, il proprio luogo di residenza e dove e con chi vivere e non siano obbligate a vivere in una particolare sistemazione [grassetti di chi scrive]», così l’articolo 19 (Vita indipendente ed inclusione nella società).
Mi sembra che questo genere di comunicazione abbia l’effetto di normalizzare l’istituzionalizzazione, alimentando il pregiudizio, che purtroppo è già fin troppo diffuso, che per garantire i diritti umani delle persone con necessità di sostegno intensivo – il concetto di gravità è stato definitivamente superato dalle disposizioni contenute all’articolo 4 del Decreto Legislativo 62/24 – sia legittimo comprimere o negare la loro libertà personale, confinarle in luoghi speciali e separarle dal resto della popolazione.
Ecco, ritengo legittimo e doveroso chiedere tutti i sostegni intensivi necessari a garantire una vita dignitosa e autodeterminata ad ogni persona, a prescindere dalle sue caratteristiche individuali, e personalmente sarò sempre incondizionatamente al fianco di chi avanza una simile richiesta. La qual cosa tuttavia non legittima che si debba procrastinare il ricorso all’istituzionalizzazione, dal momento che, come abbiamo visto, essa è vietata dalla Convenzione ONU e anche il Comitato ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, ormai dieci anni fa, ha esplicitamente raccomandato al nostro Paese di porvi fine e di riassegnare le risorse a servizi basati sulla comunità (si vedano i punti 47 e 48 delle Osservazioni Conclusive al primo rapporto dell’Italia del 2016).
È ovvio che si tratta di un processo per la cui realizzazione è necessaria la definizione di uno specifico Piano Nazionale di deistituzionalizzazione, ossia l’individuazione di un percorso finalizzato a creare le condizioni per cui le persone attualmente istituzionalizzate possano tornare a vivere nei luoghi di tutti e tutte. Tuttavia, nel frattempo, è necessario lavorare per evitare che nuove persone vengano istituzionalizzate, insistendo invece per la sollecita predisposizione, per ogni persona che ne faccia richiesta, di un progetto di vita individuale, personalizzato e partecipato, del budget di progetto e degli accomodamenti ragionevoli necessari, tutti strumenti disciplinati dal già menzionato Decreto Legislativo 62/24.
Dunque chiedo, in modo rispettoso e senza alcun intento polemico, per quale motivo le due Associazioni di cui detto non stiano orientando le loro richieste ad una presa in carico attraverso gli strumenti introdotti dalla Riforma delineata dalla Legge Delega 227/21 in materia di disabilità, Riforma che, è importante ricordarlo, è esplicitamente orientata a favorire la deistituzionalizzazione e a prevenire l’istituzionalizzazione (si veda l’articolo 2, comma 2, lettera c, numero 12), e continuino invece a chiedere nuove strutture residenziali la cui valenza discriminatoria è tristemente documentata (si vedano, ad esempio, il Commento generale n. 5 – Vivere indipendenti ed essere inclusi nella collettività e le Linee guida sulla deistituzionalizzazione, anche in caso di emergenza pubblicati dal Comitato ONU rispettivamente nel 2017 e nel 2022).
Rilevo infine dal testo pubblicato da Superando un riferimento all’ASL di Teramo, quale soggetto da coinvolgere, dunque desumo che il giovane di cui si parla abiti in questa Provincia, una Provincia che risulta inclusa nella sperimentazione del Decreto Legislativo 62/24 attualmente in atto.
*Responsabile di Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli di Peccioli (Pisa).
L'articolo Perché chiedere strutture residenziali anziché progetti di vita personalizzati? proviene da Superando.
L’invito è rivolto a tutti i genitori di bambini con malattie croniche che desiderino trovare supporto e forza nella fatica quotidiana. L’iniziativa si chiama Un passo alla volta ed è nata a Settimo Torinese (Torino), per volontà dei genitori di una bimba di 4 anni. Si tratta in sostanza di un Gruppo di Auto Mutuo Aiuto per famiglie che affrontano la malattia cronica di un figlio, il tutto con l’obiettivo di rompere l’isolamento attraverso l’ascolto e la condivisione.
Un passo alla volta verrà presentato nel pomeriggio del 18 aprile, presso il Centro Famiglia di Settimo Torinese (Via Regio Parco, 33/a, ore 15.30), con un evento di festa che prevede un confronto tra genitori ed esperti, animazione e giochi per i bambini e una merenda insieme.
Il Gruppo si riunirà poi un sabato pomeriggio al mese. (S.B.)
L'articolo “Un passo alla volta” a Settimo Torinese, per i genitori di bambini con malattie croniche proviene da Superando.
Non solo uno spettacolo, piuttosto una rivoluzione gentile che usa lo stupore come bacchetta magica per trasformare il pregiudizio in accoglienza: Abracadown (se ne legga già sulle nostre pagine a questo e a questo link), il musical di magia ideato da Francesco Leardini e Danilo Melandri e animato da persone con sindrome di Down che ha registrato il tutto esaurito nei più grandi teatri italiani, diventa un tour, per arrivare direttamente nelle periferie e nelle moderne piazze di incontro e aggregazione che oggi sono i centri commerciali.
La prima tappa partirà dunque dal Centro Commerciale Casal Bertone di Roma, il 17 e 18 aprile, in un luogo particolarmente attento alle tematiche sensibili e profondamente radicato nel quartiere. «Preparatevi, quindi, a chiudere gli occhi – si legge nella presentazione – e a spalancare il cuore con il regno dell’illusione e dell’inclusione pronti a fondersi in un evento accessibile a tutti e contro ogni barriera mentale. Il cast dello spettacolo sarà protagonista di due giornate ideate per far vivere al pubblico del Centro Casal Bertone, situato a due passi dalla Stazione Tiburtina, una kermesse all’insegna dello stupore e della solidarietà. Oltre infatti all’emozionante show live delle persone che sono al centro di Abracadown, le famiglie potranno partecipare gratuitamente ai laboratori del Club Magico Fernando Riccardi i cui maestri insegneranno ai bambini come trasformare gli oggetti della vita quotidiana in strumenti di meraviglia. Ma il cuore pulsante dell’evento, ovviamente, saranno le due repliche giornaliere (16.30 e 18.30) dello show Abracadown, che vedrà i giovani con sindrome di Down trascinare il pubblico tra passi di danza, canzoni e recitazione».
L’ingresso allo show del Centro Commerciale Casal Bertone di Roma sarà gratuito. Per ogni ulteriore informazione: federicarinaudopress@libero.it (Federica Rinaudo).L'articolo “Abracadown”: lo stupore come bacchetta magica per trasformare il pregiudizio in accoglienza proviene da Superando.
La Disability Week, promossa dal 17 al 21 aprile dall’Università di Firenze, proporrà un programma articolato di iniziative, «pensato – come si legge nella presentazione – per rafforzare una cultura dell’inclusione, dell’accessibilità e della partecipazione attiva all’interno e all’esterno della comunità accademica».
Si partirà dunque nella mattinata del 17 aprile, come detto, con il convegno Sportability – Lo sport che unisce, ospitato dal Centro Polisportivo l’Affrico (Viale Fanti, 20, ore 10), con testimonianze di atleti e rappresentanti del mondo accademico e sportivo, e seguito da dimostrazioni pratiche di attività sportive.
Il 18 aprile, poi, vi sarà Senza Barriere – Itinerari tra Arte, Natura e Inclusione, percorso immersivo tra Piazza Santissima Annunziata e l’Orto Botanico (ore 10), iniziativa realizzata in collaborazione con l’Associazione Libero Accesso, seguita, allo stesso Orto Botanico (Via Micheli, 3, ore 12), dalla presentazione del progetto dell’area di addestramento della Scuola Nazionale Cani Guida della Regione Toscana.
Si passerà quindi al 20 aprile, presso lo Spazio Alfieri (Via dell’Ulivo, 8, ore 17.30), con un momento di riflessione culturale denominato Tra narrazione e realtà – Il cinema che parla di inclusione, attraverso la proiezione del film La vita da grandi di Greta Scarano, interpretato da Matilda De Angelis, con il dibattito successivo moderato da Maria Paola Monaco, delegata dell’Universigtà di Firenze all’Inclusione e alla Diversità.
Infine, il 21 aprile, presso il Museo dell’Opera del Duomo di Firenze (Piazza del Duomo, 9, ore 10), al centro vi sarà l’incontro Transizione scuola – lavoro. Buone prassi nel percorso di autonomia, con interventi istituzionali, tra cui quello della ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli e un confronto cui parteciperanno anche rappresentanti del mondo del lavoro e delle Associazioni.
Nel corso della mattinata verrà conferito inoltre il Premio Giulia Santoni agli autori Alessia Cassarà e Tommaso Fanucci e sempre il 21 aprile vi saranno visite oculistiche preventive gratuite in collaborazione con l’UICI (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti) al plesso di Via Capponi, 9.
«Gli eventi di questa Disability Week – afferma la rettrice dell’Università di Firenze Alessandra Petrucci – rappresenteranno un’occasione per riaffermare l’impegno verso l’inclusione da parte del nostro Ateneo, che da tempo ha attivato numerosi servizi di consulenza, orientamento, tutorato e supporto allo studio».
«Le iniziative in programma – aggiunge Maria Paola Monaco – uniranno formazione, cultura, cinema e politiche sociali, ossia i pilastri fondamentali per costruire una società più equa e inclusiva, che è uno degli obiettivi principali perseguiti dall’Università di Firenze». (S.B.)
L'articolo Formazione, cultura, cinema e politiche sociali: la “Disability Week” promossa dall’Università di Firenze proviene da Superando.
Ci sono strade a Bologna che hanno una loro identità spiccata, visibile, inconfondibile, in parte fatta di cose reali e in parte di leggende. Pensiamo a Via del Pratello, ai locali, alle ore piccole, alla kermesse per il 25 Aprile. Via Farini, la “Bologna bene”, circondata da piazzette alberate, palazzi dei “poteri”, negozi eleganti e anche di lusso, bar che hanno fatto storia.
Via Nosadella è certamente conosciuta, ma oltre ai giardini interni, ai campetti da calcio e alla bottega del pane di Piron el furnar, all’inizio della via, dove sono concentrati tutti i pochi negozi della strada, cela dietro ai portoni una realtà e una storia forse poco conosciuta, fatta di storia della disabilità, di impegno contro la marginalità, di costruzione di pace e decostruzione di guerra.
Lungo Via Nosadella
Lasciamoci alle spalle la farmacia all’angolo e proviamo ad incamminarci. A sinistra, dopo la chiesa, hanno abitato per lunghi anni le Edizioni Dehoniane (ora trasferite altrove) i cui libri e riviste hanno trattato infinite volte i temi sociali, letti dal punto di vista ecclesiale, ma anche laico.
La rivista «Il Regno», che compie quest’anno 70 anni, la più conosciuta, la collana sulla disabilità “Gli esclusi”, diretta da Andrea Canevaro, e la collana “Volontari perché” diretta da Luciano Tavazza, uno dei fondatori del volontariato moderno, quello nato negli Anni Settanta, che oltre ad agire, si occupa politicamente e culturalmente delle cause della marginalità.
Andrea e Luciano ci hanno lasciato, chi prima, chi dopo, regalandoci un’eredità preziosa nel campo della disabilità e del volontariato. Andrea è stato il pedagogista padre dell’integrazione scolastica degli studenti con disabilità, obiettore di coscienza in gioventù.
Luciano era romano (…pur essendo nato a Porretta Terme, dove il padre era ferroviere), Andrea abitava in Nosadella non lontano dai Dehoniani.
Passato l’incrocio con Via Ca’ Selvatica, i portoni sia di destra che di sinistra ci restituiscono impegni che vanno indietro di centinaia di anni. L’ex Convitto di Santa Elisabetta è ancora attivo e tra le varie attività tutte le mattine distribuisce la colazione a persone che si trovano in difficoltà.
Di fronte la Fondazione Gualandi ha raccolto l’eredità dell’antico omonimo Istituto per Sordomuti e gestisce varie attività nel campo delle persone sorde, come interventi di tipo educativo, attività laboratoriali e formative. Edita la rivista «Effeta» che esce da 120 anni (!!). Ha anche ristrutturato l’utilizzo dei locali, sono spariti ormai da molti anni il vecchio Cinema Sordomuti e l’omonima tipografia, sostituiti da scuola materna e scuola per l’infanzia. Il campo da calcio rimane, ma non ci giocano più i ragazzi della Polisportiva Silenziosi.
Tornando sul lato sinistro, l’ultimo portone di cui ci occupiamo prima di arrivare a Via Saragozza è al numero 48. Non serve entrare perché è la targa esterna che ci interessa, segnalando che lì ha abitato dal 1936 al 1942, gli anni del Liceo Galvani e i primi di Università a Lettere, Pier Paolo Pasolini, un altro che di emarginazione e stigma, anche sulla propria pelle, si è decisamente occupato.
Questi i nomi famosi, di Persone e Istituzioni, le cui vicende si sono dipanate “dietro ai portoni” di Via Nosadella. Poi curiosamente si potrebbero aggiungere molte altre persone che hanno lavorato o lavorano nei servizi di Bologna, pubblici o privati, legati alla disabilità; ne ho conosciute, abitando anch’io lì, almeno otto in 250 metri di strada.
La lotta all’eclusione è costruzione di pace
Ripercorrendo Via Nosadella all’incontrario dal n. 48 di Pasolini al n. 3 delle vecchie Edizioni Dehoniane, ricordo per ultimo, ma non ultimo, padre Angelo Cavagna, dehoniano anch’esso e giornalista, che in vita sua ha fatto in tempo a fare anche il contadino e il prete operaio.
Originario della montagna bergamasca, ma bolognese di adozione (…un po’ anche modenese). Impegnato particolarmente sul fronte pacifista e antimilitarista, è stato negli Anni Settanta/Novanta tra le figure italiane più importanti nell’àmbito della difesa dell’obiezione di coscienza al militare, nella promozione del servizio civile e delle forme di difesa non violenta, nella critica alle logiche militari e alle relative retoriche. Ha partecipato a missioni di pace durante la guerra nella ex Jugoslavia negli Anni Novanta. È tra i fondatori del GAVCI (Gruppo Autonomo di Volontariato Civile in Italia), che ha ospitato centinaia di obiettori di coscienza, e dell’organizzazione non governativa CEFA (Centro Europeo di Formazione Agraria).
Scomparso nel 2024, ad un anno dalla morte una cinquantina di ex obiettori di coscienza e altre persone di area pacifista si sono ritrovate per ricordarne la figura. Sono nate varie iniziative tra cui, visti i tempi che viviamo, una rassegna stampa quindicinale gratuita su pace/guerra/eserciti/armamenti/difesa nonviolenta (vi si accede a questo link) e soprattutto un volume a lui dedicato che partendo dai suoi scritti, costituisce una sorta di manuale per la formazione – attività che è obbligatoria – dei ragazzi e delle ragazze che svolgono il servizio civile volontario: Michelangelo Chiurchiù (a cura di), Padre Angelo Cavagna. Profeta della pace e della nonviolenza, Firenze, Multimage, 2026, con prefazione di don Luigi Ciotti (se ne può leggere a questo link).
Il volume, su iniziativa del CEFA e del Gruppo Amici padre Cavagna, verrà presentato nel pomeriggio del 28 aprile (ore 17,30), presso la Sala della Fondazione Barberini in Via Mentana, 2a, a Bologna (a questo link tutte le informazioni).
Padre Angelo e la disabilità
Anche Angelo ha lasciato la sua impronta nel mondo della disabilità, infatti, tanti degli obiettori del GAVCI, compreso chi scrive, hanno svolto il servizio civile sostitutivo nelle Associazioni dell’area disabilità (che allora, prima dell’abolizione della leva, durava 8 mesi in più della leva stessa, misura adottata per dissuadere da tale scelta). Di queste esperienze abbiamo anche raccontato nel Progetto memorie vive realizzato a Bologna da Istituzione Minguzzi, Comune e IRESS, sia nella parte dedicata alla disabilità (se ne legga a questo link), sia in quella riguardante il ruolo della realtà ecclesiale nella stagione della nascita dei servizi pubblici negli Anni Settanta/Ottanta (se ne può leggere a questo link).
Mi piace qui ricordare l’esperienza dell’AIAS di Bologna in cui gli obiettori hanno dato un impulso fondamentale in quelli che sono i due servizi più conosciuti a livello nazionale, come l’Ausilioteca e il Centro Documentazione Handicap, diventato poi, a fine Anni Novanta, un’Associazione autonoma. Anche in termini di professionalità ne sono state sfornate tante, con persone che, terminato il servizio civile, hanno lavorato o lavorano ancora nella realtà cittadina; almeno 4/5 educatori, un fisioterapista, tre giornalisti, uno psicologo e anche alcuni ingegneri elettronici e tecnici informatici impegnati sul fronte delle tecnologie assistive.
Insomma, Via Nosadella ha tanto da raccontare e, speriamo, ancora tanto da fare!
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