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Le persone con disabilità ultrasessantacinquenni non devono perdere la continuità assistenziale

Superando - 22 Aprile 2026 - 5:59pm

«Chiediamo alla nostra Azienda Sanitaria Provinciale e ai Comuni della nostra Provincia il rispetto delle norme più recenti – dicono dall’ANFFAS di Modica (Ragusa) – secondo le quali le persone con disabilità già accertata, al compimento del sessantacinquesimo anno di età, hanno diritto a non essere dimesse o escluse dai servizi e dalle prestazioni già in corso di fruizione e hanno altresì diritto alla continuità assistenziale nella medesima misura»

«Da mesi – si legge in una nota diffusa dall’ANFFAS di Modica (Associazione Nazionale di Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo), in provincia di Ragusa – informiamo l’Azienda Sanitaria Provinciale di Ragusa (ASP) e i Comuni della nostra Provincia su quanto contenuto nel Decreto Legislativo 29/24, attuativo della Legge Delega 33/23 in materia di politiche in favore di persone anziane, e in particolare all’articolo 33, comma 2 del Decreto, dove si specifica che una persona con disabilità che ha raggiunto l’età di 65 anni, non deve andare in strutture per anziani, ma può rimanere nella stessa struttura dove è stato assistito».
Il comma 2 dell’articolo 33 citato dall’Associazione recita infatti che «le persone con disabilità già accertata, al compimento del sessantacinquesimo anno di età, hanno diritto a non essere dimesse o escluse dai servizi e dalle prestazioni già in corso di fruizione e hanno diritto alla continuità assistenziale nella medesima misura, salva la cessazione delle prestazioni di invalidità civile che, secondo la legislazione vigente, si convertono, al ricorrerne dei requisiti, in assegno sociale. Le medesime persone hanno diritto ad accedere, anche dopo il sessantacinquesimo anno di età, ai servizi e alle attività specifiche per la condizione di disabilità, secondo quanto previsto dal progetto di vita individuale, partecipato e personalizzato, di cui all’articolo 2, comma 2, lettera c), della legge 22 dicembre 2021, n. 227 [grassetti nostri in questa e nella successiva citazione, N.d.R.]». Il tutto, aggiungono dall’Associazione siciliana, e facendo riferimento in questo caso al terzo comma del medesimo articolo, «fermo restando la possibilità di scegliere di accedere anche ad interventi e prestazioni previsti per le persone anziane e per le persone anziane non autosufficienti».
«Come Associazione – concludono dall’ANFFAS di Modica – chiediamo dunque il rispetto della norma, per evitare una perdita di continuità che non gioverebbe certo al benessere di molte persone con disabilità ultrasessantacinquenni». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: info@anffasmodica.it.

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“Il figlio piu bello”: una proiezione speciale a Milano

Superando - 22 Aprile 2026 - 5:32pm

Nell’àmbito del “Forum del Welfare 2026”, promosso dal Municipio 2 di Milano, è in programma per il 24 aprile nel capoluogo lombardo una proiezione speciale dedicata a “Il figlio più bello” di Giovanni Piperno e Stefano Rulli, racconto che attraversa oltre quarant’anni di vita familiare, mettendo al centro il legame profondo e complesso tra un padre e un figlio con il disturbo dello spettro autistico. All’iniziativa parteciperà anche la Fondazione lombarda Oltre il Blu

Nell’àmbito del Forum del Welfare 2026, promosso dal Municipio 2 di Milano, è in programma per la serata del 24 aprile, al Cinema Beltrade del capoluogo lombardo (ore 19.30), una proiezione speciale dedicata al film-documentario Il figlio più bello di Giovanni Piperno e Stefano Rulli, «racconto intimo e necessario – come è stato scritto – che attraversa oltre quarant’anni di vita familiare, mettendo al centro il legame profondo e complesso tra un padre e un figlio con il disturbo dello spettro autistico».
Interverranno per l’occasione Giovanni Piperno, in videocollegamento, Marina Viola, autrice del libro Il volo del tacchino e Fabrizia Rondelli della Fondazione Oltre il Blu di Val di Nizza (Pavia).
«Il figlio più bello – dicono da Oltre il Blu – è un film in cui crediamo molto perché riesce a trasformare l’esperienza individuale in riflessione universale. Accolta all’ultima Festa del Cinema di Roma come uno dei documentari più toccanti, l’opera non è solo un film sull’autismo, ma è anche un racconto sull’amore genitoriale, sul senso di colpa, sulla paura di non essere all’altezza e sulla necessità di accettare che i figli possano costruire un mondo che non ci appartiene». (S.B.)

Per altre informazioni: fondazione@oltreilblu.org.

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Lo stigma sulla disabilità: un’eredità millenaria da superare

Superando - 22 Aprile 2026 - 5:02pm

«La Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità – dice Giampiero Griffo – riafferma un principio che per millenni è stato cancellato: l’applicazione dei diritti umani alle persone con disabilità. Prima di questo documento internazionale, ciò non era mai stato riconosciuto in un documento legale a livello internazionale». Ripercorriamo dunque un lungo percorso storico in questa intervista di Maurizio Cocchi a Griffo, per arrivare all’oggi, e parlare di leggi, associazioni, giovani, mass-media e molto altro ancora Pieter Bruegel il Vecchio, “Parabola dei ciechi”, 1568 circa, Museo Nazionale di Capodimonte, Napoli

Siamo a vent’anni dall’approvazione della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, ma sembra che le cose non vadano ancora per il verso giusto. È necessario capire cosa freni questo processo: lo stigma che fin dall’antichità colpisce le persone con disabilità non solo resiste, ma sembra diffondersi e ramificarsi. Come spieghi questo fenomeno, Giampiero?
«Il tema centrale è la ricostruzione di un aspetto spesso trascurato nella pratica di trasformazione introdotta dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità. La Convenzione riafferma un principio che per millenni è stato cancellato: l’applicazione dei diritti umani alle persone con disabilità. Prima di questo documento internazionale, ciò non era mai stato riconosciuto in un documento legale a livello internazionale.
Se ripercorriamo la storia, partendo dai Greci e dai Romani, vediamo i trattamenti atroci cui siamo stati sottoposti. A Sparta i neonati con malformazioni venivano abbandonati sul Monte Taigeto perché non considerati potenziali soldati; lo stesso Aristotele condivideva l’idea che queste persone dovessero essere soppresse. A Roma, le Leggi delle Dodici Tavole imponevano che il bambino malformato fosse ucciso o gettato dalla Rupe Tarpea. Persino Seneca, filosofo della temperanza, sosteneva che i bambini “difettosi” dovessero essere eliminati. Fin dall’antichità, l’idea che la malformazione psicofisica non dovesse essere accettata era radicata nella società.
Dopo la caduta dell’Impero Romano, per tutto il Medioevo le persone con limitazioni funzionali potevano, nel migliore dei casi, vivere come mendicanti. Nonostante il Cattolicesimo abbia introdotto il concetto di “persona”, questo non includeva effettivamente le persone con disabilità, spesso viste come la conseguenza di una sorta di maledizione divina. Anche nel Buddhismo troviamo l’idea che una condizione come la poliomielite sia il frutto di colpe commesse in una vita precedente.
Con la Rivoluzione Industriale, quindi, le persone con disabilità avrebbero iniziato ad essere considerate prevalentemente come “improduttive” e già dopo la Guerra dei Trent’anni nel Seicento, erano comparse le prime forme di istituzionalizzazione per i reduci di guerra: l’Hôtel des Invalides in Francia è il capostipite di questi ospedali segreganti che oggi chiameremmo istituti.
Successivamente, questa pratica si è estesa alla salute mentale e alla disabilità intellettiva. Tra il Seicento e il Settecento, i centri caritativi religiosi assunsero caratteristiche “curative” e nello stesso tempo nacquero i manicomi. Tuttavia, quella “cura” significava separazione dalla società: vivere in un luogo chiuso perché la limitazione funzionale non era accettata e le persone rinchiuse erano appunto considerate non in grado di vivere in società».

Tra Ottocento e Novecento, poi, nascono le scienze mediche moderne e cosa accade?
«Accade che si iniziano a categorizzare le patologie e a definire la gravità dei livelli di limitazione. Dopo la prima guerra mondiale, con 8 milioni e mezzo di reduci feriti e mutilati, sia soldati che civili, si scelse di affrontare il problema basandosi esclusivamente sulle loro caratteristiche sanitarie. Si adottarono i princìpi di risarcimento elaborati in Germania alla fine dell’Ottocento per gli invalidi del lavoro e di guerra. Quando si sente dire che qualcuno è “invalido al 100%”, quella cifra non dice nulla sulla persona, ma solo sulla sua condizione patologica, producendo una lettura criminalizzante e negativa della persona stesso, creando un’immagine di totale incapacità.
La continuità nel tempo di questo stigma è diventato senso comune. La società accetta l’idea che chi si muove in sedia a rotelle, chi non vede e non sente, chi abbia una disabilità intellettiva e relazionale sia una persona “malata” o “incapace”. Nel mio caso, quel “100%” dimentica che io sono laureato, che ho visitato 75 Paesi, che ho condotto una vita indipendente e che sono stato leader di movimenti internazionali. Pregiudizi simili sono radicati persino tra chi dovrebbe sostenere l’inclusione: studi recenti indicano infatti che circa il 70% degli aspiranti insegnanti di sostegno nutre pregiudizi verso gli alunni con disabilità.
Nel 2016, a Ginevra, la valutazione del primo decennio della Convenzione ONU ha evidenziato che l’ostacolo principale rimane il sistema di welfare basato sul modello medico/individuale. Lo stigma è stato introiettato dalle Istituzioni e dalle stesse famiglie, portando le persone con disabilità a credere di essere loro “sbagliate”, anziché capire che è la società che le discrimina e le esclude. La Convenzione ONU mette in crisi questo modello: la disabilità non è la mia limitazione funzionale psicofisica, ma l’incontro tra quella condizione e le barriere, gli ostacoli e le discriminazioni che mi “disabilitano”.
L’eredità culturale di questo stigma è l’abilismo, l’idea cioè che chi progetta un prodotto, un servizio o una città debba pensare solo a chi non ha limitazioni. È una visione contro natura, perché l’essere umano perfetto non esiste. Siamo tutti cittadini e cittadine con caratteristiche differenti. La sfida è far riconoscere la cittadinanza in uguaglianza di opportunità per tutti, tutelando i diritti umani. Per questo serve l’empowerment, cioè combattere l’impoverimento individuale e sociale a cui siamo stati sottoposti: le persone con disabilità devono essere i soggetti della propria emancipazione».

Giampiero Griffo

Questo ragionamento è molto solido per le disabilità fisiche e sensoriali, ma sembra più difficile da applicare alle disabilità intellettive e psichiche.
«Anche qui credo ci sia molto da discutere. Franco Basaglia diceva che “visto da vicino, nessuno è normale”. Ognuno di noi ha limiti: chi non è portato per la matematica, chi ha poca memoria, chi è goffo. Ogni essere umano ha un funzionamento diverso. La perfezione non esiste. Gli 8 miliardi di esseri umani che abitano il nostro pianeta sono tutti diversi e hanno in varie forme piccole e grandi limitazioni funzionali.
Per la disabilità intellettiva, la definizione migliore (accolta anche dall’AAIDD, la Società Americana di Disabilità Intellettiva e Relazionale) è proprio quella di “funzionamento differente”. Non manca qualcosa a queste persone: esse funzionano in modo diverso, con propri comportamenti, linguaggi e potenzialità. Se non vengono comprese e trattate sulla base del loro modo di funzionamento, di un’attività tecnica e umana capace di valorizzarle culturalmente e socialmente come cittadini, restano etichettate come “incapaci”.
Recentemente, un teologo cieco neozelandese ha sollevato un punto critico nella teologia cattolica: dove sono collocate le persone con disabilità? Spesso vengono viste in tre modi: come testimonianza della sofferenza di Cristo sulla croce (ma io non soffro per la poliomielite, sento invece una sfida ad essere incluso!), come soggetti di carità (tornando ad essere oggetti) o come persone prive di autodeterminazione. Finché vengono valutate come “mancanti di qualcosa”, si continuerà a investire poco su di loro, relegandole in istituti o in centri diurni a “fare la plastilina” per tutta la vita!
Anni fa, un’indagine della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità) nei centri diurni lombardi raccolse lo sfogo di una persona con disabilità intellettiva: “Che palle, mi fanno fare solo la plastilina!”. Questa è la mortificazione dei diritti umani che nasce dallo stigma e dalla mancata comprensione delle potenzialità delle persone. Paradossalmente, i dati Eurostat dicono che in Europa il numero di persone in istituto sta crescendo, nonostante la Convenzione ONU dica e chieda l’esatto opposto. Anche in Italia, nei Decreti Attuativi della Legge Delega 227/21, la parola “deistituzionalizzazione” è stata bandita rispetto alle intenzioni originarie della legge stessa che la prevedeva».

Noi attivisti cerchiamo di adeguare la normativa alla Convenzione, sperando che questo porti un cambiamento culturale. Ma siamo indietro: i mass-media, infatti, non affrontano il problema adeguatamente. Fortunatamente ci sono giovani che attaccano l’abilismo. Secondo te, le Associazioni dovrebbero avere un ruolo più incisivo?
«Il salto culturale sancito dalla Convenzione ONU è enorme. Se prendiamo il Decreto Legislativo 62/24, applicativo della citata Legge Delega 227/21, vediamo che introduce la definizione di persone con disabilità della Convenzione, ma chi valuta ancora le persone? I medici legali dell’INPS. Finché l’accesso ai diritti e ai benefìci dipenderà dunque solo da una percentuale di invalidità, la nostra vita sarà decisa da un parametro esclusivamente sanitario.
L’articolo 26 della Convenzione (Abilitazione e riabilitazione), spesso non applicato in Italia, distingue la “salute” dalla riabilitazione e dall’”abilitazione”. La riabilitazione serve a recuperare funzioni perdute o limitate, ma l’abilitazione interviene sulle persone che hanno limitazioni funzionali per farle accedere a tutti i diritti: sociali, educativi, lavorativi, vita indipendente ecc. L’approccio abilista-riabilitativo ha spesso peggiorato le condizioni delle persone: nel mio caso, ad esempio, sono stato operato più volte per “mettermi in piedi”, ma dopo 15 anni di fatica con le stampelle ho rotto le spalle e sono tornato in carrozzina in condizioni peggiori di prima. Avrei potuto imparare a vivere bene in sedia a rotelle da subito, se il modello non fosse stato così ossessionato dalla “normalizzazione” medica e da standard di salute abilisti.

Maurizio Cocchi

Dal canto loro, le Associazioni devono cambiare passo: non fermarsi alla logica del “dateci i soldi”, che scarica le responsabilità sociali della disabilità sulle famiglie, e impiegare maggiore impegno e capacità di sviluppare l’empowerment delle persone e di tutela dei diritti umani. In altre parole, devono formare le persone a considerarsi cittadini e cittadine titolari di diritti.
La Legge 227/21 ha introdotto nei Comuni con più di 50 dipendenti la figura del responsabile dell’inclusione e dell’accessibilità, che dovrebbe pianificare il superamento delle barriere ambientali e favorire l’inclusione in tutti gli àmbiti di competenza comunale (accessibilità fisica e digitale, inclusione lavorativa, educativa e sociale, progettazione di servizi ed azioni positive ecc.). Eppure, molte Associazioni non ci stanno lavorando, pur avendo un nuovo potere di interlocuzione con i comuni e restando concentrate solo su un aspetto della condizione di disabilità, ossia il tema della limitazione funzionale, dimenticando le barriere fisiche, sociali e culturali (mancanza di pari opportunità e discriminazioni).
I giovani hanno una consapevolezza maggiore e premono per progetti di vita indipendente, partecipati e personalizzati. È un concetto innovativo che però fatica a entrare nelle università e nei sistemi di welfare, ancora troppo rigidi e gestiti dagli operatori senza un confronto reale con le persone e con le famiglie. Se le persone non vengono formate, non avranno mai gli strumenti per confrontarsi alla pari con i tecnici. Così come questi ultimi dovrebbero essere formati sulla base della Convenzione ONU.
Infine, i mass-media restano influenzati dallo stigma e nonostante qualche buona prassi, il linguaggio e la percezione generale rimangono ancorati a una visione medico-individualistica che ci penalizza e continua a stigmatizzarci.

*Giampiero Griffo è attivista per i diritti umani, studioso dei diritti delle persone con disabilità, membro del Consiglio Mondiale di DPI (Disabled People’s International) e del Consiglio dell’EDF, il Forum Europeo sulla Disabilità, oltreché preziosa e frequente firma di Superando; Maurizio Cocchi è pedagogista, già presidente di Cooperativa Sociale, attivista per le persone con disabilità e anch’egli firma di Superando (info@mauriziococchi.net). Entrambi sono persone con disabilità motoria.

La versione video della presente intervista di Maurizio Cocchi a Giampiero Griffo è visibile in YouTube nel canale presente a questo link e direttamente a quest’altro link.

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Finanziamento destinato al potenziamento di interventi di didattica inclusiva a favore degli studenti con disabilità certificata: Esiti Avviso regionale A.S. 2025/2026

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Dubbi e difficoltà nel percorso scolastico: il progetto “Batticuore”

Superando - 22 Aprile 2026 - 2:08pm

Promosso dall’Associazione piemontese Erreics, “Batticuore”, operativo dal prossimo mese di maggio, sarà uno spazio gratuito di ascolto e orientamento, pensato per accompagnare le famiglie nel percorso scolastico dei figli, puntando a riduren la solitudine, a prevenirne il disagio e a favorire una maggiore consapevolezza sui temi dell’apprendimento e delle neurodivergenze

Si chiama Batticuore ed è un progetto che diventerà operativo dal prossimo mese di maggio, promosso dall’Associazione piemontese Erreics di Rivoli (Torino), per offrire alle famiglie un punto di riferimento concreto nei momenti in cui emergono dubbi o difficoltà legate al percorso scolastico e alla crescita dei figli.
Consiste in uno spazio gratuito di ascolto e orientamento, pensato appunto, come spiegano i promotori, «per intercettare precocemente i bisogni, accompagnare le famiglie e costruire insieme percorsi chiari e sostenibili, anche nel dialogo con la scuola. Fondata su un approccio integrato e accessibile, l’iniziativa punta in sostanza a ridurre la solitudine delle famiglie, prevenire il disagio e favorire una maggiore consapevolezza sui temi dell’apprendimento e delle neurodivergenze».
Erreics si avvale anche della collaborazione da parte della Fondazione Irene, che da anni si occupa di intervento educativo, psicologico e didattico nell’ambito delle neurodivergenze. (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di approfondimento sui contenuti del progetto Batticuore dell’Associazione Erreics. Per ogni altra informazione: elviralarizza@libero.it.

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“The Pitt”: non “medici con disabilità”, ma semplicemente medici nel caos di un pronto soccorso

Superando - 22 Aprile 2026 - 1:34pm

La rappresentazione delle persone con disabilità nella serie televisiva americana “The Pitt” è fatta bene perché non viene trattata come un tema. Puntata dopo puntata, infatti, non c’è un “momento rivelazione” in cui tutto si ferma e la disabilità diventa il cuore del racconto. E i medici protagonisti non portano il peso simbolico di “rappresentare” una categoria, ma sono semplicemente medici, nel caos di un pronto soccorso Una scena tratta dalla serie televisiva “The Pitt”

Ogni anno ci sono quelle due-tre serie TV che “bisogna guardare”. Perché ne parlano tutti, perché le clip più emozionanti e divertenti inondano i social media, perché intercettano un tema forte e che colpisce particolarmente il pubblico. The Pitt è sicuramente una di queste.
Due stagioni da quindici puntate ciascuna. Ogni puntata racconta quello che succede in un’ora all’interno del pronto soccorso del Pittsburgh Trauma Medical Center negli Stati Uniti. Il nome della serie viene proprio da qui: un gioco di parole in inglese tra il diminutivo del nome della città (Pittsburgh) e pitt, ovvero “pozzo”, “fossa”. Un termine duro che fa emergere da subito lo spirito della serie: il pronto soccorso è affollato, il personale non è sufficiente e deve dare fondo a tutte le proprie energie (spingendosi spesso ben oltre il limite) per dare una risposta a tutti.

Un medical drama con tutti gli ingredienti del caso: interventi d’urgenza per salvare vite, sconforto e dolore per la perdita, adrenalina, momenti gioia e riscatto. Un medical drama molto ben fatto e che offre uno spaccato della società statunitense: i traumi lasciati dalla pandemia da Covid, l’ansia delle famiglie prive di assicurazione sanitaria, che non possono permettersi i costi di farmaci e interventi chirurgici, la violenza degli agenti dell’ICE che non si fermano nemmeno davanti alle porte di un pronto soccorso.

Puntata dopo puntata c’è un altro elemento di cui ci accorge pian piano. In The Pitt c’è molto racconto della disabilità. Ci sono, innanzitutto, i pazienti e questo è facilmente comprensibile perché tutti rischiano di finire al pronto soccorso. Ed ecco quindi il giovane uomo con autismo che finisce in sovraccarico emotivo a causa delle luci forti e del gran rumore.
E poi, nella seconda stagione, una donna sorda che viene a lungo ignorata in sala d’attesa e che quando riesce finalmente a incontrare un medico, non può comunicare perché l’interprete della lingua dei segni non è immediatamente disponibile.
E poi ci sono i medici. Uno dei più tosti del reparto, il dottor Jack Abbot, è un ex militare che ha subito un’amputazione a una gamba: un’informazione che viene rivelata quasi per caso.
Caleb Jefferson è un medico psichiatra, molto rispettato e la sua disabilità (è in carrozzina) non è un elemento centrale del personaggio, ma un fatto neutro a cui nessuno presta particolare attenzione.
Melissa “Mel” King, è una specializzanda al secondo anno: capelli biondi sempre legati in una treccia, sguardo serio. Mostra alcuni tratti codificati come tipici delle persone con autismo (ad esempio qualche difficoltà nel cogliere i segnali sociali e una predisposizione per i compiti ripetitivi), ma nella serie non si parla di una diagnosi di neurodivergenza. Al contrario, possiamo vedere molte sue sfaccettature mentre il personaggio si sviluppa nel corso delle puntate: la sua compassione quando consola una bambina che sta perdendo la sorella, la sua sincerità mentre stringe amicizia con gli altri medici, la sua competenza nelle diagnosi.

Tutti i personaggi (piccoli e grandi) sono veri, credibili. In modo particolare quello della dottoressa King, costruito grazie alla consulenza della direttrice del Jefferson Center for Autism & Neurodiversity di Philadelphia che ha aiutato gli sceneggiatori a scrivere un personaggio che non scivolasse negli stereotipi solitamente associati a questa condizione (ad esempio quella del “genio asociale” del protagonista di un’altra serie di sucesso, The Good Doctor).
La rappresentazione delle persone con disabilità in The Pitt è fatta bene per un motivo molto semplice: non viene trattata come un tema. Puntata dopo puntata non c’è un “momento rivelazione” in cui tutto si ferma e la disabilità diventa il cuore del racconto. Abbot, Jefferson, King non sono lì per insegnare qualcosa allo spettatore, non portano il peso simbolico di “rappresentare” una categoria. Sono semplicemente medici, nel caos del pronto soccorso. Ordinari, nel senso migliore del termine. Sono “solo” personaggi ben scritti e raramente la televisione ha fatto qualcosa di più rivoluzionario.

*Il presente contributo è già apparso in “Persone con disabilità.it” e viene qui ripreso, con diverso titolo e minimi riadattamenti al differente contenitore, per gentile concessione.

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La dignità non si proclama, si garantisce!

Superando - 22 Aprile 2026 - 1:15pm

«C’è una distanza enorme tra le parole e i fatti – scrive Daniela Mignogna -: da una parte si riempiono piazze e discorsi di ideali: famiglia, valori, futuro. Dall’altra ci sono vite concrete fatte di file infinite, richieste ignorate, sostegni promessi e mai arrivati. Non è retorica, è quotidianità. Chi vive accanto a una persona con disabilità conosce bene questo divario. Sa cosa significa dover insistere per ottenere ciò che dovrebbe essere garantito»

C’è una distanza enorme tra le parole e i fatti. Da una parte si riempiono piazze e discorsi di ideali: famiglia, valori, futuro. Dall’altra ci sono vite concrete fatte di file infinite, richieste ignorate, sostegni promessi e mai arrivati. Non è retorica, è quotidianità.
Chi vive accanto a una persona con disabilità conosce bene questo divario. Sa cosa significa dover insistere per ottenere ciò che dovrebbe essere garantito. Sa cosa vuol dire organizzare ogni giornata come una piccola battaglia, tra uffici che rimandano, servizi insufficienti e una solitudine che pesa più di tutto il resto.
Non serve celebrare la famiglia in astratto se poi, nella pratica, viene lasciata senza strumenti. Non basta parlarne nei momenti pubblici, se poi manca una presenza concreta quando serve davvero.
Il punto non è negare l’importanza della famiglia, ma smettere di usarla come slogan. Perché dietro quella parola ci sono persone reali, con bisogni reali, che non possono vivere di promesse.
E finché questo scarto resterà così evidente, ogni discorso rischierà di suonare vuoto.

*Referente per l’Emilia Romagna del Coordinamento Nazionale CFU (Caregiver Familiari Uniti).

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Personale ATA – Indizione, ai sensi dell’articolo 554 del decreto legislativo n. 297/1994 e dell’ordinanza ministeriale 23 febbraio 2009, n. 21, dei concorsi per titoli per l’aggiornamento e l’integrazione delle graduatorie per l’accesso ai ruoli...

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“Oltre la vista, oltre la SLA”: la ventunesima edizione

Superando - 22 Aprile 2026 - 12:58pm

Correre e camminare insieme per superare barriere e stereotipi, cementare legami e dimostrare che le persone abitualmente descritte come “fragili” in realtà possono offrire aiuto agli altri: ci sarà tutto questo in “Oltre la vista, oltre la SLA”, manifestazione podistica non competitiva che il 25 aprile a Torino vivrà la ventunesima edizione, sempre a cura della Polisportiva dell’UICI di Torino, a sostegno della ricerca medica sulla SLA (sclerosi laterale miotrofica) La partenza dell’edizione dello scorso anno di “Oltre la vista, oltre la SLA”

Correre e camminare insieme per superare barriere e stereotipi, per cementare legami, per dimostrare che le persone abitualmente descritte come “fragili” in realtà possono offrire aiuto agli altri: ci sarà tutto questo in Oltre la vista, oltre la SLA, una manifestazione podistica non competitiva molto speciale, che il 25 aprile, al Parco Michelotti di Torino (partenza alle 9.30), vivrà la sua ventunesima edizione, sempre a cura della Polisportiva dell’UICI di Torino (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti), a sostegno della ricerca medica.
«Come rivela il suo stesso nome – dicono dall’UICI torinese – Oltre la vista, oltre la SLA nasce con un doppio obiettivo: superare le barriere culturali (infatti persone con e senza disabilità visiva corrono e camminano insieme, fianco a fianco e in perfetta sintonia), ma anche sostenere la ricerca contro la SLA (sclerosi laterale amiotrofica), se è vero che l’intero ricavato, al netto delle spese, viene donato al CRESLA (Centro Regionale Esperto per la ricerca sulla SLA) della Città della Salute di Torino, polo d’eccellenza a livello europeo. Una sensibilità, questa, nata dall’incontro con Piero Mallen, atleta e infaticabile volontario della nostra Polisportiva, scomparso prematuramente proprio a causa di una forma di SLA, alla cui memoria la manifestazione è dedicata. Tenendo dunque fede a una promessa rinnovata negli anni, finora sono stati donati all’équipe medica circa 94.000 euro».

La corsa sarà aperta a tutti e tutte, sia a chi corre che a chi cammina. Si potrà partecipare come singoli, ma anche in gruppo, con una Società Sportiva e la squadra più numerosa sarà premiata con il Trofeo Piero Mallen. Due i percorsi tra cui scegliere, uno da 10 chilometri, l’altro da 5. Uno speciale itinerario, inoltre, con partenza alle 10.45, sarà riservato ai più piccoli e saranno bene accetti anche gli amici a quattro zampe. Ai primi 1.000 iscritti, infine, sarà garantito il pacco gara con la maglietta ufficiale e ci saranno in palio anche alcuni premi a estrazione, tra cui week-end per due persone in Valle d’Aosta e cene al buio.
La manifestazione si avvarrà del patrocinio della Regione Piemonte, della Città di Torino, delle Circoscrizioni 7 e 8 del capoluogo piemontese, dell’ASL Città di Torino e del CIP Piemonte (Comitato Italiano Paralimpico).

«Di anno in anno – sottolinea Angelo Panzarea, presidente della Polisportiva UICI Torino, a nome dell’intero Consiglio Direttivo -, questa manifestazione, grazie all’instancabile lavoro dei volontari, è diventata un punto di riferimento per la città. Di questo siamo molto felici, perché tutto ciò ci ha permesso di costruire legami profondi e di sostenere in modo concreto la ricerca medica. E l’entusiasmo con cui le persone rispondono ci spinge ad andare avanti, puntando a fare sempre meglio. Invitiamo quindi tutti a condividere con noi questo prezioso momento di sport, inclusione e impegno solidale». (S.B.)

Per ogni ulteriore informazione e approfondimento: ufficio.stampa@uictorino.it (Lorenzo Montanaro).

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Prova suppletiva della procedura finale di valutazione della procedura selettiva per l’attribuzione delle posizioni economiche finalizzate alla valorizzazione professionale del personale A.T.A. all’interno delle Aree, di cui al decreto ministeriale n....

Ultime da USR Calabria - 22 Aprile 2026 - 12:52pm

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Ma lo sport è davero accessibile a tutti e tutte? Se ne parlerà a Torino

Superando - 22 Aprile 2026 - 12:23pm

Lo sport è davvero accessibile a tutte e tutti? Quali modelli di corpo, abilità e successo vengono promossi? E in che modo questi modelli influenzano la partecipazione delle persone, in particolare di chi vive condizioni di disabilità o marginalità? Si svilupperà a partire da queste domande, l’incontro sulla “Performatività nello sport”, nuovo appuntamento in programma domani, 23 aprile, a Torino, nell’àmbito della rassegna Racconti di Cambiamenti, voluta dalla Fondazione Time2

Lo sport è davvero accessibile a tutte e tutti? Quali modelli di corpo, abilità e successo vengono promossi? E in che modo questi modelli influenzano la partecipazione delle persone, in particolare di chi vive condizioni di disabilità o marginalità? Si svilupperà a partire da queste domande, l’incontro sulla Performatività nello sport, nuovo appuntamento in programma domani, 23 aprile, a Torino (presso Open, Corso Stati Uniti, 62/b, ore 18), nell’àmbito della rassegna Racconti di Cambiamenti, per proporre una riflessione condivisa su come ripensare le pratiche sportive affinché diventino luoghi di benessere, espressione e partecipazione, oltre la logica della competizione e della prestazione.

Già ampiamente presentata a suo tempo anche sulle nostre pagine, Racconti di Cambiamenti è una rassegna di incontri mensili avviata nel febbraio scorso e che si protrarrà fino a settembre, rivolta a persone giovani adulte con e senza disabilità con meno di 35 anni, progetto che nasce come un laboratorio civico e relazionale allo scopo di favorire il coinvolgimento attivo delle giovani generazioni sui temi di maggiore attualità sociale, culturale e politica.
Promossa dalla Fondazione Time2 di Torino, la rassegna punta in sostanza a stimolare partecipazione, consapevolezza e senso di appartenenza alle comunità, rafforzando al tempo stesso il legame con la community di riferimento di tale Fondazione, intesa come luogo di partecipazione culturale e civica. In tal senso, il ciclo di incontri si inserisce all’interno del programma Cambiamenti, avviato da Time2 nel 2023, per accompagnare progetti capaci di trasformare i contesti di vita, rendendoli più accessibili, inclusivi e partecipativi per le persone con disabilità. Durante i vari appuntamenti, infatti, i 13 progetti di Cambiamenti (a questo link gli enti che ne sono capofila) prenderanno parte ad essi attraverso pratiche concrete con cui hanno lavorato sull’accessibilità e sull’inclusione dei contesti. E a questo dialogo, in ogni appuntamento si affiancherà la collaborazione con Hangar Piemonte, agenzia per le trasformazioni culturali della Regione Piemonte.

Durante l’incontro di domani interverranno Andrea De Beni, formatore e facilitatore, esperto di mentoring e di intelligenza emotiva; esponenti di Sport Time2, la Società Sportiva della Fondazione che allena squadre di sport unificato, in cui persone con e senza disabilità giocano insieme; rappresentanti di Balon Mundial, promotore di sport inclusivo e comunitario a livello internazionale; componenti di Disform, Associazione che lavora per cambiare la cultura dello sport e renderlo più equo e dell’AICS Torino, Società Sportiva che con il progetto Sport tra pratica e partecipazione, promuove lo sport come spazio di benessere, inclusione e partecipazione attiva, ripensando la performance in chiave accessibile, sostenibile e rispettosa delle diverse esperienze.
Ad accompagnare l’incontro sarà anche la Libreria Binaria, che proporrà una selezione di letture legate al tema della serata.

Nei prossimi Racconti di Cambiamenti, il focus sarà sull’accessibilità della politica giovanile (21 maggio), sui quartieri e le città collaborative (18 giugno), sulla diversità culturale e il dialogo interculturale (23 luglio), fino alla chiusura del 23 settembre, con un incontro dedicato ai festival come spazi sicuri e accessibili. (S.B.)

La partecipazione agli incontri della rassegna Racconti di Cambiamenti è libera, con prenotazione tramite questo link. Per ogni ulteriore informazione: Ufficio Stampa Fondazione Time2 (Silvia Bellucci), silviabellucci@bellspress.com.

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Tecnologie assistive: servirebbe una legge a livello europeo per accedervi alle stesse condizioni in ogni Paese

Superando - 22 Aprile 2026 - 12:00pm

«Una legge europea volta a garantire pari condizioni, maggiore disponibilità e un accesso più semplice alle tecnologie assistive per le persone con disabilità, in tutti i Paesi dell’Unione Europea, ciò che attualmente non accade affatto»: è una delle richieste dell’EDF, il Forum Europeo sulla Disabilità, rispetto al prossimo aggiornamento, da parte della Commissione Europea, delle azioni contenute nella Strategia Europea per i Diritti delle Persone con Disabilità

Una delle principali richieste dell’EDF, il Forum Europeo sulla Disabilità, rispetto al prossimo aggiornamento, da parte della Commissione Europea, delle azioni contenute nella Strategia Europea per i Diritti delle Persone con Disabilità, riguarda la necessità di una legge a livello continentale per un accesso paritario alle tecnologie assistive. «Attualmente – spiegano infatti dal Forum -, a seconda del Paese dell’Unione Europea in cui vivono, le persone con disabilità hanno diversi livelli di accesso alle tecnologie assistive e differenti sistemi di certificazione nazionale, che in alcuni casi impediscono di ottenere ciò che è più adatto alle esigenze delle persone».

Per proporre alcuni esempi di quanto detto, l’EDF cita ad esempio la Francia, dove una persona cieca deve pagare 400 euro per lo stesso software di screen reading che una persona cieca spagnola può ottenere gratuitamente tramite l’organizzazione spagnola per i ciechi.
Oppure accade che una persona con paralisi cerebrale abbia la necessità di un dispositivo di comunicazione alternativa che tuttavia nel suo Paese non è qualificato come tecnologia assistiva e dunque non è rimborsabile.
O ancora, ci sono Pasi in cui una persona con disabilità uditiva può ricevere dalla propria assicurazione un apparecchio acustico del costo di 9.000 euro, mentre avrebbe bisogno, invece, di un modello di qualità superiore del costo di 13.000 euro. Ma l’assicurazione non lo permette: o quello da 9.000 euro o niente.
«Legislazioni, supporti inadeguati e dinamiche di mercato diverse – commentano quindi dal Forum- che inducono molte persone a rinunciare a dispositivi di assistenza adatti alle loro esigenze, perché non disponibili nel loro Paese, troppo costosi o non rimborsabili».

È dunque alla luce di quanto esposto, che secondo l’EDF, per risolvere il problema, la Commissione Europea dovrebbe proporre una legge volta a garantire maggiore disponibilità e un accesso più semplice ai dispositivi di assistenza in tutta l’Unione, ciò che sarebbe in linea con le sue competenze in materia di concorrenza e mercato unico nell’Unione stessa.
In particolare, dicono dal Forum, «quella norma dovrebbe istituire un meccanismo di riconoscimento reciproco dei dispositivi di assistenza. Se cioè una tecnologia assistiva è riconosciuta come tale in un paese dell’Unione Europea, dovrebbe essere riconosciuta anche in tutti gli altri. Andrebbero poi proposte misure affinché gli Stati Membri rendessero le tecnologie assistive più accessibili, includendo ad esempio un sostegno statale all’acquisto di dispositivi di assistenza, l’introduzione di disposizioni volte a rendere più semplici, flessibili e rapide le procedure nazionali di accesso alle tecnologie assistive».
La nuova norma, inoltre, dovrebbe anche puntare molto sia sull’informazione che sulla ricerca, «facilitando l’accesso alle informazioni sulle tecnologie assistive disponibili – sottolineano dal Forum -, istituendo centri indipendenti a livello nazionale per fornire supporto nella scelta delle stesse tecnologie assistive, coinvolgendo attivamente le organizzazioni di persone con disabilità. E da ultimo, ma non certo ultimo, incoraggiando la ricerca su soluzioni assistive innovative». (S.B.)

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AVVISO – Disponibilità per incarico aggiuntivo di reggenza presso l’istituzione scolastica IIS ITI LS BISIGNANO- LICEO LUZZI di BISIGNANO (CS) – (art. 19 del C.C.N.L. – Area V Dirigenza Scolastica sottoscritto in data 11/04/2006)

Ultime da USR Calabria - 22 Aprile 2026 - 9:14am

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Nota Ministeriale 27389 del 22 aprile 2026 - Prevenzione incendi edifici scolastici e locali adibiti a scuola - Decreto interministeriale 31 marzo 2026

Ultime dal MIUR - 22 Aprile 2026 - 8:37am

Nota Ministeriale 27389 del 22 aprile 2026 - Prevenzione incendi edifici scolastici e locali adibiti a scuola - Decreto interministeriale 31 marzo 2026

Categorie - News Normativa

Il sogno di Michele, giovane arbitro in carrozzina, si è realizzato

Superando - 21 Aprile 2026 - 6:08pm

«Finalmente ho avuto l’occasione di mettermi alla prova in una gara ufficiale, ero emozionato, ma mi sono preparato molto e ho fatto del mio meglio per gestire la partita e far divertire i ragazzi»: così Michele Croce, 15 anni, ha commentato il suo esordio ufficiale da arbitro in carrozzina, nel Campionato Under 9 del CSI Milano. E se la sua determinazione gli ha consentito di trasformare un sogno in realtà, quella che poteva sembrare una scommessa complessa si è rivelata una lezione di naturalezza Il giovane arbitro procede all’appello degli altrettanto giovani calciatori, prima dell’inizio della partita

Il fischio d’inizio in Via Maffei a Milano ha avuto un suono diverso, il 19 aprile, tra le mura dell’Oratorio San Silvestro e Martino. A portarlo sul campo non è stato solo un arbitro, ma la determinazione di chi ha saputo trasformare un sogno in realtà.
Michele Croce, 15 anni, ha fatto il suo esordio ufficiale nel Campionato Under 9 del CSI Milano (Centro Sportivo Italiano), dirigendo la sfida tra Vittoria Junior e 4 Evangelisti dalla sua carrozzina [se ne legga già sulle nostre pagine, N.d.R.]. Quella che poteva sembrare una scommessa complessa si è rivelata una lezione di naturalezza. Michele, infatti, ha gestito il campo con l’autorità di chi ha studiato per esserci, forte del patentino AIA (Associazione Italiana Arbitri), conseguito dopo un percorso di formazione che non ha fatto sconti alla sua passione. Il passaggio dalle amichevoli al rigore del campionato ufficiale ha segnato il raggiungimento di un obiettivo inseguito fin dalle scuole elementari, quando ancora arbitrava senza fischietto i compagni di classe. La partita, concitata e combattuta con grande spirito sportivo, si è conclusa con la vittoria di 4 Evangelisti.
«Finalmente ho avuto l’occasione di mettermi alla prova in una gara ufficiale – ha commentato Michele -. Ero emozionato, ma mi sono preparato molto e ho fatto del mio meglio per gestire la partita e far divertire i ragazzi».

«È la seconda volta che forziamo i regolamenti del CSI – spiega Massimo Achini, presidente del CSI di Milano -: la prima volta era accaduto con Francesco Messori che aveva 14 anni quando si rivolse a me. Una gamba amputata e sognava di giocare a calcio con le stampelle, ma le regole non lo permettevano. Abbiamo superato i regolamenti e negli anni è nata la Nazionale Italiana Calcio Amputati, che ha partecipato persino ai Mondiali [lo abbiamo raccontato a suo tempo anche in Superando, N.d.R.]. Adesso è il turno di Michele, che sogna di fare l’arbitro ufficiale. I regolamenti dicono che non è possibile. Bene, abbiamo cambiato i regolamenti e domenica ha diretto la sua prima partita ufficiale di campionato. Bisogna avere il coraggio di mettere la persona umana davanti ad ogni aspetto regolamentare, senza trascurare la serietà della proposta sportiva. Quando questo si realizza, lo sport non conosce limiti o barriere».

«Per noi del Vittoria Junior – dichiara Marco Vichi, presidente dell’associazione – vedere Michele in campo per una partita ufficiale è stato semplicemente straordinario. Lo abbiamo incontrato insieme a suo papà alcuni mesi fa, e con loro, grazie al CSI, abbiamo cercato di capire come realizzare questo sogno. Mai avremmo immaginato una domenica così bella come questa! E per una realtà sportiva come la nostra, l’accoglienza e l’inclusione sono valori da cui non dobbiamo, ma soprattutto non vogliamo, prescindere».

«Quando nel settembre dell’anno scorso Michele ci ha detto che voleva diventare arbitro – raccontano i suoi genitori Roberta e Rodolfo -, abbiamo pensato che questa volta il traguardo fosse quasi impossibile. Ma ci ha creduto, ha studiato, si è dedicato a questo con impegno e passione. E ora siamo qui orgogliosi di lui e colmi di gratitudine per le meravigliose persone che l’hanno reso possibile. Non si tratta solo di aver realizzato un sogno, ma anche di essere diventato portatore di un messaggio potente e molto importante. Se solo una persona in difficoltà, incontrando la storia di Michi, deciderà di provarci, allora le barriere abbattute non saranno solo quelle fisiche».

L’esordio di Michele Croce si è chiuso dunque con il sorriso di chi sa di avere appena iniziato un cammino. E oltre il risultato della partita, è rimasta resta l’immagine di un ragazzo che ha come ai sogni si debba credere fortemente e inseguirli con fatica, per far sì che si realizzino. (A.T. e S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: Alessia Testori (press@testoricomunicazione.it).

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Restituire al volontariato la sua funzione originaria di “perno della vita democratica”

Superando - 21 Aprile 2026 - 5:38pm

Dal convegno di Pisa “Il volontariato a dieci anni dalla riforma del Terzo Settore” è emerso un obiettivo necessario, ossia, come è stato detto dal MoVI (Movimento di Volontariato Italiano), «restituire al volontariato la sua funzione originaria di “perno della vita democratica”, generatore di legami sociali e coesione nei territori, superando una fase caratterizzata da un eccesso di adempimenti burocratici da una parte e dalla prevalente attenzione ai fattori economici e produttivi del Terzo Settore, dall’altra» Il Palazzo dei Dodici di Pisa, dove si è svolta una parte dei lavori del convegno “Il volontariato a dieci anni dalla riforma del Terzo Settore”

Non solo una fotografia critica dello stato del volontariato in Italia, ma anche un’agenda di cambiamento concreta: è il messaggio emerso dal convegno nazionale Il volontariato a dieci anni dalla riforma del Terzo Settore, promosso nei giorni scorsi a Pisa dal MoVI (Movimento di Volontariato Italiano), insieme alla Scuola Superiore Sant’Anna, al Centro di Ricerca Maria Eletta Martini, alla Fondazione Emanuela Zancan e alla Fondazione per la Coesione Sociale, evento che avevamo presentato anche sulle nostre pagine.
Al centro del confronto, i risultati di una ricerca nazionale che ha evidenziato una diffusa insoddisfazione tra i volontari rispetto all’impatto della Riforma del Terzo Settore (Legge 106/16), se è vero che oltre la metà degli intervistati ha espresso un giudizio negativo, segnalando un aumento della burocrazia, una crescente difficoltà operativa per le Associazioni e un progressivo allontanamento tra impianto normativo e realtà dei territori.
A partire da quei dati, dunque, si sono sviluppati durante l’incontro i contributi del mondo accademico, istituzionale e del Terzo Settore, dai quali è scaturita una conclusione abbastanza chiara, ossia che le criticità rilevate dalla ricerca non sono episodiche, ma strutturali: dalla “gabbia burocratica” percepita dalle organizzazioni alla trasformazione del volontariato in senso sempre più professionalizzato, fino a un rapporto con la Pubblica Amministrazione spesso vissuto come squilibrato e poco collaborativo o riservato solo alle realtà più strutturate.

Secondo il MoVI, quindi, «si rafforza la necessità di un cambio di paradigma, che non si limiti a correggere alcuni aspetti tecnici della normativa, ma ripensi il ruolo stesso del volontariato nel sistema sociale e nel terzo settore».
Sono state esattamente tre le proposte presentate da Gianluca Cantisani, presidente del MoVI, al termine del convegno, vale a dire: «Rilanciare il volontariato civico, come forma di advocacy [tutela] verso le Istituzioni e come partecipazione democratica, distinta dalla gestione di servizi. Riformare il Codice del Terzo Settore, per semplificare gli adempimenti, specie guardando alle realtà del volontariato più piccole e spontanee e chiarendo meglio i confini tra le diverse forme giuridiche. Riconoscere il volontariato informale, la proposta ritenuta come politicamente più urgente, per colmare il deficit di democrazia che l’interpretazione del Codice sta creando nel Paese, introducendo nel Codice stesso uno spazio per le aggregazioni spontanee e un percorso graduale verso la formalizzazione del loro ruolo».

Accanto a quanto detto, la due giorni di Pisa ha consentito di evidenziare l’importanza di un rafforzamento degli spazi di coordinamento con le reti del volontariato, promuovendo forme di collaborazione più strutturate e continuative che permettano di superare logiche competitive e valorizzando il radicamento territoriale delle associazioni. In tal senso, dichiarano dal MoVI, «l’obiettivo indicato è chiaro: restituire al volontariato la sua funzione originaria di “perno della vita democratica”, generatore di legami sociali e coesione nei territori, superando una fase in cui l’eccesso di adempimenti da una parte e la prevalente attenzione ai fattori economici e produttivi del Terzo Settore, rischiano di comprimere la dimensione relazionale e trasformativa dell’impegno volontario. Il convegno di Pisa può dunque essere stato il punto di partenza per costruire una proposta politica e culturale condivisa, capace di rimettere al centro il valore sociale del volontariato e la sua funzione pubblica». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Ufficio Stampa MoVI (Silvia Bellucci), silviabellucci@bellspress.com.

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Vedere oltre la fragilità: Alessandro Coppola e la resilienza che diventa impegno condiviso

Superando - 21 Aprile 2026 - 5:01pm

«Io non sento per diagnosi, ma ascolto per scelta»: sono parole di Alessandro Coppola, che dalla propria esperienza di vita, raccontata negli ultimi quattro anni ad oltre 40.000 persone, in ambienti molto diversi tra loro, darà vita domani, 22 aprile, a Napoli, all’Associazione Vedo Oltre, progetto che metterà appunto al centro l’ascolto, l’inclusione e la responsabilità sociale Realizzazione grafica di Maria Rosaria Ricci

Domani, 22 aprile a Napoli, o meglio a Posillipo, il compleanno di Alessandro Coppola si trasformerà in un gesto collettivo: dalla sua esperienza di vita, infatti, nascerà Vedo Oltre APS, progetto che metterà al centro ascolto, inclusione e responsabilità sociale.
Non un semplice compleanno, dunque, ma un passaggio simbolico e concreto insieme, nella cornice di Villa Fattorusso a Posillipo, dove Alessandro celebrerà per la prima volta il proprio giorno natale, trasformandolo appunto nell’occasione di dare forma ufficiale a un impegno che da anni attraversa scuole, comunità e contesti sociali complessi.

Come detto, Vedo Oltre sarà un’Associazione che affonderà le radici in una storia personale segnata da una diagnosi impegnativa – sordità bilaterale e sindrome di Usher tipo 2 – ma che proprio da questa condizione ha saputo generare una modalità diversa di stare in relazione con gli altri. Non una narrazione centrata sul limite, ma sulla possibilità.
Negli ultimi quattro anni, completamente autofinanziandosi, Alessandro Coppola ha incontrato oltre 40.000 persone, portando la propria testimonianza in ambienti molto diversi tra loro: dalle scuole primarie alle università, dalle aziende alle comunità di recupero, fino alle sezioni minorili del carcere di Poggioreale. Contesti in cui la sua presenza ha aperto spazi di dialogo autentico, lontano da retoriche e semplificazioni.
Il tratto distintivo del suo percorso è proprio questo: un ascolto scelto, consapevole, che ribalta il significato stesso della sua condizione. «Io non sento per diagnosi, ma ascolto per scelta», afferma, una frase che sintetizza un approccio capace di intercettare il disagio, soprattutto giovanile, e di restituirgli dignità.

In un tempo in cui il senso di solitudine attraversa trasversalmente le nuove generazioni, la sua esperienza diventa un punto di riferimento concreto. Non è un caso che molti studenti abbiano deciso di portare la sua storia agli Esami di Stato, riconoscendovi uno strumento per leggere la realtà e, allo stesso tempo, per rileggere se stessi.
Accanto all’attività di testimonianza, si sviluppa anche un impegno costante nel supporto alle famiglie di bambini con disabilità o malattie rare, così come nella promozione di strumenti innovativi per l’inclusione, tra cui collaborazioni con la Apple Academy per lo sviluppo di applicazioni dedicate alle persone sorde.

La serata di domani, 22 aprile, sarà anche l’occasione per presentare un nuovo progetto musicale, accompagnato da videoclip ufficiale. Dopo il libro Le mie orecchie parlano (Edizioni Graus), già ampiamente presentato a suo tempo anche da Superando (“Le mie orecchie parlano”: un giovane che parla (soprattutto) ai giovani), Alessandro ha scelto infatti la musica come ulteriore linguaggio per raggiungere i più giovani, trasformando emozioni complesse in occasioni di espressione e consapevolezza.
Vedo Oltre APS si inserisce in questo percorso come naturale evoluzione: una struttura che intende dare continuità a un lavoro già avviato, mettendo in rete esperienze, competenze e relazioni. Un progetto che guarda all’inclusione non come principio astratto, ma come pratica quotidiana.
Coerentemente con questo spirito, Alessandro ha scelto di non ricevere regali personali. Chi desidererà sostenere l’Associazione potrà farlo contattandolo direttamente, contribuendo così a una realtà che nasce dal basso e si fonda sulla partecipazione attiva.
L’appuntamento di Posillipo assumerà dunque un significato che andrà oltre l’evento in sé: sarà un invito a riconoscere il valore dell’ascolto, a superare il rischio dell’indifferenza e a costruire comunità più consapevoli. Perché, come dimostra la storia di Alessandro Coppola, la resilienza non è soltanto capacità di resistere, ma possibilità concreta di generare cambiamento. Anche – e soprattutto – a partire da ciò che, inizialmente, appare come un limite.

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Strumenti utili nella gestione di atleti con epilessia: un incontro ad Aosta

Superando - 21 Aprile 2026 - 4:23pm

Offrire strumenti utili nella gestione di atleti con epilessia, patologia che in Valle d’Aosta colpisce almeno 650 persone e che spesso resta poco visibile sul piano sociale: è l’obiettivo dell’evento formativo/informativo “Sport inclusivo: comprendere e gestire l’epilessia nelle ASD”, proposto per domani, 22 aprile, ad Aosta, dal CONI Valle d’Aosta, insieme all’AICE Valle d’Aosta (Associazione Italiana Contro l’Epilessia)

Sport inclusivo: comprendere e gestire l’epilessia nelle ASD, ove ASD sta naturalmente per Associazioni Sportive Dilettantistiche: è il titolo dell’evento formativo/informativo proposto per la serata di domani, 22 aprile (ore 20.30), presso la Sala Riunioni del Palaindoor di Aosta, dal CONI Valle d’Aosta, nell’àmbito delle iniziative della propria Scuola dello Sport, insieme all’AICE Valle d’Aosta (Associazione Italiana Contro l’Epilessia).
Rivolto in particolare ai tecnici delle Associazioni Sportive Dilettantistiche della Valle d’Aosta (con crediti formativi riconosciuti dalla FIDAL-Federazione Italiana di Atletica Leggera), ma aperto a chiunque voglia approfondire il tema, l’incontro prevede gli interventi di Manuele Amateis, presidente dell’AICE Valle d’Aosta e di Guido Giardini, neurologo dell’Azienda USL, entrambi componenti del Tavolo di Lavoro Regionale dedicato all’epilessia.
«L’iniziativa – spiegano i promotori – nasce per offrire strumenti utili nella gestione di atleti con epilessia, patologia che in Valle d’Aosta colpisce almeno 650 persone e che spesso resta poco visibile sul piano sociale. Nel dettaglio, l’incontro affronterà aspetti sociali, sanitari e legati alla gestione delle crisi, con l’obiettivo di favorire un ambiente sportivo più sicuro e inclusivo». (S.B.)

Per iscriversi fare riferimento a questo link. Per ulteriori informazioni: aicevda@libero.it.

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