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Sui Progetti di Vita e sulle risorse necessarie ad attuarli concretamente

Superando - 28 Settembre 2026 - 4:59pm

Alle riflessioni di Fortunato Nicoletti, vicepresidente dell’Associazione Nessuno è Escluso, replica il presidente della Federazione FISH Vincenzo Falabella, direttamente chiamato in causa. Il tema principale riguarda la richiesta espressa dalla stessa FISH al Governo e al Parlamento di un Fondo Unico Nazionale per i Progetti di Vita individuali, personalizzati e partecipati, con una dotazione iniziale di 1 miliardo e mezzo di euro, seguita da un’ulteriore richiesta di supporto anche alle forze politiche di opposizione

Un miliardo e mezzo per rendere effettivi i Progetti di Vita. È la cifra che Vincenzo Falabella, presidente della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), indica oggi come dotazione iniziale necessaria per evitare che una delle riforme più ambiziose degli ultimi anni si riduca a un esercizio amministrativo.
La richiesta di nuove risorse è legittima, il problema è un altro. Dopo anni di partecipazione ai tavoli, di accompagnamento della riforma e di giudizi pubblicamente positivi sul Decreto, oggi non basta indicare una cifra, bisogna spiegare come ci si è arrivati e perché questa quantificazione non sia stata posta con la stessa forza prima dell’approvazione del Decreto Legislativo 62/24.
La cronologia conta. Nel gennaio 2023 la ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli spiegava in Parlamento che gli schemi dei Decreti erano stati condivisi con le maggiori federazioni rappresentative, FAND (Federazione tra le Associazioni Nazionali 0delle Persone con Disabilità) e FISH; nel 2024, quando il decreto sul Progetto di Vita era ancora in costruzione, il mondo associativo era già parte del confronto. Il 15 maggio 2024, il giorno dopo la pubblicazione del Decreto 62/24 in Gazzetta Ufficiale, FISH parlò di una straordinaria opportunità per le persone con disabilità e le loro famiglie. Nello stesso comunicato Falabella invitava il Governo a investire maggiori risorse. Dunque il problema finanziario non è stato scoperto nel settembre 2026.
Ed è proprio questo il punto più difficile da eludere. Se già allora era chiaro che le risorse non sarebbero state sufficienti, perché non è stata accompagnata l’approvazione del Decreto da una stima pubblica e verificabile del fabbisogno? Perché non è stato detto con precisione quale sarebbe stato il costo dell’estensione nazionale, quante persone si prevedeva di raggiungere e quale quota avrebbe dovuto essere aggiuntiva rispetto ai fondi già esistenti? Non serviva conoscere il costo di ogni singolo futuro Progetto di Vita, serviva almeno un modello economico serio, con scenari, platee e ordini di grandezza.
Il Decreto, del resto, non nasce finanziariamente nel vuoto. Il Governo indica 275 milioni di euro annui a regime per l’attuazione complessiva della delega e 25 milioni annui per il Fondo destinato all’implementazione dei Progetti di Vita. Il manuale istituzionale sul Progetto di Vita chiarisce che quel fondo riguarda gli interventi, le prestazioni e i sostegni che non rientrano nelle unità di offerta del territorio. Oggi FISH chiede 1,5 miliardi di euro di risorse strutturali e aggiuntive. La distanza fra 25 milioni e 1,5 miliardi è enorme. Non dimostra che una delle due cifre sia automaticamente giusta o sbagliata. Dimostra però che è necessario ricostruire pubblicamente come si sia passati dall’impianto finanziario originario alla stima attuale.
C’è poi un secondo elemento che merita attenzione: nel novembre 2025 FISH propose, nell’àmbito degli emendamenti alla Legge di Bilancio per il 2026, un Fondo per i Progetti di Vita da un miliardo di euro nel 2027 e da tre miliardi di euro annui a partire dal 2028. Oggi la richiesta pubblica è di una dotazione iniziale di almeno 1,5 miliardi, con crescita progressiva. Le due proposte possono essere compatibili, ma soltanto se viene spiegato il modello che le collega. Un anno fa si ipotizzavano tre miliardi a regime, oggi il dibattito ruota intorno a un miliardo e mezzo. È cambiata la platea prevista, sono cambiati i costi, sono emersi nuovi dati dalla sperimentazione oppure stiamo semplicemente osservando proposte diverse formulate in momenti diversi?
In una recente intervista a «Vita», Falabella indica almeno 60.000 Progetti di Vita nella prima fase, con un valore medio di 18.000 euro ciascuno. Da qui deriverebbe un fabbisogno di circa 1,08 miliardi per i budget individuali, cui aggiungere le risorse necessarie per organizzazione, personale, valutazione multidimensionale e altri sostegni. È una spiegazione, ma non è ancora una metodologia. Restano da conoscere i criteri che producono il numero di 60.000 progetti, la distribuzione prevista per età e intensità dei sostegni, il ritmo di crescita negli anni successivi e soprattutto il significato economico preciso di quei 18.000 euro medi.
Il Decreto 62/24 definisce infatti il budget di progetto come l’insieme integrato delle risorse umane, professionali, tecnologiche, strumentali ed economiche necessarie alla persona. Vi concorrono anche interventi già finanziati a legislazione vigente. Questo significa che il costo complessivo di un Progetto di Vita e la nuova spesa aggiuntiva necessaria a renderlo effettivo non sono la stessa cosa. Confondere questi due piani produce inevitabilmente numeri poco leggibili.
Basta guardare a un alunno con disabilità. Il progetto può coordinarsi con il PEI (Piano Educativo Individualizzato) e con i sostegni scolastici, sanitari e sociali. Una parte importante di queste risorse è già finanziata da amministrazioni diverse. L’insegnante di sostegno, per esempio, non dovrebbe essere pagato dal nuovo Fondo FISH perché è già dentro la programmazione del sistema scolastico. Ma quella risorsa ha comunque un costo pubblico rilevante. Lo stesso vale per assistenza all’autonomia e alla comunicazione, trasporto, ausili, riabilitazione, assistenza domiciliare e altri sostegni. Per moltissime persone il valore complessivo delle risorse mobilitate può superare ampiamente i 18.000 euro l’anno, per (probabilmente) pochi altri sarà inferiore. È esattamente per questo che parlare di una media senza mostrare la composizione della media lascia aperto il problema centrale.
Se i 18.000 euro rappresentano esclusivamente la nuova spesa media aggiuntiva, allora va dichiarato con chiarezza e va mostrato il calcolo. Se invece rappresentano il valore medio complessivo del Progetto di Vita, la cifra richiede una spiegazione ancora più approfondita. In entrambi i casi servono dati, non slogan. Servono almeno una stima della platea, la distinzione tra risorse già esistenti e risorse nuove, una proiezione pluriennale e una lettura dei costi emersi nei territori della sperimentazione.
La stessa esigenza di trasparenza che riguarda il ruolo delle organizzazioni rappresentative. La presenza di FISH nei tavoli istituzionali non è un problema, anzi è necessario che le persone con disabilità abbiano rappresentanza nei luoghi in cui si decidono norme e politiche che le riguardano, ma una partecipazione così continuativa comporta anche una responsabilità pubblica. Chi accompagna una riforma deve poter spiegare quali richieste abbia avanzato, quali siano state accolte, quali respinte e quali criticità fossero già note prima dell’approvazione.
Il 15 settembre scorso Daniele Romano ha pubblicato su queste stesse pagine un intervento di autocritica molto netto sul mondo associativo, richiamando il rischio del collateralismo, della perdita di autonomia e della trasformazione della rappresentanza in una presenza stabile dentro i meccanismi istituzionali. Non serve trasformare quella critica in un’accusa di collusione, parola più grave e che richiederebbe ben altri elementi. Il tema serio è un altro: quanto sono trasparenti i rapporti fra organizzazioni rappresentative e istituzioni, come vengono costruite le posizioni portate ai tavoli e come vengono rendicontati gli esiti a chi quelle organizzazioni dichiarano di rappresentare.
Anche il calendario politico merita di essere osservato senza insinuazioni ma con estrema attenzione: Il 7 settembre FISH ha chiesto e ottenuto di incontrare Giuseppe Conte e una rappresentanza parlamentare del Movimento 5 Stelle. Il 14 settembre ha chiesto al Governo il Fondo da 1,5 miliardi. Il 16 settembre ha scritto ai leader delle opposizioni chiedendo iniziative parlamentari sul finanziamento della riforma. Tutto questo avviene mentre la legislatura iniziata nel 2022 si avvicina alla sua scadenza ordinaria del 2027 e mentre si prepara la Legge di Bilancio per il prossimo anno. Non esiste, sulla base di questi fatti, alcun elemento per affermare che la richiesta abbia una finalità elettorale, ma il momento scelto rende legittima una domanda pubblica sul rapporto fra pressione associativa, costruzione delle piattaforme politiche e prossima stagione elettorale.
La risposta migliore a questa domanda non sarebbe una dichiarazione di principio, sarebbe la pubblicazione dei documenti. FISH potrebbe rendere disponibile il modello economico che produce la cifra di 1,5 miliardi, spiegare il passaggio dalla proposta da tre miliardi annui a regime del 2025 alla richiesta attuale, indicare come sono stati stimati i 60.000 progetti iniziali e ricostruire le richieste finanziarie formulate durante l’iter del Decreto 62/24. Potrebbe inoltre rendicontare in modo sistematico gli incontri con Governo, maggioranza e opposizioni, indicando le proposte avanzate e gli eventuali impegni ricevuti.
Questo non indebolirebbe la rappresentanza, la rafforzerebbe e la renderebbe quello che oggi non è: trasparente. Perché il problema non è decidere se fidarsi di Falabella, della FISH, della FAND, di ANFFAS, del Governo o delle opposizioni. Il problema è smettere di doverci fidare sulla parola quando si parla di diritti che dipendono da miliardi di euro, organizzazione dei servizi e responsabilità pubbliche.
Il Progetto di Vita può essere davvero uno degli strumenti più importanti introdotti nel nostro ordinamento per superare la frammentazione dei sostegni. Proprio per questo non può essere ridotto né a un titolo di legge né a una cifra lanciata nel dibattito pubblico. A gennaio 2027 dovrà funzionare su tutto il territorio nazionale. A quel punto non serviranno più formule come cambio di paradigma o svolta epocale. Serviranno operatori, servizi, responsabilità definite e risorse disponibili.
Dopo anni di tavoli, osservatòri, sperimentazioni e partecipazione istituzionale è ragionevole chiedere qualcosa di molto semplice: conti leggibili, platee credibili, costi distinti fra spesa esistente e nuova spesa, proiezioni pluriennali e una chiara assunzione di responsabilità da parte di tutti, Governo compreso, Federazioni rappresentative comprese.
Perché un diritto non diventa esigibile quando viene annunciato, diventa esigibile quando una persona può chiederlo e ottenerlo, senza dipendere dal territorio in cui vive, dalla capacità economica della propria famiglia o dalla forza dell’associazione che riesce a rappresentarla. Se davvero il Progetto di Vita deve essere il cuore della riforma, il momento delle celebrazioni è finito. Ora servono i conti e anche i fatti.
Fortunato Nicoletti – Vicepresidente dell’Associazione Nessuno è Escluso.

Fonti essenziali per la verifica dei riferimenti, indicati da Fortunato Nicoletti: 1. VITA, 21 settembre 2026 – Intervista a Vincenzo Falabella sul Fondo da 1,5 miliardi; 2. FISH, 14 settembre 2026 – Richiesta al Governo di un Fondo unico da 1,5 miliardi; 3. FISH, 15 maggio 2024 – Comunicato sul Decreto Legislativo 62/2024; 4. Camera dei Deputati, 24 gennaio 2023 – Audizione della ministra Alessandra Locatelli; 5. Dipartimento per le politiche in favore delle persone con disabilità – Delega e finanziamenti della riforma; 6. FISH, emendamenti alla legge di bilancio 2026 – Fondo da 1 miliardo nel 2027 e 3 miliardi annui dal 2028; 7. Superando, 15 settembre 2026 – Daniele Romano, Per un’autentica attività di tutela e promozione dei diritti; 8. FISH, 7 settembre 2026 – Incontro con Giuseppe Conte e parlamentari del Movimento 5 Stelle; 9. FISH, 16 settembre 2026 – Lettera ai leader delle opposizioni sul finanziamento del Progetto di Vita.

Diamo spazio qui di seguito alla replica di Vincenzo Falabella, presidente nazionale della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie)

Non seguo abitualmente gli interventi del signor Nicoletti sulla FISH o su di me, in quanto le mie giornate sono dedicate alle persone con disabilità, alle loro famiglie e alle questioni che portiamo davanti alle Istituzioni. Incontro persone che cercano l’assistenza necessaria per uscire di casa, famiglie che attendono un servizio per i propri figli, giovani che vogliono studiare, lavorare e scegliere dove vivere. È a loro che sento di dovere il mio tempo.
Mi viene comunque segnalato l’intervento precedentemente pubblicato e mi sento di rispondere alle domande in esso contenute non tanto per replicare, quanto per offrire ai Lettori e alle Lettrici gli elementi necessari a comprendere la posizione della FISH e il senso della proposta sul finanziamento dei Progetti di Vita avanzata dalla Federazione. Su un tema così importante, infatti, è giusto discutere, ma è altrettanto importante che il confronto parta dai fatti, dalle cifre e dalle responsabilità effettive.
Non è la prima volta che il signor Nicoletti critica una nostra iniziativa, e non metto in discussione il suo diritto di farlo. Una critica può essere utile quando mette alla prova una proposta, ne individua i limiti e suggerisce soluzioni migliori. Diventa invece pretestuosa quando, anziché discutere ciò che la FISH chiede, si insinua che dietro la richiesta di risorse si nascondano interessi estranei alla tutela dei diritti. Il Vicepresidente di Nessuno è Escluso trova spesso il tempo per scrivere articoli contro la FISH; viene pertanto da chiedersi se non vi siano questioni più urgenti alle quali dedicare la stessa energia. Io ne vedo ogni giorno: persone che attendono assistenza, famiglie lasciate sole, servizi che mancano. Se il suo tempo è così generosamente disponibile, lo impieghi anche per avanzare una proposta su questi problemi. Sarebbe un contributo più utile che alimentare sospetti su chi chiede le risorse per affrontarli.
La domanda centrale, infatti, non è perché la FISH chieda risorse aggiuntive, ma come si possa garantire che un Progetto di Vita venga realmente attuato e non resti un documento nel quale vengono raccolte aspirazioni legittime senza i sostegni necessari a realizzarle. Se si mette in dubbio l’intenzione di chi solleva il problema, senza entrare nel merito delle soluzioni proposte, si evita di affrontare la questione decisiva: quali risorse servono, chi deve stanziarle e con quali tempi.
La proposta della Federazione è chiara. Chiediamo l’istituzione di un Fondo Unico Nazionale aggiuntivo, vincolato e strutturale, con una dotazione iniziale di 1,5 miliardi di euro, da incrementare sulla base del numero dei progetti attivati e dei bisogni effettivamente rilevati.
Il Decreto Legislativo 62/24 ha introdotto uno strumento importante, perché riconosce la necessità di costruire interventi personalizzati a partire dalla volontà, dalle preferenze e dalle esigenze della persona. Ma il riconoscimento di un diritto non è sufficiente se non è accompagnato dalle risorse per renderlo esigibile.
Sappiamo bene che un Progetto di Vita non può limitarsi a ricomporre, in un unico documento, prestazioni già esistenti, soprattutto quando quelle prestazioni sono insufficienti, frammentarie o non disponibili. Deve poter attivare anche i sostegni che oggi mancano: assistenza personale, interventi educativi, supporti per l’abitare, accompagnamento al lavoro, servizi per la mobilità, tecnologie assistive e ogni altra misura necessaria a consentire alla persona di vivere secondo le proprie scelte. Altrimenti rischiamo di ascoltare le sue aspirazioni, formalizzarle in un progetto e poi comunicarle che non ci sono i mezzi per realizzarle. Sarebbe una forma nuova, e particolarmente grave, di disattesa dei diritti.
È proprio alla luce di questa esigenza che va letta la questione delle risorse. Invece pretestuosamente il signor Nicoletti sostiene che, avendo partecipato ai tavoli sulla riforma, la FISH avrebbe dovuto porre prima il problema dei finanziamenti. Lo abbiamo fatto.
Facciamo dunque un po’ di ordine. La ricostruzione del Vicepresidente di Nessuno è Escluso accosta fatti e momenti diversi, creando una confusione che sembra servire soprattutto ad alimentare la polemica e a screditare l’operato della Federazione. I fatti documentati, però, raccontano una storia diversa: la FISH ha sostenuto la riforma e, fin dall’inizio, ha chiesto le risorse necessarie per renderla effettiva.
Nel comunicato del 15 maggio 2024⁠, pubblicato all’indomani della pubblicazione del Decreto Legislativo 62, la FISH riconobbe il valore della riforma e chiese espressamente al Governo maggiori risorse per attuarla. Nicoletti cita quel comunicato: sa quindi che il problema dei finanziamenti era stato posto fin dall’inizio. Presentare la nostra richiesta attuale come una tardiva presa di coscienza significa ignorare un fatto documentato e spostare il confronto dalle risorse necessarie alla credibilità di chi le sta chiedendo.
Abbiamo sostenuto il Decreto perché ne condividiamo l’impostazione e gli obiettivi. Sostenere una riforma, tuttavia, non significa rinunciare a evidenziarne le condizioni di attuazione. Al contrario, significa assumersi la responsabilità di dire con chiarezza che, senza finanziamenti aggiuntivi, il rischio è quello di produrre una riforma formalmente avanzata, ma concretamente incapace di cambiare la vita delle persone.
Occorre poi attribuire correttamente le responsabilità. La FISH partecipa ai tavoli istituzionali per rappresentare le persone con disabilità, avanzare proposte, segnalare criticità e chiedere correzioni. Non approva la Legge di Bilancio e non decide la distribuzione delle risorse pubbliche. La Federazione risponde delle posizioni che assume e delle proposte che presenta, il Governo e il Parlamento rispondono degli stanziamenti, le Amministrazioni competenti rispondono dell’organizzazione dei servizi e della loro effettiva erogazione. Essere ascoltati durante la costruzione di una norma non equivale ad avere il potere di finanziarla. La partecipazione ai tavoli non trasferisce alle organizzazioni rappresentative la responsabilità delle decisioni di bilancio. Per questo è necessario rivolgere le domande ai soggetti che hanno il potere di assumere quelle decisioni. Chiedere conto dei fondi mancanti a chi li reclama, anziché a chi può stanziarli, non chiarisce il problema e non avvicina di un passo l’attuazione della riforma.
Il signor Nicoletti domanda come siamo arrivati a chiedere un Fondo da un miliardo e mezzo di euro. La risposta, in realtà, è già stata resa pubblica. Se avesse avuto l’umiltà di leggere con attenzione le mie diverse interviste e gli interventi nei quali abbiamo illustrato la proposta, avrebbe trovato gli elementi necessari per comprendere l’origine della cifra. Non si tratta, dunque, di una domanda rimasta senza risposta né di un importo comparso improvvisamente nel dibattito pubblico.
Nella mia recente intervista a VITA o anche su queste stesse pagine, si è indicato con chiarezza il punto di partenza della stima: nella prima fase, almeno 60.000 Progetti di Vita, con un valore medio di 18.000 euro ciascuno. Il calcolo porta a 1 miliardo e 80 milioni di euro. La restante parte della dotazione iniziale, circa 420 milioni di euro, è destinata a coprire i costi necessari a rendere operativo il sistema: valutazione multidimensionale, personale, formazione, coordinamento, monitoraggio, organizzazione territoriale e sostegni oggi non disponibili o non adeguatamente finanziati. Non si tratta, dunque, di una cifra estratta dal nulla, né di un importo presentato come definitivo. È una stima iniziale, costruita sulla base di un’ipotesi di platea e di un costo medio, che dovrà essere verificata e aggiornata attraverso i dati della sperimentazione e della successiva attuazione.
È importante chiarire anche un altro punto: i 18.000 euro rappresentano un valore medio e non un tetto massimo per ogni singolo progetto. I bisogni delle persone sono diversi e non possono essere ricondotti a un importo uniforme. Alcuni Progetti di Vita richiederanno risorse inferiori, altri risorse molto più consistenti. Proprio per questo chiediamo un Fondo strutturale e flessibile, capace di adeguarsi alla situazione concreta della persona e non di imporre un modello standardizzato.
Nicoletti è libero di contestare le nostre ipotesi e di proporre una stima diversa: un confronto fondato su dati e criteri espliciti sarebbe utile a tutti. Nel suo contributo, però, pone domande alle quali abbiamo già risposto pubblicamente e presenta la nostra proposta come se fosse priva di motivazioni. Avrebbe potuto leggere le interviste e i documenti disponibili, oppure chiedere direttamente i chiarimenti che riteneva necessari. Ignorare le spiegazioni già fornite per mettere in dubbio la credibilità di FISH non aiuta a stabilire quante risorse servano alle persone con disabilità. Così facendo, si rischia di indebolire anche la credibilità della propria critica, senza indicare alcun fatto che giustifichi il tentativo di screditare la Federazione.
La domanda appare infatti utilizzata come pretesto per insinuare che la cifra sia stata formulata senza metodo, senza analisi e senza responsabilità. Il problema, quindi, non è soltanto che Nicoletti non riconosca le spiegazioni già fornite. È che sembra voler trasformare una questione tecnica e politica — come finanziare adeguatamente i Progetti di Vita — in un’occasione per screditare l’operato della FISH.
Invece di discutere la platea stimata, il costo medio, le voci di spesa e le modalità di aggiornamento del Fondo, si mette in discussione la credibilità dell’organizzazione che ha avanzato la proposta. È un modo di procedere che non aiuta a verificare la fondatezza delle cifre e non offre alcuna alternativa alle persone che attendono quei sostegni.
Per discutere seriamente una proposta, occorre prima riconoscere ciò che è già stato spiegato pubblicamente e distinguere con precisione le diverse componenti della spesa. Contestare una stima è legittimo; ignorarne le motivazioni per presentarla come arbitraria è invece un’operazione polemica. La critica dovrebbe misurarsi con i dati, non con l’intenzione attribuita a chi li presenta.
In particolare, bisogna tenere separata la spesa già esistente dalla nuova spesa necessaria a rendere effettivo il Progetto di Vita. L’insegnante di sostegno, le prestazioni sanitarie, gli interventi sociali e gli altri servizi già finanziati dalle amministrazioni possono certamente concorrere alla realizzazione del progetto individuale. Ma non possono essere conteggiati come risorse aggiuntive. Se si sommano prestazioni già garantite e nuovi interventi senza distinguere le due componenti, si rischia di rappresentare una disponibilità finanziaria che, nella realtà, non esiste.
Nicoletti richiama inoltre la proposta della FISH per la Legge di Bilancio 2026, che prevedeva un miliardo nel 2027 e tre miliardi annui dal 2028. Quel documento dimostra che la Federazione aveva già portato all’attenzione del Parlamento la necessità di un finanziamento strutturale. Oggi chiediamo una dotazione iniziale di 1,5 miliardi, da adeguare progressivamente in base al numero dei progetti e ai fabbisogni rilevati.
Le diverse cifre non sono necessariamente contraddittorie: possono riflettere fasi diverse della programmazione, platee differenti e livelli diversi di consolidamento del sistema. Il punto comune è però inequivocabile: i Progetti di Vita richiedono risorse aggiuntive, stabili e vincolate. Presentare la variazione degli importi come prova dell’assenza di una posizione significa ignorare la continuità della richiesta politica: finanziare la riforma in modo adeguato e non affidarne l’attuazione a risorse già destinate ad altri servizi.
Non ho mai avuto il piacere di conoscere personalmente il signor Nicoletti. So che ha partecipato a sedi di confronto sulla disabilità in Lombardia e ha ricoperto un ruolo nella Consulta Comunale di Milano. Sarebbe interessante quindi conoscere quali proposte abbia avanzato in quelle sedi per sostenere i Progetti di Vita, quali risposte abbia ricevuto e quali risultati siano stati raggiunti. Se ha elaborato una stima alternativa alla nostra, la presenti: sarà possibile discuterla nel merito, confrontando ipotesi, dati e conseguenze concrete per le persone.
Respingo poi l’accostamento tra le iniziative della FISH e la prossima stagione elettorale. Nicoletti scrive di non avere elementi per attribuirci una finalità elettorale, eppure introduce ugualmente quel sospetto. È proprio questo il modo di procedere che non condivido: ammettere che non ci sono fatti a sostegno di un’insinuazione e, nello stesso tempo, lasciarla circolare. Il dubbio può restare nella mente dei Lettori anche dopo la sua stessa ammissione. Se vuole contestare la nostra richiesta, discuta le cifre e le proposte. Alimentare sospetti senza prove distoglie l’attenzione dalle decisioni che Governo e Parlamento devono assumere.
La FISH ha scritto al Governo e alle forze di opposizione perché il finanziamento della riforma passa dalla Legge di Bilancio e dalle decisioni del Parlamento. Chiedere a tutte le forze politiche di assumersi un impegno pubblico è parte del nostro compito e della nostra autonomia. Un’organizzazione rappresentativa non deve scegliere a quale parte politica rivolgersi, ma deve chiedere a tutte le Istituzioni competenti di rispondere dei diritti che intendono garantire. Attribuire a questa scelta un secondo fine, senza indicare un fatto concreto a sostegno, alimenta la polemica e distoglie l’attenzione dalla questione principale: quali risorse saranno stanziate e con quali tempi?
È proprio qui che il confronto rischia di diventare fuorviante. Se, invece di verificare le cifre, discutere i criteri di stima e individuare i soggetti responsabili delle decisioni, si insinua che la richiesta di finanziamento sia dettata da calcoli elettorali o da interessi estranei alla tutela dei diritti, si introduce un elemento che non aiuta a comprendere né a risolvere il problema. Un’ipotesi sulle intenzioni non può sostituire la verifica dei fatti: può essere formulata solo sulla base di elementi concreti e non può diventare un modo per eludere il merito della proposta.
Dal 1° gennaio 2027 il Progetto di Vita dovrà poter funzionare in tutto il Paese. Per arrivarci servono finanziamenti certi, personale adeguatamente formato, servizi accessibili, procedure chiare e un monitoraggio pubblico dei risultati. Servono anche responsabilità definite: chi deve finanziare deve finanziare; chi deve organizzare deve organizzare; chi rappresenta le persone con disabilità deve continuare a vigilare, proporre e denunciare ciò che non funziona.
La FISH continuerà a chiedere questi impegni alle Istituzioni e a confrontarsi con chiunque presenti proposte concrete, il signor Nicoletti compreso. Il confronto è utile quando aiuta a migliorare le politiche pubbliche e a rendere più forti le ragioni delle persone con disabilità. Quando invece si concentra sulle intenzioni presunte di chi denuncia una carenza di risorse, rischia di diventare un modo per evitare la domanda decisiva: quali sostegni servono alle persone e chi deve garantirli?
Quando un Progetto di Vita resta senza i sostegni necessari, il prezzo non lo paghiamo né io né Nicoletti. Lo paga la persona che continua ad aspettare una risposta, la famiglia costretta a sostituirsi ai servizi, il giovane che non può scegliere dove vivere o lavorare. È a queste persone che dobbiamo il nostro impegno. Ed è nei loro confronti che Governo, Parlamento e Amministrazioni dovranno assumersi le proprie responsabilità.
Mi auguro dunque che questo mio contributo possa aiutare il signor Nicoletti a conoscere, oggi, qualche elemento in più rispetto a ieri e, soprattutto, a evitare di sapere domani le stesse cose che avrebbe potuto apprendere già leggendo con maggiore attenzione i documenti disponibili. Sarebbe un risultato modesto, ma non del tutto trascurabile: almeno una parte del tempo dedicato a polemizzare potrebbe essere impiegata per esaminare dati, proposte e responsabilità. Se dopo questa replica, poi, vorrà ancora contestare la cifra di 1,5 miliardi, lo faccia pure. Ma indichi una stima alternativa, spieghi quali sostegni intende finanziare, chiarisca quali risorse considera già disponibili e soprattutto dica chi, secondo lui, dovrebbe assumersi il compito di garantire ciò che oggi manca. In quel caso il confronto sarebbe finalmente utile, perché non si limiterebbe a chiedere conto a chi denuncia il problema, ma contribuirebbe a individuare una soluzione.
Fino ad allora, continueremo a fare ciò che riteniamo nostro dovere: mettere in fila i numeri, rendere pubbliche le proposte e chiedere alle Istituzioni di assumersi le proprie responsabilità. Il signor Nicoletti potrà continuare a cercare contraddizioni nelle cifre e intenzioni nascoste nelle nostre iniziative. Noi continueremo a cercare risposte per le persone con disabilità. Tra le due attività, la differenza è tutta qui: la prima produce articoli; la seconda produce diritti.
Vincenzo Falabella – Presidente nazionale della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie)

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“Tutto l’amore che resta”: quando la fiction porta l’inclusione dentro la scuola

Superando - 28 Settembre 2026 - 1:55pm

La nuova fiction di Rai 1 “Tutto l’amore che resta”, in onda da domani, 29 settembre, in prima serata, che è l’adattamento della serie francese “Lycée Toulouse-Lautrec”, porta al centro dell’attenzione il mondo della scuola, dell’adolescenza e dell’inclusione, offrendo anche l’occasione per riflettere sul significato dell’empatia e sul valore delle relazioni Foto di gruppo per i protagonisti della fiction “Tutto l’amore che resta”

Ci sono storie che si guardano e altre che, quasi senza accorgercene, ci invitano a fermarci e a riflettere. Altre ancora ci attirano già dal titolo, lasciandoci la curiosità di scoprire cosa si nasconde dietro quelle parole. Tutto l’amore che resta è una di queste. La nuova fiction di Rai 1 arriverà in prima serata da domani, 29 settembre. Otto episodi, distribuiti in quattro serate, che portano sullo schermo il mondo dell’adolescenza, della scuola e dell’inclusione, mettendo al centro un tema importante e attuale: quello dell’educazione e della crescita.
La fiction è l’adattamento della serie francese Lycée Toulouse-Lautrec, creata da Fanny Riedberger. Nel cast, tra gli altri, Raoul Bova, Giulia Bevilacqua, Gloria Harvey, Francesco Leo, Anna Favella, Adriana Savarese, Fiorenza Pieri, Federica Pagliaroli e Chiara Bordi. La regia è di Andrea Rebuzzi.

Ma cosa significa, oggi, parlare davvero di inclusione scolastica? Secondo i dati dell’ISTAT, nell’anno scolastico 2024-2025 erano quasi 377.000 gli alunni/alunne con disabilità che frequentavano le scuole italiane, pari al 4,8% del totale degli studenti. Il che significa che in dieci anni la loro presenza è quasi raddoppiata.
Dietro questi numeri, però, ci sono bambini e ragazzi, famiglie, insegnanti e professionisti che ogni giorno costruiscono percorsi di crescita e di partecipazione, affrontando anche difficoltà concrete: barriere architettoniche, strumenti non sempre adeguati, assistenza, sostegno e continuità educativa.
Perché frequentare una scuola non significa semplicemente esserci. Significa poter partecipare, comunicare, apprendere, stare con gli altri e avere la possibilità di sviluppare le proprie abilità.
E allora, prima ancora di parlare di potenziare le capacità degli studenti con diverse disabilità, è necessario conoscere il significato dell’inclusione, conoscere le norme e imparare a usare le parole appropriate. Ma non basta fermarsi alle definizioni. Bisogna andare oltre, perché il rischio è quello di conoscere le parole senza riuscire a comprenderne fino in fondo il significato.
È qui che diventa importante il filo dell’empatia, quello che ci permette di avvicinarci a una persona diversa da noi senza pretendere di conoscere la sua storia prima ancora di averla ascoltata.
Non è necessario vivere la stessa esperienza per provare a comprendere ciò che l’altro sta vivendo. È necessario, però, avere la disponibilità a fermarsi, ad ascoltare, a conoscere.
Quel filo sottile dell’empatia si costruisce lentamente, con pazienza e sapienza. Attraverso l’ascolto e la conoscenza può aiutarci ad abbattere non soltanto le barriere che incontriamo davanti a noi, ma anche quelle che, talvolta, costruiamo dentro di noi. Ed è proprio attraverso questo filo che possiamo avvicinarci a Tutto l’amore che resta.

Puntata dopo puntata, come quando si entra gradualmente dentro una storia e si imparano a conoscere i suoi protagonisti, la fiction ci accompagna nel Liceo Helen Keller, una scuola frequentata da studenti con e senza disabilità. Al centro del racconto c’è Vittoria, un’adolescente senza disabilità che insieme al fratello Matteo, autistico, entra in questo nuovo ambiente. Per lei comincia un percorso fatto di incontri, relazioni e situazioni che la porteranno, poco alla volta, a guardare gli altri con occhi diversi. Intorno a lei si intrecciano storie, fragilità, sogni e desideri. La scuola diventa così uno spazio nel quale conoscersi, confrontarsi, mettere in discussione le proprie certezze e crescere insieme.
Ed è proprio qui che la fiction può incontrare la realtà. Perché non sono soltanto gli studenti con disabilità ad avere bisogno di essere compresi. Anche tanti adolescenti, con le loro insicurezze, le loro difficoltà e il loro bisogno di sentirsi accolti, cercano qualcuno disposto ad ascoltarli. E troppo spesso rischiano di essere giudicati prima ancora di essere conosciuti.
L’inclusione, allora, riguarda tutti. Riguarda il modo in cui impariamo a stare insieme, a riconoscere le differenze, a rispettare le esperienze degli altri e a non fermarci alla prima impressione.
Per questo Tutto l’amore che resta può rappresentare un’occasione per fermarsi a guardare la scuola non soltanto come luogo dell’apprendimento, ma anche come uno spazio nel quale si impara a vivere con gli altri.

Seguire le otto puntate della fiction significa anche provare a comprendere meglio questo filo, per poi riportarlo nelle nostre realtà educative e quotidiane: nelle classi, nelle relazioni, negli incontri. Perché l’inclusione non nasce soltanto dalle norme o dalla presenza di strumenti e servizi. Nasce anche dalla capacità di riconoscere nell’altro una persona, con la propria storia, i propri desideri, le proprie paure e le proprie possibilità.
E forse è proprio questo ciò che Tutto l’amore che resta può lasciarci: l’invito a conoscere prima di giudicare, ascoltare prima di parlare e andare oltre le apparenze. Una storia da guardare, quindi, certamente, ma anche, forse, una storia da ascoltare.

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Quando la disabilità chiude la porta di casa

Superando - 28 Settembre 2026 - 1:41pm

L’idea che una persona con disabilità rappresenti necessariamente “un problema”, che non sappia gestire una casa, che non sia facilmente sfrattabile: sono convinzioni infondate, come quelle che emergono dal racconto di una nostra Lettrice con disabilità alla ricerca di una casa, convinzioni che però producono conseguenze reali. Storie come la sua vanno certamente raccontate, perché chi le legge possa riconoscere il pregiudizio, magari anche dentro di sé, e scegliere di comportarsi diversamente

Ci è giunta nei giorni scorsi in redazione la lettera di una nostra lettrice, Daniela Pecchia, che desidera raccontare uno spiacevole episodio accadutole di recente a Sassari, legato alla sua disabilità. La pubblichiamo integralmente qui di seguito.

Facendo seguito a un annuncio trovato via web da un collega, decido di interessarmi a un appartamento, poiché, dopo aver letto accuratamente la descrizione, penso proprio che faccia al caso mio e del mio gatto. La casa, un trilocale più servizi, si trova vicino al posto di lavoro, in zona centrale a Sassari, angolo Viale Italia. Faccio un respiro e trovo il coraggio di chiamare il numero indicato. Ho il grande desiderio di costruire, di farmi una nuova vita all’insegna dell’autonomia, dato che sto attraversando un periodo difficile, di grandi cambiamenti. Io sono incerta, insicura, titubante, determinata: insomma, sono tante le emozioni che provo, ma dall’altra parte del telefono la proprietaria dell’immobile non mi pare sia sintonizzata sulla stessa frequenza. Non è accogliente, risponde con una certa diffidenza, ma poi mi parla della casa e stiamo per fissare l’appuntamento: prima di accettare vorrei vederla.
Per come è fatta la società, che non è sempre inclusiva, decido, per onestà intellettuale, di informarla della mia disabilità. Qui arriva il colpo di scena: la signora, appena sentita la questione relativa alle mie difficoltà, decide di cambiare idea e inizia a inventare scuse e a ritrattare. Sostanzialmente, io pensavo già di essere dentro la casa, di essere vicina al posto di lavoro, di avere autonomia e di poter iniziare una nuova vita, ma così non è stato e, lo dico con forza ma anche con grande pacatezza, non si può negare la casa a nessuno, perché i soldi di una persona con disabilità hanno lo stesso valore di quelli di tutte le altre persone.
Il suo comportamento denota ancora un grande timore nei confronti di chi non ha le caratteristiche “standard”; questo però non significa niente, perché tutti abbiamo diritto di realizzare i nostri sogni e di vivere una vita al 100%, ricca di soddisfazioni, e questo mi è stato negato solo e semplicemente per una questione di timore verso il diverso.
L’affermazione relativa alle mie problematiche mi ha negato l’opportunità di vedere la casa e non mi capacito: era tutto già stabilito ed ero pronta mentalmente a trasferirmi, ma il mondo mi è crollato addosso e mi sento veramente sconcertata, perché pensavo che nel 2026 non esistessero più persone come quella che ho incontrato.
Tuttavia non dispero e sono sicura che nei dintorni troverò qualcosa; quello che scrivo, quindi, lo dico per segnalare la difficoltà di chi cerca casa senza avere un garante vedente. Come a dire che se non sei abile e arruolabile sei sporco e trasandato. Chi mi conosce profondamente sa come sono fatta: sono una battagliera e nulla mi fermerà, neanche questa brutta avventura.

Ringraziamo Daniela per aver scelto di condividere con noi e con i nostri Lettori e Lettrici un’esperienza tanto amara, raccontata con una lucidità e una compostezza che non possono che suscitare rispetto. La sua lettera, però, non parla soltanto di lei. Parla di un meccanismo che molte persone con disabilità conoscono bene: quello per cui, prima ancora di essere incontrati, si viene giudicati. Bastano una parola, un’informazione fornita per correttezza perché una trattativa si interrompa e le scuse o i giri di parole prendano il posto delle ragioni.
È lo stesso meccanismo che colpisce chi viene scartato per il colore della pelle, per il Paese da cui proviene, per un accento, per un cognome, per la religione che professa. Gli annunci del tipo «affittasi solo a italiani» o i proprietari che, al telefono, si ritirano appena capiscono chi hanno davanti non sono episodi isolati: sono il segno di un pregiudizio che attraversa la nostra società e che, quando si parla della casa, tocca un bisogno primario. Perché avere un’abitazione significa poter scegliere dove e con chi vivere, avvicinarsi al lavoro, costruire la propria autonomia: esattamente ciò che Daniela desiderava.
Dietro il rifiuto c’è spesso la paura di ciò che non si conosce: l’idea che una persona con disabilità rappresenti necessariamente “un problema”, che non sappia gestire una casa, che non sia facilmente sfrattabile. Sono convinzioni infondate, che però producono conseguenze reali.
Ricordiamo che la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità riconosce all’articolo 19 il diritto di scegliere il proprio luogo di residenza e di vivere in modo indipendente, e che in Italia la Legge 67/06 tutela le persone con disabilità vittime di discriminazioni. Le norme tuttavia non bastano se non cambia lo sguardo. Ed è anche per questo che storie come questa vanno raccontate: perché chi le legge possa riconoscere il pregiudizio, magari anche dentro di sé, e scegliere di comportarsi diversamente.
A Daniela auguriamo di trovare presto l’abitazione che cerca. Con la determinazione che traspare dalle sue parole, siamo certi che ci riuscirà. (F.V.) 

Ringraziamo Marco Farina per la segnalazione.

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Dalla sperimentazione al sistema: la valutazione di base nella riforma della disabilità

Superando - 28 Settembre 2026 - 1:05pm

«Comprendere i contenuti, le innovazioni e le ricadute operative della riforma della disabilità significa prepararsi a un cambiamento che interesserà istituzioni, professionisti, enti del Terzo Settore, associazioni e cittadini»: a dirlo è Franco Lepore, presidente dell’Agenzia IURA, che ha promosso per il 1° ottobre a Roma, presso la Sala Polifunzionale della Presidenza del Consiglio, il convegno nazionale “Dalla sperimentazione al sistema: la valutazione di base nella riforma della disabilità”

Promosso dall’Agenzia IURA, si terrà il 1° ottobre a Roma, presso la Sala Polifunzionale della Presidenza del Consiglio dei Ministri (Via Santa Maria in Via, 37, ore 9.30-17), il convegno nazionale Dalla sperimentazione al sistema: la valutazione di base nella riforma della disabilità, preziosa e importante occasione di approfondimento e confronto dedicata alla fase sperimentale della riforma introdotta dal Decreto Legislativo 62/24, applicativo della Legge Delega 227/21 in materia di disabilità.
«La riforma della disabilità – sottolinea Franco Lepore, presidente dell’Agenzia IURA – rappresenta uno dei cambiamenti più significativi degli ultimi anni nel sistema di accertamento e di presa in carico delle persone con disabilità. Comprenderne i contenuti, le innovazioni e le ricadute operative significa prepararsi a un cambiamento che interesserà istituzioni, professionisti, enti del Terzo Settore, associazioni e cittadini».

Nel corso del convegno, dunque, verranno analizzate le principali novità introdotte dalla riforma: dal nuovo certificato medico introduttivo ai decreti attuativi, dai criteri di valutazione delle diverse condizioni (invalidità civile, cecità, sordità, condizione di disabilità e necessità di sostegno) all’impiego del questionario WHODAS (World Health Organization Disability Assessment Schedule 2.0). Saranno inoltre presentate e discusse le prime evidenze emerse nei territori coinvolti nella sperimentazione, per valutarne risultati, criticità e prospettive applicative in vista dell’estensione del nuovo sistema a tutto il territorio nazionale nel 2027.
«L’iniziativa – aggiunge Lepore – vuole offrire uno spazio di dialogo qualificato tra istituzioni, enti del Terzo Settore, associazioni rappresentative, professionisti e operatori del settore, nella convinzione che il confronto tra esperienze e competenze diverse sia fondamentale per contribuire alla costruzione di un sistema di valutazione sempre più efficace, uniforme e realmente orientato ai bisogni della persona. Si tratta in sostanza di un appuntamento di particolare rilievo per tutti coloro che desiderino conoscere da vicino l’evoluzione della riforma, confrontarsi con esperti e protagonisti della sperimentazione e contribuire a una riflessione condivisa su un cambiamento destinato a incidere profondamente sulla qualità della vita delle persone con disabilità e delle loro famiglie».
«Partecipare – conclude – significa essere protagonisti del cambiamento: conoscere oggi la riforma vuol dire infatti contribuire a costruire un sistema più equo, inclusivo e vicino ai bisogni delle persone di domani». (S.B.)

A questo link è disponibile il programma completo del convegno per iscriversi al quale è necessario fare riferimento al modulo presente a quest’altro link.

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Ma il Piano Educativo Individualizzato non è un impiccio burocratico!

Superando - 28 Settembre 2026 - 12:25pm

«Il Ministro dell’Istruzione e del Merito – scrivono ANFFAS e AIPD – ha annunciato una riforma inserita nel nuovo Decreto Scuola secondo cui vi sarebbe l’addio all’obbligo di riscrittura e ridefinizione integrale annuale del PEI (Piano Educativo Individualizzato) per gli alunni con disabilità già frequentanti, introducendo un aggiornamento strutturale solo “al bisogno”. Ovviamente servirà il testo definitivo del Decreto per un parere più puntuale, ma per quanto al momento è dato sapere, il nostro giudizio non può che essere critico»

Il Ministro dell’Istruzione e del Merito Valditara, ha annunciato una riforma inserita nel nuovo Decreto Scuola approvato dal Consiglio dei Ministri il 24 settembre scorso, provvedimento che prevede l’addio all’obbligo di riscrittura e ridefinizione integrale annuale del PEI (Piano Educativo Individualizzato) per gli alunni con disabilità già frequentanti, introducendo un aggiornamento strutturale solo “al bisogno”. Tale provvedimento non è stato condiviso né con il movimento associativo, né con l’Osservatorio Ministeriale sull’inclusione scolastica e la Consulta delle associazioni. Si tratta, quindi, di un’iniziativa unilaterale del Ministero.

Ma cosa cambia davvero per il PEI? L’intervento viene motivato dall’esigenza di tagliare passaggi burocratici considerati dal Ministero ripetitivi per le scuole e per le famiglie. Di conseguenza, pur restando fermo l’obbligo di redigere il PEI definitivo entro il mese di giugno per l’anno successivo, non sarà più obbligatorio per docenti e genitori rimettere in discussione l’intero impianto strutturale del documento ogni anno scolastico: l’aggiornamento e la modifica avverranno solo laddove si presentino nuove condizioni o esigenze educative e cliniche dell’alunno.
A questo punto la domanda sorge spontanea: siamo sicuri che questo provvedimento risponda realmente ai bisogni degli alunni con disabilità? Oppure nasconde altri interessi? Una simile modalità non rischia di generare profili di discriminazione indiretta, vietata dalla Legge 67/06 (Misure per la tutela giudiziaria delle persone con disabilità vittime di discriminazioni)?
Tra le motivazioni addotte dal Ministro c’è la spiegazione che, semplificando la procedura, l’assegnazione dei docenti specializzati sarebbe più rapida, permettendo alle scuole di coprire le cattedre fin dall’inizio dell’anno. Ma, se questo fosse vero, non si sarebbe dovuto intervenire sull’efficienza dell’organizzazione scolastica e sul reclutamento, piuttosto che cercare scorciatoie che rischiano di attenuare il diritto a un’inclusione scolastica di qualità?

Parallelamente, il decreto introduce il “fascicolo del docente” valido per l’intera carriera, presentato come uno strumento per ottimizzare la continuità didattica sul sostegno. Sul punto vorremmo comprendere meglio le implicazioni: la garanzia della continuità è una questione rilevante e fortemente sostenuta dalle famiglie, ma temiamo che le soluzioni proposte si traducano in mere rigidità gestionali.
La digitalizzazione e la riduzione della burocrazia del PEI vengono presentate come un disegno complessivo per alleggerire il lavoro dei docenti e garantire efficienza didattica. Ma siamo sicuri che, nei fatti, non si assisterà a un ennesimo arretramento della qualità del sistema di inclusione scolastica?
Per questo motivo riteniamo necessario evidenziare che in tale provvedimento si nascondono concreti profili discriminatori, come detto, ai sensi della Legge 67/06.
Numerose pronunce della Cassazione e dei Tribunali hanno stabilito infatti che la compressione del diritto all’istruzione o la mancata corrispondenza tra i bisogni reali e le ore di sostegno configurano una discriminazione indiretta. Lo stop alla revisione annuale obbligatoria e i nuovi meccanismi di deroga introdotti dal Decreto rischiano di configurare una prassi apparentemente neutra che mette la persona con disabilità in una posizione di svantaggio.

A nostro avviso, dunque, questa misura va in direzione opposta alla logica del Progetto di Vita, che richiede continuità di valutazione e dinamicità, non certo la “cristallizzazione” dei sostegni. Diradare l’obbligo di revisione e permettere approvazioni “unilaterali” per evitare lo sforamento dei termini rischia di far venir meno l’alleanza con i servizi sanitari e territoriali, trasformando il GLO (Gruppo di Lavoro Operativo per l’Inclusione) in un mero adempimento d’ufficio.
In buona sostanza, con questo provvedimento:
° Non si tiene in debito conto l’evoluzione dell’alunno: l’età evolutiva è per definizione dinamica. Limitare l’aggiornamento del PEI ai soli casi di “sopravvenute condizioni” rischia di cristallizzare un piano educativo basato su una fotografia vecchia anche di due o tre anni, non rispondendo più ai bisogni reali e attuali dell’alunno.
° Si compromette la progettazione didattica e la valutazione degli apprendimenti: l’assenza di una rimodulazione annuale approfondita rischia di “congelare” gli obiettivi educativi e i criteri di valutazione, impedendo di calibrare le verifiche e le griglie didattiche sulle reali tappe di sviluppo raggiunte dall’alunno e ledendo il suo diritto a un percorso di apprendimento personalizzato.
° C’è il concreto rischio di un blocco delle risorse per motivi di bilancio: il Decreto introduce il principio secondo cui, nel passaggio da un anno all’altro, viene valutato in via prioritaria il mantenimento delle ore dell’anno precedente, ma inserisce la clausola «fatta salva l’assegnazione dell’organico». Questo “scudo burocratico” potrebbe quindi spingere le Amministrazioni Scolastiche e gli Enti Locali a congelare gli organici o a non rimodulare i servizi al rialzo per mere ragioni di bilancio. Ricordiamo che, secondo la giurisprudenza consolidata, l’utilizzo di motivazioni organizzative o economiche per ridurre o non adeguare i servizi di sostegno integra pienamente la discriminazione ai sensi della Legge 67/06.
° Si agisce in danno delle famiglie con un’inversione dell’onere: senza una scadenza fissa e automatica che imponga la totale ridiscussione del PEI, l’attivazione della procedura di modifica e di aumento delle ore graverà quasi interamente sull’iniziativa delle famiglie o sulla sensibilità dei singoli Consigli di Classe, aumentando le disparità tra chi ha gli strumenti culturali e legali per pretendere l’aggiornamento e chi no.

Ovviamente sarà determinante analizzare il testo definitivo del Decreto Legge in Gazzetta Ufficiale e i successivi Decreti Attuativi per poter esprimere un parere ancora più puntuale, ma, per quanto al momento è dato sapere, il nostro giudizio non può che essere critico. C’è, infatti, il concreto rischio che, al di là delle “buone intenzioni” del Ministro, il tutto si traduca in una stagnazione dei sostegni per meri motivi di risparmio, nell’inevitabile peggioramento della qualità del sistema inclusivo, in un aggravio per le famiglie e nell’attuazione di un’autentica ed ennesima discriminazione a danno degli alunni e degli studenti con disabilità. E scusate se è poco!

*L’ANFFAS è l’Associazione Nazionale di Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo; l’AIPD è l’Associazione Italiana Persone con Sindrome di Down.

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Avviso di interpello classe di concorso BB02 – POLO LICEALE SCALEA -PRAIA A MARE

Ultime da A. T. P. Cosenza - 28 Settembre 2026 - 11:44am

Ministero dell’Istruzione Ufficio Scolastico Regionale per la Calabria – Direzione Generale Ufficio V – Ambito Territoriale di Cosenza Via Romualdo Montagna, 13 – 87100 Cosenza e-mail: usp.cs@istruzione.it – Posta ...

Comparto e Area Istruzione e Ricerca_ settore Scuola_ Sciopero plurisettoriale del 2 ottobre 2026

Ultime da USR Calabria - 28 Settembre 2026 - 11:11am

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INCARICHI TD 2026/2027 – Pubblicazione decreto rettifica I e II turno CdC A016 – A009

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Ministero dell’Istruzione Ufficio Scolastico Regionale per la Calabria – Direzione Generale Ufficio V – Ambito Territoriale di Cosenza Via Romualdo Montagna, 13 – 87100 Cosenza e-mail: usp.cs@istruzione.it – Posta ...

Servizio di assicurazione integrativa delle spese sanitarie del personale della scuola e del Ministero dell ‘Istruzione e del Merito – Comunicazione attivazione – Modalità operative per le nuove adesioni

Ultime da USR Calabria - 28 Settembre 2026 - 10:04am

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I corsi gratuiti di informatica promossi da Orbolandia: “Autonomia è libertà!”

Superando - 25 Settembre 2026 - 6:36pm

Anche per questa stagione 2026-2027 stanno per partire i corsi gratuiti online di informatica promossi dalla Community Orbolandia, rivolti a persone cieche, ipovedenti e sordocieche, per renderle sempre più autonome nell’utilizzo delle tecnologie assistive, all’insegna, non a caso, di un motto costante nel tempo, quale “Autonomia è libertà!”

Nell’ormai lontano 2014 si era presentata anche sulle nostre pagine come una «community di aiutoaiuto di Ciechi a misura di città. News, App e ausili tifloinformatici senza orpelli e gabelli». Via via negli anni, poi, Orbolandia.it, si è resa visibile soprattutto con i propri corsi gratuiti online di informatica, rivolti a persone cieche, ipovedenti e sordocieche, per renderle sempre più autonome nell’utilizzo delle tecnologie assistive, all’insegna non a caso di un motto costante nel tempo, quale Autonomia è libertà!
Anche per questa stagione 2026-2027, dunque, sta per ripartire quella bella iniziativa, fatta di corsi dedicati all’apprendimento di iPhone, Mac e Barre Braille con VoiceOver, svolti online, in modo personalizzato, adattandosi alle esigenze e al livello di esperienza di ogni partecipante.
Le lezioni si terranno online tramite Microsoft Teams, con avvio il 5 ottobre prossimo per il primo gruppo, l’11 gennaio 2027 per il secondo, e con un terzo ciclo di ripasso, recupero e approfondimenti, previsto per il mese di maggio del prossimo anno.
Le lezioni stesse sono tenute esclusivamente da volontari della Community Orbolandia, che mettono gratuitamente a disposizione il proprio tempo e la propria esperienza. La partecipazione, come detto, è completamente gratuita, richiedendo solo un piccolo gesto di solidarietà: qualora cioè la domanda di iscrizione venga accettata e prima dell’assegnazione del docente, ciascun partecipante, secondo le proprie possibilità, effettuerà un’offerta libera a favore di una realtà che opera concretamente nel campo della disabilità visiva, scegliendo ad esempio tra organizzazioni come la Lega del Filo d’Oro, la Scuola Nazionale Cani Guida per Ciechi di Scandicci, una delle altre scuole italiane per cani guida o ulteriori Associazioni che si occupano di offrire servizi e supporto alle persone con disabilità visiva. E la scelta dell’ente beneficiario sarà completamente libera. (S.B.)

Per partecipare fare riferimento a questo link. Per informazioni: orbolandia@orbolandia.it.

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Che almeno i nostri figli non abbiano paura del tuono

Superando - 25 Settembre 2026 - 6:00pm

Tetiana Bilokonska, scrittrice ucraina rifugiata in Italia, autrice di testi su autismo e neurodiversità, lei stessa persona con disturbo dello spettro autistico e già da tempo nostra “firma”: il suo racconto di un recente ritorno in Ucraina, sotto ai droni e ai bombardamenti, è a dir poco drammatico nel parlare della guerra, quella vera, quella che quattro anni e mezzo fa, alle cinque del mattino, fece dire a suo figlio «Mamma, io non voglio morire». È per noi una grande emozione e un onore ospitarne questa testimonianza e metterla a disposizione di Lettrici e Lettori

È già da più di un anno “firma” del nostro giornale, Tetiana Bilokonska, scrittrice ucraina rifugiata in Italia dal 2022, autrice di testi su autismo e neurodiversità, lei stessa persona con disturbo dello spettro autistico. E ne stiamo anche pubblicando una serie di approfondimenti sul tema Donne Asperger: voci adulte nello spettro. Il racconto che ne presentiamo oggi, invece, è molto diverso e racconta del recente ritorno di Tatiana a Kyiv (d’ora in poi Kiev), la capitale dell’Ucraina, insieme al figlio. È per noi una grande emozione e un onore ospitarne questa importante testimonianza e metterla a disposizione di Lettrici e Lettori.

Marc Chagall, “La guerre” (“La guerra”), 1943, Parigi, Centro Pompidou

Quest’estate sono tornata in Ucraina con mio figlio. Doveva fare alcuni documenti, sottoporsi a controlli medici e seguire delle cure. Cose che in Italia avrebbero richiesto mesi e che in Ucraina siamo riusciti a organizzare in circa una settimana. Questa, però, è soltanto la spiegazione razionale del viaggio. La verità è che volevo tornare a casa.
Lì ci sono i miei genitori, le strade che conosco senza dover guardare una mappa, la mia lingua intorno a me. C’è Kiev e quella strana sensazione di riuscire finalmente a respirare fino in fondo.

Vivo in Sicilia e amo molte cose della mia vita qui. Sono grata all’Italia per averci accolti. Ma l’emigrazione mi ha insegnato che si possono amare due luoghi in modi completamente diversi: uno può diventare il posto in cui vivi, mentre l’altro continua a essere il posto al quale appartieni.
Avevo soltanto dimenticato che durante una guerra perfino la parola “casa” può cambiare significato.
La prima notte a Kiev mi sono svegliata per l’allarme antiaereo. Avevo preparato tutto: i documenti nello zaino, i vestiti vicino al letto, le scarpe pronte. Sapevo perfettamente dove si trovava il rifugio. Abitavo al dodicesimo piano.
Sono uscita dall’appartamento e ho cominciato a scendere, ma non sono arrivata in tempo. Circa tre minuti dopo l’inizio dell’allarme è caduto il primo missile balistico. Tre minuti, nella vita normale, sembrano un intervallo di tempo più che sufficiente. Puoi preparare un caffè, ascoltare metà di una canzone, guardare fuori dalla finestra, rispondere a un messaggio. Dal dodicesimo piano, durante un attacco balistico, tre minuti possono essere meno del tempo necessario per restare viva.

Durante quel soggiorno non sono quasi mai riuscita ad arrivare al rifugio prima della prima esplosione. E ho scoperto qualcosa che prima non sapevo: è impossibile spiegare davvero il rumore di un missile. Non assomiglia a un temporale, ai fuochi d’artificio o alle esplosioni dei film, perché non lo senti soltanto con le orecchie. Lo senti nella terra sotto i piedi, nel petto, nei denti, nelle ossa.
E c’è una notte che probabilmente non dimenticherò mai. Stavo correndo verso il rifugio quando un missile balistico nordcoreano ha colpito la mia zona. Davanti a me il cielo è diventato rosso. Il boato era così potente e innaturale che ho pensato una cosa assurda: sembrava che qualcuno avesse acceso la colonna sonora di un film dell’orrore a un volume impossibile.
Forse, quando la realtà supera ciò che siamo capaci di comprendere, il cervello cerca disperatamente qualcosa che conosce.
Il rifugio era a circa due minuti di corsa, ma quella notte mi sembrò di correre per un’ora. Quando finalmente sono entrata, un uomo mi è venuto incontro gridando: «Perché non ti sei buttata a terra?». Non capivo. Solo dopo ho ricostruito ciò che era accaduto. Pochi secondi dopo il primo missile ne era arrivato un secondo quasi nello stesso punto. Quell’uomo correva dietro di me e mi urlava di buttarmi a terra. Io continuavo a correre.
Non lo avevo sentito. O forse il mio cervello aveva sentito la sua voce, ma non era più capace di trasformare quelle parole in un comando per il corpo.

Prima pensavo che sotto un bombardamento una persona provasse soprattutto paura. Io, invece, la paura quasi non la ricordo. Ricordo l’orrore, l’impotenza, la rabbia e un pensiero molto semplice: da qualche parte, lontano da me, una persona aveva dato un ordine, un’altra aveva premuto un pulsante e adesso io correvo nel buio cercando di non morire.
Un’altra volta i missili sono arrivati quasi senza preavviso. Correvo di nuovo verso il rifugio, sono caduta sulle scale e mi sono fatta male alla spalla. Mi fa male ancora oggi. Sono tornata in Italia, quella notte è finita da tempo e i missili sono lontani, ma quando provo ad alzare il braccio, il mio corpo mi ricorda che tutto questo è accaduto davvero.
Durante un altro attacco sono arrivati circa venti missili balistici. Quando tutto è finito e sono uscita dal rifugio, ho camminato verso casa in silenzio e ho pianto. Solo allora. Durante gli attacchi quasi non riuscivo mai a piangere.
Nei film, davanti alla possibilità di morire, le persone sembrano improvvisamente comprendere il senso della vita e scoprire grandi verità. Io non ho vissuto niente del genere. Per le grandi verità non c’era tempo.
C’era il telefono e c’erano pochi secondi per scrivere alle persone che amo: «Ti voglio bene».
Lo scrivevo perché non sapevo se sarebbe stato il mio ultimo messaggio. Non volevo che le mie ultime parole fossero una domanda sulla spesa, una battuta o un normale «ci sentiamo domani». Se quello doveva essere davvero l’ultimo messaggio, volevo che contenesse amore.
Poi mettevo via il telefono e aspettavo. Il mio corpo tremava e a volte producevo involontariamente suoni che non avevo mai fatto prima. La mente sembrava quasi non avere il tempo di avere paura.
Il corpo, invece, sapeva.

In quelle settimane ho imparato cose che non avrei mai voluto sapere. Ho imparato a distinguere il suono di un drone tradizionale da quello di un drone a reazione, a riconoscere rumori diversi associati agli attacchi con missili balistici e ad altri tipi di missili. Dal boato e da come tremava la città avevo cominciato perfino a intuire quanto lontano fosse avvenuto un impatto. Seguendo i canali di monitoraggio e ascoltando ciò che accadeva intorno a me, avevo imparato a capire quando poteva essere imminente un attacco balistico e quando i rumori erano legati alla difesa aerea.
Non sono orgogliosa di nessuna di queste competenze. Non voglio possederle.
Non sono una militare, un’esperta di armamenti o una corrispondente di guerra. Sono una donna che scrive, cresce un figlio, ama il caffè, i libri, il mare, viaggiare e una vita assolutamente normale. Ma la guerra, senza chiedermi il permesso, ha aggiunto un’altra materia alla mia educazione.
E la cosa più terribile non è nemmeno che un adulto possa adattarsi a tutto questo. È che si adattano anche i bambini. Conoscono parole che non dovrebbero esistere nel vocabolario dell’infanzia: “missile balistico”, “Shahed”, “impatto”, “cessato allarme”, “rifugio”. Possono addormentarsi con rumori che farebbero tremare le mani a chi li ascoltasse per la prima volta.
La chiamiamo capacità di adattamento. A volte ammiriamo perfino la loro resilienza. Io penso sempre più spesso che un bambino non dovrebbe essere così resiliente. Non dovrebbe averne bisogno.

Eppure, in mezzo a tutto questo, ricordo una cosa assolutamente quotidiana di quasi ogni notte trascorsa nel rifugio: il profumo del caffè. Non so chi lo portasse in un thermos, ma sentivo quel profumo e improvvisamente desideravo un caffè in modo quasi doloroso. Non volevo realizzare un grande progetto, cambiare la mia vita o esaudire un sogno. Volevo soltanto prepararmi un caffè.
Seduta nel rifugio, ascoltando le esplosioni, pensavo: quando finirà l’allarme tornerò a casa e mi preparerò il caffè. Volevo disperatamente arrivare a quella tazza. Perché se ero nella mia cucina a preparare il caffè, significava che quella notte non mi aveva portata via. Ero sopravvissuta. La vita continuava.
Forse soltanto quando non sai se avrai un altro mattino comprendi il vero valore delle cose più banali.
Nei rifugi c’era anche un piccolo rituale che ogni volta mi sembrava surreale. Entravi nel cuore della notte, magari dopo aver già sentito un’esplosione, e le persone che erano lì alzavano lo sguardo e dicevano educatamente: «Buonasera». E tu rispondevi: «Buonasera».
Ma cosa c’era di buono in quella sera? Sopra la città volavano i missili. Qualcuno aveva appena svegliato il proprio bambino e lo aveva tirato fuori dal letto. Qualcuno era arrivato con un gatto nel trasportino, qualcuno stringeva un cane, qualcuno non aveva avuto neppure il tempo di vestirsi. Eppure ci auguravamo “buonasera”.
In quella parola c’era qualcosa di assurdo e, allo stesso tempo, profondamente umano. Forse anche questo è un modo per non permettere alla guerra di trasformarti definitivamente in un organismo che pensa soltanto a sopravvivere. Sei ancora una persona. Entri e saluti gli altri, anche mentre qualcuno cerca di distruggere la città sopra la tua testa.

Durante una delle notti peggiori furono lanciati più di quaranta missili contro Kiev. Quella volta ero davvero convinta che non avrei visto il mattino. Le pareti del rifugio tremavano. C’erano bambini, anziani, donne, uomini. Qualcuno teneva un gatto in braccio, qualcuno stringeva il proprio cane. Nessuno dormiva e quasi nessuno parlava. Tacevano perfino i bambini e gli animali. Ogni tanto qualcuno pregava sottovoce. Ho visto uomini adulti asciugarsi le lacrime cercando di non farsi vedere.
Lì ho capito quanto diventino piccole tutte le grandi parole quando un essere umano vuole semplicemente arrivare vivo al mattino. Nessuno parlava di NATO, di sfere d’influenza, di confini storici, di interessi strategici o di equilibri geopolitici, argomenti sui quali è così facile discutere per ore quando si è seduti al sicuro. Tutti desideravano la stessa cosa: che arrivasse il mattino.
E il mattino arrivava.
Forse questa è una delle cose più difficili da capire dell’Ucraina di oggi per chi non ci ha mai vissuto. Dopo una notte in cui hai contato le esplosioni e pensato di poter non vedere l’alba, Kiev si sveglia e ricomincia a vivere. Aprono i negozi e i bar. I bambini vanno all’asilo. Le madri accompagnano i figli, fanno la spesa, incontrano un’amica, vanno a farsi le unghie. Le persone lavorano, studiano, litigano per sciocchezze, si innamorano, arrivano in ritardo, fanno programmi.
La sera puoi chiamare un taxi e andare in un ristorante georgiano, giapponese, francese, vietnamita, italiano, ucraino o praticamente di qualsiasi cucina tu abbia voglia. Puoi tornare tardi e ordinare qualcosa dal telefono, perché perfino durante una guerra gli ucraini restano incredibilmente esigenti quando si tratta di servizi.
A volte tutto l’assurdo della nostra vita entra in una sola notifica sullo smartphone: «A causa della distruzione del magazzino durante un attacco, la consegna subirà un ritardo di circa tre ore». Non tre settimane. Tre ore.
Il magazzino è stato distrutto e il sistema si scusa perché il tuo pacco arriverà in ritardo.
Forse una notifica del genere racconta l’Ucraina contemporanea meglio di decine di conferenze sulla nostra “resilienza”.

Perché l’Ucraina che a volte vedo nell’immaginario europeo non assomiglia al Paese che conosco. Non è una terra grigia e arretrata all’estremità orientale dell’Europa da guardare con pietà. È un Paese moderno, estremamente digitalizzato, veloce ed esigente sulla qualità della vita. In molti àmbiti, i servizi che utilizzo in Ucraina sono più semplici, rapidi e tecnologicamente avanzati di quelli che incontro nella mia quotidianità nell’Italia in pace. E tutto questo continua a funzionare mentre cadono i missili.
Non voglio trasformare questa realtà in una bella storia sulla “resilienza ucraina”. A volte detesto perfino quella parola. Non avremmo dovuto essere costretti a diventare resilienti. Volevamo semplicemente vivere.
Nel mese di luglio notti del genere si ripetevano ogni due o tre giorni. Ad agosto sono diventati sempre più frequenti anche i droni a reazione. A volte l’allarme finiva e quindici minuti dopo ricominciava. Giorno e notte.
Vicino alle case dei miei parenti un drone ha colpito un deposito militare. Sono iniziate le detonazioni e l’area circostante è stata devastata.
Quando sono tornata in Italia, il mio autobus è passato vicino a quel luogo. Dal finestrino guardavo i mezzi dei soccorritori, i militari, gli artificieri, la terra bruciata e ciò che restava di un posto dove fino a poco tempo prima le persone vivevano normalmente.
Pensavo che qualche giorno prima qualcuno lì aveva preparato la cena. Qualcuno aveva lasciato una tazza sul tavolo. Qualcuno aveva comprato qualcosa per il giorno dopo. Forse un bambino aveva lasciato un giocattolo sul pavimento, certo che l’indomani sarebbe tornato a prenderlo. È questo che scompare quando la guerra diventa una notizia.
Vediamo un edificio distrutto e dimentichiamo che prima era una casa. Leggiamo il numero dei morti e dimentichiamo che ognuno di quei numeri aveva un nome, una voce, abitudini, programmi per la settimana successiva e qualcuno a cui scrivere «Ti voglio bene».
Da quando sono tornata in Italia penso molto a come raccontiamo qui l’Ucraina. A Modica (Ragusa) c’è un’Associazione ucraina che organizza iniziative, mostre di disegni e piccoli lavori realizzati dai bambini, raccolte di aiuti. Spesso vengo invitata a partecipare, perché gli italiani vedano che gli ucraini sono qui, che il nostro Paese esiste e che la guerra non è finita.
È importante. Ma dopo quest’ultimo viaggio continuo a farmi una domanda scomoda: quanta guerra vera abbiamo il coraggio di mostrare? Un bambino ucraino disegna una bandiera, un girasole, una casa, un cuore. È bello ed è sincero. Ma anche un bambino italiano può disegnare la stessa casa, lo stesso sole, lo stesso cuore. Guardando quel disegno, una persona può davvero capire cosa significhi per un bambino avere paura che domani la propria casa non esista più?
Forse qualche volta dovremmo avere il coraggio di mostrare non soltanto l’Ucraina che è possibile appendere alla parete di una sala espositiva.
Raccontiamo i bambini che hanno visto ciò che nessun bambino dovrebbe vedere durante un’occupazione. Il soldato che torna senza le gambe e scopre che non esistono più né la casa alla quale voleva tornare né la vita che aveva lasciato. Gli adolescenti che quasi non alzano lo sguardo dal telefono quando un missile colpisce il loro quartiere, non perché siano senza paura, ma perché perfino l’orrore, quando dura abbastanza a lungo, può diventare quotidianità.
Raccontiamo i funerali delle famiglie, chi aspetta mentre i soccorritori cercano sotto le macerie le persone che ama, i bambini che sanno distinguere il rumore di un drone da quello di un missile, il soldato che impara di nuovo a camminare con due protesi, la donna che dopo una notte senza sonno apre comunque il suo piccolo negozio perché deve pagare l’affitto e dare da mangiare ai figli.
Non per scioccare e non per trasformare la sofferenza degli altri in uno spettacolo. Ma perché c’è qualcosa di pericoloso nel rendere la guerra troppo bella, troppo simbolica, troppo facile da guardare.
Bandiere, ricami tradizionali, disegni dei bambini, canzoni, parole sulla forza e sull’eroismo: tutto questo è vero ed è anche Ucraina. Ma la guerra non deve diventare bella.

La guerra vera è una madre che alle tre del mattino prende il figlio per mano e corre giù per le scale. È un uomo che piange di nascosto in un rifugio. È un cane che trema. È un «Ti voglio bene» scritto in fretta nel caso sia l’ultimo. È una spalla che continua a farti male settimane dopo, il profumo del caffè al quale vuoi disperatamente sopravvivere, una tazza rimasta sul tavolo in una casa che non esiste più.
Tempo fa ho ascoltato un’intervista a uno scrittore russo che aveva lasciato la Russia dopo il 2022. Gli chiesero come fosse possibile che la storia non ci insegnasse nulla. Rispose che molte persone sopravvissute alla Seconda guerra mondiale non volevano quasi mai raccontarla. Nei giorni della memoria bevevano alla salute di chi non era tornato e avevano un desiderio molto semplice: che almeno i loro figli non avessero mai paura del tuono.
Un tempo quella frase mi sembrava soltanto molto triste. Adesso la capisco.
Come si spiega a una persona che non lo ha mai sentito il rumore di un drone sopra la testa? Come si raccontano i secondi tra il suono di un missile e l’esplosione? Come si descrive quel momento in cui, dopo un boato, passi immediatamente in rassegna le persone che ami cercando di ricordare in quale quartiere si trovi ciascuna di loro?
Forse chi aveva vissuto la Seconda guerra mondiale taceva proprio perché per alcune cose non esistono parole abbastanza grandi. Ma anche il silenzio ha un prezzo terribile.
Quando una generazione smette di ricordare che cosa sia davvero una guerra, la guerra diventa lentamente un’astrazione. Una mappa. Una strategia. Un film storico. Un dibattito televisivo. Frecce rosse che qualcuno sposta attraverso i confini.
E sotto quelle frecce smettiamo di vedere le case. E le persone che vivono dentro quelle case.

Io sono autistica e da molti anni scrivo di autismo, neurodiversità, inclusione, accettazione e del diritto di essere diversi senza dover chiedere scusa per la propria esistenza.
Ma questa storia non parla di autismo. Perché prima di qualsiasi diagnosi esiste qualcosa di molto più semplice: il diritto di essere una persona. Il diritto di vivere. Di decidere chi sei. Di parlare la tua lingua. Di chiamare casa il luogo che senti tuo. Di mettere tuo figlio a letto senza chiederti se fra tre minuti dovrai svegliarlo e correre.
So che la storia è complessa. So che la politica è complessa e che il mondo non è fatto di risposte semplici. Ma la complessità non può trasformarsi in un modo intellettualmente elegante per dimenticare le persone. Perché alla fine di qualsiasi ordine non c’è la geopolitica. C’è una città, una strada, un edificio, una finestra, una camera da letto. E una persona che un minuto prima stava dormendo.

Quando sono tornata in Italia e il confine ucraino è rimasto alle mie spalle, ho provato un sollievo enorme. Poi mi sono sentita in colpa per quel sollievo. Perché io potevo partire. I miei genitori sono rimasti. Milioni di persone sono rimaste.
Ora sono di nuovo in Sicilia. Sto imparando di nuovo a dormire per tutta la notte. A volte un rumore improvviso fa reagire il mio corpo prima che la mente riesca a capire che non sta succedendo nulla.
La mia mente sa che sono in Italia. Il mio corpo, qualche volta, è ancora al dodicesimo piano di Kiev.
Eppure, quando penso all’Ucraina, le prime immagini che vedo non sono i missili. Vedo i miei genitori, le mie strade, Kiev al mattino dopo una notte terribile. Una persona che apre un bar. Una donna che compra dei fiori. Due ragazzi che ridono. Una madre che accompagna il figlio all’asilo. Persone che fanno programmi per il mese successivo come se avessero un diritto incondizionato ad averlo.
Noi non vogliamo essere eroi. Non vogliamo diventare più forti grazie alla guerra. Non vogliamo imparare a distinguere i missili dal rumore. Non vogliamo che i nostri figli vengano definiti “incredibilmente resilienti”.
Vogliamo vivere. Vogliamo annoiarci, litigare per sciocchezze, pensare a cosa preparare per cena, arrivare in ritardo, andare a farci le unghie, innamorarci, ordinare cose inutili e arrabbiarci perché una consegna è in ritardo.
Vogliamo lasciare una tazza sul tavolo sapendo che al mattino sarà ancora lì. Vogliamo fare programmi per la settimana successiva essendo certi che quella settimana arriverà. Vogliamo sentire un tuono di notte e preoccuparci soltanto di aver lasciato una finestra aperta.
Forse è questo la pace. Non una grande parola scritta in un accordo internazionale, ma una notte in cui tuo figlio dorme. Un caffè che sai con certezza di poter bere al mattino. Un rumore forte che è soltanto un rumore. La possibilità di fare programmi, comprare dei biglietti, aspettare uno spettacolo ed essere certa che, quando arriverà quel giorno, prenderai semplicemente tuo figlio per mano e andrete insieme a teatro.
Perché il momento più terribile di questa guerra, per me, non è legato ai missili. Non al cielo diventato rosso davanti ai miei occhi, non alle pareti di un rifugio che tremavano per le esplosioni e neppure a quella notte in cui ero convinta che non avrei visto il mattino.
Le parole più terribili resteranno per sempre quelle pronunciate da mio figlio.
Il 24 febbraio 2022 dovevamo andare insieme a teatro. Avevamo i biglietti. Li conservo ancora, forse perché sono una piccola prova di carta della vita che quel giorno avrebbe dovuto continuare.
Avremmo dovuto svegliarci, occuparci delle nostre cose, poi prepararci, vestirci e andare a teatro. Una normale giornata di una madre e di suo figlio. Una di quelle giornate che non ricordiamo perché siamo certi che ce ne saranno altre migliaia.
Ma verso le cinque del mattino mi ha svegliata la guerra. E invece di chiedermi a che ora saremmo andati a teatro, mio figlio mi ha detto: «Mamma, io non voglio morire».
Non so se esistano parole più terribili di queste quando a pronunciarle è tuo figlio.
Sono passati più di quattro anni. Mio figlio è cresciuto. Viviamo in un altro Paese. Io ho imparato a distinguere il rumore dei droni e dei missili, a correre verso un rifugio e a prepararmi un caffè dopo una notte durante la quale non ero sicura di vedere il mattino. Ma quei due biglietti del teatro li conservo ancora. Non come ricordo dello spettacolo al quale non siamo mai andati. Li conservo come una piccola prova di carta del fatto che, fino alle cinque del mattino del 24 febbraio 2022, mio figlio, come milioni di bambini ucraini, possedeva ancora una cosa semplicissima. La certezza che il domani sarebbe arrivato.
Per questo, quando parlo di pace, non penso alle dichiarazioni politiche, ai confini sulle mappe o ai grandi discorsi. Penso a una cosa molto più semplice. Vorrei che nessuna madre dovesse mai più sentire, alle cinque del mattino, il proprio figlio dire: «Mamma, io non voglio morire».

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Progetto Studente-Atleta di alto livello – rettifica allegato 2

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Non un “disabilicidio”, ma un fallimento del patto sociale

Superando - 25 Settembre 2026 - 5:10pm

«A proposito dei fatti di Pietralata a Roma – scrive Claudia D’Addio, persona con disabilità, caregiver e professionista del Terzo Settore – tanti attivisti con disabilità (non tutti) stanno fermamente gridando al “disabilicidio” e alcuni giornali hanno a propria volta diffuso questa lettura dell’evento. Tuttavia parlare di disabilicidio non è solo inesatto, ma rischia anche di polarizzare e appiattire il dibattito e le riflessioni che questo evento ha prodotto e vorrei spiegare perché»

Scrivo questo contributo in tre vesti: persona con disabilità, caregiver e professionista del Terzo Settore. Il dibattito sui fatti di Pietralata a Roma e la posizione che stanno prendendo alcuni attivisti con disabilità e giornali mi sta preoccupando e vorrei sottoporre a tutte e tutti noi una riflessione.
Tanti attivisti con disabilità (non tutti) stanno fermamente gridando al “disabilicidio” e alcuni giornali li stanno appoggiando, diffondendo questa lettura dell’evento. Tuttavia parlare di disabilicidio per Pietralata non è solo inesatto, ma rischia anche di polarizzare e appiattire il dibattito e le riflessioni che questo evento ha prodotto e spiegherò perché.

Disabilicidio è un termine che circola da un paio d’anni tra gli attivisti con disabilità italiani, nato da un calco del femminicidio. Indica un crimine d’odio verso le persone con disabilità che ha come movente la repulsione e il disprezzo e la negazione del valore e del diritto alla vita delle stesse persone con disabilità. Nel caso di Pietralata viene applicato in modo inesatto per due motivi. Il primo è che non si tratta di un crimine d’odio: per quanto ne sappiamo dalle lettere lasciate dai genitori di Bianca – la bambina con disabilità uccisa – il movente è stato la solitudine incontrata nell’affrontare il compito di cura. Il secondo motivo è che la decisione dei genitori di uccidere anche Bianca insieme a loro viene automaticamente letta come abilista ovvero legata alla negazione di un’identità indipendente di Bianca da quella dei genitori, che l’avrebbero considerata come una loro estensione, quando non una loro proprietà su cui decidere.
Sia ben inteso, non sto sostenendo che queste dinamiche non esistano, sono ben documentate e studiate nei Disability Studies, quello che sto sostenendo è che la “diagnosi” di alcuni attivisti con disabilità è stata affrettata e non andava applicata a questo episodio.
Non siamo infatti in grado di ricostruire i motivi profondi per cui i genitori hanno deciso di uccidere anche la figlia oltre a se stessi; non sono qui vivi per poterli interrogare e capire se la dinamica dell’omicidio sia riconducibile all’abilismo.
Ci tengo a precisare che questa analisi costituisce un tentativo di comprendere la dinamica del crimine per prevenire una sua ripetizione e non costituisce una negazione dell’esistenza del disabilicidio, dell’abilismo che possono interiorizzare alcuni genitori e tantomeno della gravità dell’omicidio di Bianca. L’atto è gravissimo e ingiustificabile, ma se ci limitiamo a condannare e a gridare slogan anziché tentare di comprendere il fenomeno, saremo condannati a vederlo ricapitare; soprattutto penso sia compito della società e della giustizia tentare di comprendere i fenomeni criminali per prevenirli senza limitarsi a giudicarli e punirli.

Eppure il dibattito sui social e giornali è fermo qui, polarizzato, senza la possibilità di poter affermare che il movente del crimine è da ricercare nella solitudine e nella fatica del caregiver abbandonato dalla società e dallo Stato senza essere tacciati di abilismo o di stare giustificando il crimine.
Sembra diventata un tabù la complessità. Sembra un tabù affermare che dobbiamo avere la lucidità di tenere insieme due aspetti dolorosi: l’omicidio di una bambina di 5 anni e il baratro in cui sono precipitati due genitori.
La prima vittima di questo crimine è senza ombra di dubbio Bianca, che non ha scelto di nascere con una paralisi cerebrale e non ha scelto di morire. Sul fatto che la stampa non abbia parlato abbastanza di lei e non abbia sottolineato abbastanza la gravità del gesto, gli attivisti con disabilità hanno ragione: la persona con disabilità è sempre meno importante e sacrificabile. Tuttavia dobbiamo avere la lucidità di riconoscere ai genitori un doppio status, ambiguo e scomodo, di carnefice e insieme vittima secondaria: vittime di un sistema che li ha lasciati soli davanti ad un compito enorme. Affermare questo non è una giustificazione del crimine, è sempre importante dirlo, così come non toglie niente all’importanza e alla dignità della prima vittima, Bianca. Le due condizioni – vittima primaria e carnefici-vittime secondarie – possono stare insieme.
Dirò di più, devono stare insieme, è importante capirlo e affermarlo perché altrimenti non agiremo preventivamente sulle giuste cause per prevenire altri crimini.
Se infatti spiegassimo il crimine con il movente dell’abilismo e lo etichettassimo come “disabilicidio”, faremmo prevenzione attraverso la sensibilizzazione sugli stereotipi dell’abilismo ai genitori, magari organizzando formazioni, gruppi di incontro e nella migliore delle ipotesi un supporto psico-educativo per i genitori. Questo basterebbe a prevenire altri crimini simili o servirebbe altro?
Se invece capiamo che il movente è stato non solo psicologico e individuale, ma sociale e politico, allora agiremmo diversamente per fare prevenzione: faremmo pressione sulla politica sia locale che nazionale per avere servizi di cura domiciliari per le persone con disabilità non autonome, con infermieri, educatori e assistenti all’autonomia forniti dallo Stato che entrino nelle case e sostituiscano i caregiver nel compito di cura, permettendo sia alla persona con disabilità che ai caregiver di vivere una vita degna di essere vissuta e di qualità.

Pensiamo inoltre all’enorme stigma sui problemi di salute mentale indotti dal Caregiving Burden [“carico del caregiving”, N.d.R.] che questo etichettamento produce: pensiamo a tutti i caregiver che arrivano ad avere pensieri orribili e indicibili e non sanno a chi confessarli o si vergognano terribilmente a farlo. Leggendosi condannati senza appello come “orribili abilisti” saranno ancora più scoraggiati e intimiditi nel parlare dei loro pensieri di morte con qualcuno e nel chiedere aiuto.
Discutere con lucidità di tutto questo sui social è diventato molto difficile, tutto si trasforma in tristi processi sommari e superficiali. Qualsiasi tentativo di parlare della centralità della fatica dei caregiver in questo crimine viene etichettato come abilista. Sembra che l’unica cosa che non sia abilista e possa dare giustizia alla morte di Bianca sia una condanna ferma e senza pietà del gesto dei genitori, con nessuna possibilità di ulteriori considerazioni, approfondimenti e problematizzazioni.
Questa riflessione va infatti distinta da altre reazioni che hanno popolato i social riguardo a questo crimine. Alcune persone hanno definito l’omicidio di Bianca come un “gesto d’amore estremo”, giustificando (in questo caso sì, e anche apertamente) il crimine come un sollievo dato alla bambina la quale non viveva una vita degna di essere vissuta. Questa è una posizione chiaramente abilista, poiché nega alla persona con disabilità l’autodeterminazione e il suo diritto a vivere. Ma è molto diversa dalla riflessione che si sta facendo qui.
Altre persone ancora hanno cercato di riconoscere un’attenuante ai genitori, sostenendo che vadano comprese le loro ragioni, nella fatica enorme che sostenevano nel prendersi cura della figlia. Anche questa è una posizione abilista, che non separa l’identità disabile della bambina dal carico del prendersi cura di lei la cui gravità dipende non dalla bambina stessa, ma dal contesto.
Di nuovo, non è questa la riflessione che si sta portando qui. Non si sta usando comprensione ed empatia ai carnefici, si sta tentando di comprendere la dinamica del fenomeno che è molto più complessa della lettura del “disabilicidio”.

Questa complessità va compresa e gridare al “disabilicidio” ed etichettare ogni dissidenza come abilista appiattisce di molto il dibattito e ci mette fuori strada. In genere a questo punto sui social, per tagliare il discorso qualcuno afferma: «Se non fosse stata disabile non sarebbe morta», quindi è disabilicidio. Ma questa affermazione non prende in considerazione altri fattori (di nuovo, la complessità). Potremmo considerare ad esempio che se questi genitori non fossero stati lasciati soli davanti al compito di cura, Bianca non sarebbe morta. Inoltre, non è detto che Bianca non sarebbe morta se non fosse stata disabile. Sarebbero potuti intervenire altri fattori, ad esempio una grave depressione o psicosi di uno dei genitori, come documenta la letteratura sul figlicidio, termine molto più adatto per questo crimine che il “disabilicidio”.
Paradossalmente etichettare questo crimine come “disabilicidio” commette il grave errore (da manuale, nei Disability Studies) di non separare l’identità disabile della vittima dal carico del prendersi cura di lei, che invece deriva dal contesto – dove infatti va cercato il movente.

Questo gridare inesatto al “disabilicidio” fa pensare che alcuni attivisti con disabilità siano stati affrettati nell’esprimere un giudizio, nonché più inclini al gridare “hanno ucciso una dei nostri” che al tentare di comprendere il fenomeno. E questo mi ha suscitato un’ulteriore riflessione, sul modo di fare attivismo, su chi sia un attivista, sull’importanza dell’intersezionalità delle lotte. E quindi ci tengo a ricordare la mia triplice identità, come persona con disabilità, caregiver e professionista del Terzo Settore cui si aggiunge il mio attivismo nelle scuole e sul territorio milanese sui temi della disabilità, della salute mentale e dell’inclusione sociale.
Fare attivismo non significa creare slogan per i social, significa costruire e diffondere conoscenza del fenomeno, promuovendo dei miglioramenti nella società, sia nella consapevolezza delle persone, sia nelle politiche delle Istituzioni. L’analisi di questo fenomeno, delle reazioni e letture al crimine di Pietralata mi preoccupa, perché mi sembra un esempio di cattivo attivismo, volto più a mettere etichette, azzerare il confronto e il dibattito e ridurre tutto a tifo da stadio.
Questo mi ha ricordato e deve ricordare a tutti e tutte che noi attiviste e noi persone con disabilità siamo persone come tutte le altre: non siamo migliori e non siamo sante perché viviamo una discriminazione e ci battiamo per contrastarla; siamo fallibili, parziali e manchevoli come tutti gli altri, sbagliamo anche noi e siamo soggette alla spietata logica dei social anche noi.
È il motivo per cui di questi temi non dovrebbero parlarne solo le persone che vivono la discriminazione: su questo i progressi che hanno fatto i movimenti per la salute mentale (come la Psichiatria Democratica di Franco Basaglia) hanno fatto scuola. Attorno al tavolo per migliorare la vita delle persone discriminate non possono sedere le persone discriminate da sole. La loro esperienza diretta del fenomeno è imprescindibile, costituisce un sapere altrimenti inaccessibile, e la loro voce va ascoltata per prima. Ma devono anche essere affiancate e confrontarsi con chi studia il fenomeno da professionista e – nel caso delle persone con disabilità – con chi si prende cura di chi tra di loro non è autonomo. In questo modo possiamo confrontare più saperi e avere una visione completa del fenomeno.
Questo discorso applicato al nostro caso ha un importante corollario: un attivista con disabilità è una voce importantissima e imprescindibile, ma non ha la verità in tasca; è importante riflettere e discutere le sue affermazioni con rigore e lucidità senza dargli ragione sulla base di un principio di auctoritas e il dibattito deve essere sia interno a noi attivisti con disabilità che aperto e allargato ad altre figure.
Mi sembra che alcuni giornali abbiano scelto di inseguire le affermazioni di alcuni attivisti con disabilità, magari popolari su social e giornali, senza provare a problematizzare le loro affermazioni. E questo è un problema.

L’ultima riflessione è sull’intersezionalità delle lotte e sul perché il crimine di Pietralata sia stato un’occasione mancata di unire la lotta delle persone con disabilità con quella dei caregiver che è poi un’unica lotta.
Come dicevo prima, la difficoltà nell’analizzare questo crimine sta nel tenere insieme la condizione di vittima primaria di Bianca e la condizione ambigua di carnefici-vittime secondarie dei genitori – il diritto di vita negato di Bianca e il baratro in cui sono sprofondati i genitori. Se riusciamo a tenere insieme questi due piani, capiamo che persone con disabilità e i caregiver devono unirsi per accusare il colpevole dietro le quinte: lo Stato assente che non garantisce qualità della vita alle persone con disabilità e ai loro caregiver. Introducendo invece l’abilismo nel movente e il termine “disabilicidio”, tutto questo sparisce perché devono sparire dalla discussione i genitori, visti unicamente come “carnefici” e non nella doppia veste di carnefice e vittima insieme.
Nell’attivismo si parla tanto di intersezionalità delle lotte, ma poi si perdono occasioni come questa per realizzarla davvero. E questo è un altro enorme problema.
Quello che mi auguro dunque, con questo mio contributo, è di stimolare delle riflessioni lucide, rigorose, non polarizzate e di promuovere maggiore consapevolezza sulla complessità delle discriminazioni sociali, consapevole di avere portato affermazioni impopolari tra i miei colleghi attivisti con disabilità.
Perché non abbiamo bisogno di condanne esemplari e di caccia alle streghe ma di giustizia riparativa: rinsaldare un patto sociale che si è rotto, prima che crolli tutto.

*Persona con disabilità, caregiver, responsabile dei progetti sociali per Sanga Milano Basket, attivista su inclusione, disabilità e salute mentale.

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Prosegue il percorso della Fondazione Catarsini all’insegna dell’arte accessibile

Superando - 25 Settembre 2026 - 4:27pm

Aderendo alle Giornate Europee del Patrimonio, la Fondazione Alfredo Catarsini 1899, delle cui iniziative già da tempo Superando è media partner, promuoverà domani, 26 settembre, un’iniziativa all’insegna dell’arte accessibile a tutti, vale a dire la consegna nella Chiesa di San Martino in Freddana (Lucca) dell’altorilievo scultoreo per la lettura tattile, realizzato dai tecnici del Museo Omero di Ancona, dell’affresco che Alfredo Catarsini dipinse nel catino absidale della stessa chiesa

Aderendo alle Giornate Europee del Patrimonio (European Heritage Days) di questo fine settimana, la Fondazione Alfredo Catarsini 1899, delle cui iniziative già da tempo Superando è media partner, promuoverà nel secondo pomeriggio di domani, 26 settembre, un’iniziativa all’insegna dell’arte accessibile a tutti, vale a dire la consegna (ore 19.15), nella Chiesa di San Martino in Freddana (Lucca), dell’altorilievo scultoreo per la lettura tattile, dell’affresco che Alfredo Catarsini dipinse nel catino absidale della stessa chiesa.
La reinterpretazione tridimensionale è stata realizzata dai tecnici del Museo Tattile Statale Omero di Ancona e costituirà un nuovo, importante laboratorio esperienziale per persone con disabilità visiva lungo il percorso del Cammino I luoghi di Catarsini, grande mostra diffusa – che gode dell’Alto Patronato del Parlamento Europeo – concepita per collegare vari punti significativi del territorio legati alla vita e all’opera di Catarsini e anche l’unico Cammino in Italia interamente accessibile anche a persone con disabilità visiva. Le esperienze già promosse, infatti, alle quali si aggiungerà quella di San Martino in Freddana, sono quelle di Lucca (Palazzo Orsetti e Antica Zecca), Seravezza (Palazzo Mediceo), Forte dei Marmi (Villa Bertelli) e Viareggio (Atelier Catarsini a Villa Paolina e prossimamente Chiesa della Santissima Annunziata), oltre al Liceo Artistico Stagi di Pietrasanta e alle tappe di Camaiore e Massarosa di prossima attivazione.
«Attraverso la capillare presenza di questi laboratori sul territorio – dicono dalla Fondazione – intendiamo offrire occasioni per esercitarsi e sviluppare autonomia nell’esplorazione tattile, affinché le persone con disabilità visiva maturino la dimestichezza necessaria ad affrontare la visita ai musei accessibili, promuovendo così una più ampia e inclusiva divulgazione dell’arte per l’intera comunità».

La cerimonia di consegna dell’altorilievo si svolgerà alla presenza di monsignor Paolo Giulietti, Arcivescovo di Lucca, con gli interventi di don Alessandro Gianni, parroco della Comunità della Valfreddana, Palmiro Filippo Bini, direttore dell’Istituto Storico Lucchese, Sezione Valfreddana, Walter Sandri, console del Touring Club Italiano ed Elena Martinelli, presidente della Fondazione Alfredo Catarsini 1899.
L’appuntamento sarà preceduto dal consueto trekking annuale da San Martino in Freddana a Castagnori e ritorno, alla scoperta dei cicli di affreschi delle due chiese. Una passeggiata nel verde alla portata di tutti, della durata complessiva di circa 4 ore, per una distanza complessiva di 8 chilometri, percorribile anche in auto, moto e bicicletta. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: info@fondazionecatarsini.com.

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Il Campionato Italiano di para arrampicata sportiva

Superando - 25 Settembre 2026 - 1:51pm

Circa 50 atleti italiani e 30 atleti stranieri, provenienti da varie nazioni, arriveranno domani, 26 settembre, e domenica 27, ad Arco di Trento, per il Campionato Italiano 2026 di para climbing, che vedrà in gara numerose categorie di disabilità, alle quali si sono aggiunte da quest’anno le due nuove categorie “Open Fisici” e “Open Visivi” Atleta impegnato nel para climbing

È in continua crescita il comparto del para climbing italiano (para arrampicata sportiva), come dimostrerà anche l’ampia partecipazione al Campionato Italiano 2026, in programma domani, 26 settembre e domenica 27 presso il Centro Tecnico Federale di Arco di Trento, cui arriveranno circa 50 atleti italiani e 30 atleti stranieri, provenienti da varie nazioni, fra cui Austria, Germania, Francia, Croazia, e anche Stati Uniti. La manifestazione, infatti, sarà Open per tutte gli atleti delle squadre nazionali di altre Federazioni, formula scelta per favorire un costruttivo confronto e un innalzamento ulteriore del livello agonistico.
In gara saranno presenti numerose categorie di disabilità, alle quali si sono aggiunte da quest’anno le due nuove categorie Open Fisici e Open Visivi, introdotte dalla FASI (Federazione Arrampicata Sportiva Italiana) per favorire la partecipazione di atleti con disabilità fisica o disabilità visiva che non risultano attualmente classificabili nelle classi ufficiali World Climbing. (S.B.)

A questo link è disponibile un approfondimento sulla manifestazione. Per altre informazioni: stampa@federclimb.it.

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“Pensiero Imprudente”: io, Pinocchio, voglio una scuola che ci accompagni verso la felicità

Superando - 25 Settembre 2026 - 1:30pm

«Sono Pinocchio – scrive Claudio Imprudente nella sua rubrica “Pensiero Imprudente” -, quel burattino che ha scombinato i piani delle persone e delle realtà che mi hanno circondato durante le mie avventure. Anch’io sono andato a scuola come tutti i bambini, ma ero un po’ diverso. Ma io, Pinocchio, non voglio più una scuola che incoraggi solo la competizione. Voglio una scuola che ci accompagni verso la felicità, perché la felicità va a braccetto con la libertà» (©malerapaso/ Getty Images)

Eccomi qui, salto fuori dalle mani di Geppetto, il falegname più famoso del mondo, dopo San Giuseppe. Ho avuto un padre fantastico, in tutti i sensi: un genitore, un maestro e un pedagogo. Del resto non era facile avere un figlio come me, nato da un pezzo di legno.
Ah, dimenticavo di presentarmi, ma sicuramente lo avrete intuito: mi chiamo Pinocchio. Il mio nome deriva proprio dall’albero di pino, perché sul suo tronco ci sono dei nodi che sembrano degli occhi.

Sì, sono proprio quel burattino che ha scombinato i piani delle persone e delle realtà che mi hanno circondato durante le mie avventure.
Anch’io sono andato a scuola come tutti i bambini, ma ero un po’ diverso.
Del resto, la scuola è un posto dove tutti dovrebbero avere la possibilità di far emergere le proprie capacità. Invece è uno specchio che riflette i valori culturali della nostra società, dove i cosiddetti “diversi” vengono obbligati a rientrare il più possibile nella norma e anche ad imparare le nozioni che per la società sono utili.
Ma la mia domanda è: «È più importante imparare a memoria le gesta di Napoleone, oppure imparare ad essere persone consapevoli, libere e avere una vita autonoma e indipendente?». Ma soprattutto: «Questo chi me lo dovrebbe insegnare, la scuola o altre figure educative?». È una domanda che è nella mia testa, da quando Geppetto mi ha creato.

Claudio Imprudente, che cura per Superando la rubrica “Pensiero Imprudente”

In fondo, mi sento come se dovessi percorrere una strada che è già indirizzata da Google Maps per rientrare nei canoni dell’esistenza, ma sono nato burattino, da un papà falegname! Che ci posso fare?!
Che ci posso fare se proprio questa diversità, che mi contraddistingue, mi spinge a essere curioso e a ricercare nuove esperienze che rispondano ai miei dubbi e alle mie domande?
Al contrario, mi sembra che la scuola odierna non sempre mi accetti per quello che sono, che non voglia supportare questa mia identità, impedendomi di spiccare il volo.
È davvero una scuola, quella che insegna a bambini e ragazzi a rispettare dei programmi prestabiliti? Che non apre i propri confini alle questioni portate avanti dalla collettività, dalle persone “diverse” e marginalizzate, tutte quelle che vogliono attivarsi ed essere libere?

Sarebbe bello se la scuola non solo promuovesse l’idea di inclusione, che è utopica, ma anche quella di partecip-AZIONE che, come dice la parola stessa, implica un’azione, non solo da parte del contesto che include, ma anche dalla persona stessa che ha desiderio di partecipare.
Questo lo dico perché le mie diversità, le mie difficoltà, le mie lotte possono essere comuni e condivise per il benessere di tutta l’umanità.

Io, Pinocchio, non voglio più una scuola che incoraggi solo la competizione. Voglio una scuola che ci accompagni verso la felicità, perché la felicità va a braccetto con la libertà.
Tutte queste suggestioni sono frutto dei princìpi e dei valori che mi ha trasmesso il mio papà Geppetto e sarebbe bello se anche la scuola promuovesse questo tipo di pensiero, ponendosi in dialogo costante con tutte le persone, promuovendo la cooperazione e la ricerca di possibilità per creare un mondo più accogliente.

Concludo con le parole di una delle canzoni che più amo, La libertà (1972) di Giorgio Gaber: «La libertà non è star sopra un albero / Non è neanche il volo di un moscone / La libertà non è uno spazio libero / Libertà è partecipazione […]».
E voi, vi sentite liberi e felici? Scrivete a claudio@accaparlante.it oppure sulle mie pagine Facebook e Instagram.

*Il presente contributo è già apparso nella testata «Messaggero di sant’Antonio», con il titolo “Pinocchio tra i banchi di scuola” e viene qui ripreso con diverso titolo e minimi riadattamenti al differente contenitore, per gentile concessione.

Pensiero Imprudente
Dalla fine del 2022 Claudio Imprudente è divenuto una “firma” costante del nostro giornale, con uno spazio fisso che abbiamo concordato assieme di chiamare Pensiero Imprudente, grazie al quale sta impreziosendo le nostre pagine, condividendo con Lettori e Lettrici il proprio sguardo sull’attualità.
Persona già assai nota a chi si occupa di disabilità e di tutto quanto ruota attorno a tale tema, Claudio Imprudente è giornalista, scrittore ed educatore, presidente onorario del CDH di Bologna (Centro Documentazione Handicap) e tra i fondatori della Comunità di Famiglie per l’Accoglienza Maranà-tha. All’interno del CDH ha ideato, insieme a un’équipe di educatori e formatori specializzati, il Progetto Calamaio, che da tantissimi anni propone percorsi formativi sulla diversità e l’handicap al mondo della scuola e del lavoro. Attraverso di esso ha realizzato, dal 1986 a oggi, più di diecimila incontri con gli studenti e le studentesse delle scuole italiane. In qualità di formatore, poi, è stato invitato a numerosi convegni e ha partecipato a trasmissioni televisive e radiofoniche.
Già direttore di una testata “storica” come «Hp-Accaparlante», ha pubblicato libri per adulti e ragazzi, dalle fiabe ai saggi, tra cui Una vita imprudente. Percorsi di un diversabile in un contesto di fiducia,  Da geranio a educatore. Frammenti di un percorso possibile, entrambi editi da Erickson e il più recente Scritti imprudenti. Idee e riflessioni intorno alla disabilità (La Meridiana).
Ha collaborato e collabora con varie riviste e testate, come il «Messaggero di Sant’Antonio», per cui cura da anni la rubrica “DiversaMente”. Il 18 Maggio 2011 è stato insignito della laurea ad honorem dall’Università di Bologna, in Formazione e Cooperazione.

L'articolo “Pensiero Imprudente”: io, Pinocchio, voglio una scuola che ci accompagni verso la felicità proviene da Superando.

Personale Docente – Supplenze a.s. 2026- 2027- III Bollettino di nomine

Ultime da A.T.P. Catanzaro - 25 Settembre 2026 - 1:26pm

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Solo la cooperazione può agevolare a scuola un ambiente inclusivo

Superando - 25 Settembre 2026 - 1:02pm

«Se la scuola – scrive Luca Grecchi -, per il miglioramento del mondo deve insegnare a cooperare, la cooperazione, come modalità educativa, risulta più utile della competizione, la quale anzi si presenta, sotto diversi aspetti, come disfunzionale a tale fine. In generale, infatti, la competizione non realizza un clima di benessere, mentre la cooperazione agevola un ambiente inclusivo, in cui le differenze non solo vengono accettate, ma valorizzate» (Foto di AIPD Nazionale)

Nei primi dieci anni di vita di un essere umano si forma, come noto, la maggior parte delle sue capacità, tra cui le principali competenze sociali. Per questo, ferma restando l’importanza della famiglia, già in altra occasione sottolineata su queste stesse pagine, è verosimile che l’inclusione – ovvero la partecipazione sociale, su base di uguaglianza, di tutte le persone – o nasca nella scuola primaria oppure, poi, difficilmente possa vedere la luce nel prosieguo del percorso.
Si tratta di un’asserzione forte, che cercherò ora di argomentare. Non voglio, con essa, scoraggiare gli educatori della scuola secondaria dal provare ogni iniziativa in tal senso, né negare che sia in certa misura possibile diventare inclusivi anche in età avanzata. Rimane, tuttavia, il fatto che la realtà attuale sia strutturalmente escludente nei confronti delle persone con disabilità, e che la scuola, in Italia, pur formalmente inserendo da decenni tutti (o quasi) i bambini in classi comuni, non abbia saputo svolgere una funzione rilevante sul piano inclusivo. In questo e in altri successivi prossimi interventi, cercherò pertanto di delineare alcune considerazioni che spero possano essere utili a chi vive quotidianamente la realtà scolastica, al fine principale di favorire l’inclusione.

La scuola, come ogni organismo sociale, è parte di un intero, e una parte riesce a vivere, in un intero, solo se si conforma alle sue dinamiche. L’intero di cui la scuola è parte è la totalità sociale capitalistica che si struttura in base a modalità competitive, in cui le imprese competono tra loro per massimizzare i profitti, i lavoratori competono tra loro per ottenere gli impieghi più remunerativi, i consumatori competono tra loro per acquisire i beni ai prezzi migliori, e così via.
Si sente spesso dire che la competizione è alla base del progresso moderno. Quest’ultimo, però, insieme all’incremento quantitativo delle merci, ha prodotto anche un drastico deterioramento qualitativo dell’ambiente naturale e sociale, tale da mettere fortemente a rischio la stessa sopravvivenza della specie umana sul pianeta. Quasi mai, inoltre, ci si ricorda che molto di ciò che di positivo è stato fatto, è dovuto non tanto alla competizione, quanto al suo contrario, ossia alla collaborazione. Anche nelle imprese private, in effetti, i lavoratori collaborano per produrre i vari beni. E del resto l’articolo 45 della Costituzione afferma giustamente, in merito, che «la Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione». Quest’ultima, inoltre, è determinante nell’attività biologica di tutte le specie viventi, principalmente di quelle che nel lungo termine sono risultate più longeve.

Detto ciò, per favorire la nascita di un clima maggiormente cooperativo tra le persone, occorrerebbe cercare di far meglio comprendere alle Istituzioni, come ai docenti – pur all’interno di un sistema scolastico tuttora dominato dall’ideologia competitiva –, come già dalla scuola primaria sia necessario aumentare la collaborazione tra gli studenti. Se infatti, sin da quando sono piccoli, i bambini vengono abituati ad una continua gara individuale a chi ottiene i voti più alti, vi è poca speranza che, in futuro, possa prendere forma una diffusa coesione comunitaria. Nonostante quest’ultima rappresenti il fine naturale di ogni società desiderosa di vivere bene, essa viene in effetti purtroppo osteggiata dall’attuale modo di produzione, il quale è consapevole che le modalità comunitarie si oppongono alle dinamiche competitive che lo caratterizzano.
Poiché, date queste premesse, l’attività educativa scolastica dovrebbe, sul piano della consapevolezza comunitaria, essere reimpostata in maniera radicale, cercherò innanzitutto di argomentare come solo una scuola in grado di favorire la cooperazione possa agevolare, insieme all’apprendimento, anche l’inclusione dei più fragili, nonché come tale processo costituisca un bene per tutti.
Per fare questo, può essere utile prima ricordare che esistono, di massima, due modelli di scuola alternativi, ossia quello “cooperativo”, in cui cooperare significa collaborare, con approccio comunitario, per raggiungere fini comuni a beneficio di tutti, e quello “competitivo”, in cui competere significa gareggiare in opposizione gli uni agli altri, con approccio individualistico, per raggiungere fini propri.
I docenti, tuttora numerosi, i quali ritengono, avendo interiorizzato le abitudini sociali del nostro tempo, che la scuola debba continuare con le modalità competitive attuali – le quali sarebbero anzi, secondo alcuni, da inasprire –, sostengono che, mediante esse, gli studenti siano spinti a dare il massimo, ovvero che le medesime facciano emergere il merito, preparando i giovani alla competizione del mondo esterno. Non credo sia così, ma non si potrebbe dire meglio ciò che l’odierno modo di produzione si aspetta dalla scuola, sul piano della preparazione al lavoro. Peccato però che la scuola dell’obbligo non sia o, meglio, non dovrebbe essere un luogo strumentale di mera istruzione professionale, ossia di fornitura di strumenti tecnici (le famose 3i [inglese, informatica, impresa, N.d.R.]), ma un luogo educativo, ovvero di cultura, di formazione di esseri umani per favorire la realizzazione, sul piano individuale e sociale, della loro buona vita. Tutte le persone, infatti, dovranno sempre collaborare con altre persone, anche con quelle caratterizzate da difficoltà fisiche o intellettive, che nell’attuale sistema scolastico vengono spesso marginalizzate.
Non è auspicabile, pertanto, continuare a strutturare la scuola come un luogo selettivo, tale in sostanza da escludere un elevato numero di giovani da una reale condivisione comunitaria del percorso educativo. La scuola dovrebbe essere impostata in modo da agevolare una maggiore cooperazione tra studenti, base necessaria della loro futura collaborativa partecipazione sociale.

Se la scuola, per il miglioramento del mondo, deve insegnare a cooperare, la cooperazione, come modalità educativa, risulta più utile della competizione, la quale anzi si presenta, sotto diversi aspetti, come disfunzionale a tale fine. La lotta per i voti più alti crea infatti ansia in tutti gli studenti, nonché frustrazione in chi ha maggiori difficoltà, sfavorendo l’inclusione.
In generale, la competizione non realizza un clima di benessere ed è noto a tutti che si impara meglio in contesti in cui regna l’armonia, non in contesti conflittuali. In tali situazioni, in effetti, larga parte delle energie psichiche viene sprecata non per apprendere, o per socializzare, ma per escogitare i mezzi, più o meno leciti, per primeggiare (o per salvarsi). Ciò produce, per altro, sentimenti diffusi di egoismo, invidia, ostilità, ossia l’esatto opposto, sul piano relazionale, di ciò che servirebbe se il fine fosse davvero la costruzione di un mondo migliore per tutti. La cooperazione agevola invece un ambiente inclusivo, in cui le differenze non solo vengono accettate, ma valorizzate, dato che ciascuno, in tale quadro, con le proprie specificità, può dare un contributo utile a sé e agli altri, favorendo la buona vita comune.

La cooperazione, certo, pur essendo un’attitudine naturale per gli esseri umani, in un contesto competitivo come quello attuale non può emergere autonomamente, in nessun àmbito. Essa va pertanto costruita, anche a scuola, attraverso una collaborazione continua tra docenti e studenti.
Il dialogo quotidiano è in merito la necessaria struttura relazionale che, soltanto, può rendere possibili nel tempo efficaci processi di apprendimento. Questi ultimi, in effetti, si rivelano profondi, quindi duraturi, solo se si realizzano mediante una costante elaborazione condivisa delle tematiche trattate.
Un’acquisizione passiva di nozioni tramite mera trasmissione unilaterale del sapere – la quale potrebbe per altro, ormai, essere fruita dagli studenti in maniera autonoma, grazie alle nuove tecnologie –, riesce infatti soltanto a produrre apprendimenti superficiali, dunque temporanei, e come tali rimossi dal cervello non appena divengono inutili ai fini della verifica.
I docenti migliori, realmente insostituibili, sono perciò solo quelli che agevolano la cooperazione dialettica tra studenti, ossia la costruzione comunitaria della conoscenza. Se ogni classe iniziasse a pensarsi come un gruppo con finalità comuni, quale dovrebbe essere anche la società, assisteremmo sicuramente a processi inclusivi molto più marcati, anziché alla sostanziale esclusione di chi è più in difficoltà, come purtroppo accade spesso oggi. Se a scuola, sin da piccoli, si imparasse infatti a cooperare, nella vita si sarebbe maggiormente portati a farlo, ossia a dare – da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni – per il bene proprio e di tutti. Se a scuola, invece, si apprende soltanto a competere individualmente per piazzarsi bene nella “classifica finale”, nella vita si sarà poi indotti a fare la stessa cosa, senza alcuna attenzione verso gli ultimi.
Per questa ragione i docenti hanno un compito fondamentale il quale, per realizzarsi, va tuttavia svolto sapendo che favorire la cooperazione costituisce un fine primario della loro attività educativa, non un mero accessorio opzionale.

*Docente di Storia della Filosofia all’Università di Milano-Bicocca (luca.grecchi@unimib.it), autore di “Filosofia, inclusione, comunità” (Scholé, marchio di Morcelliana, 2026, collana “Orso blu”), di cui abbiamo scritto a questo e a questo link. Il presente contributo di riflessione è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» e viene qui ripreso, con diverso titolo e minimi riadattamenti dovuti al differente contenitore, per gentile concessione.

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Scuole Paritarie – Attività di aggiornamento dell’Anagrafe Nazionale degli Studenti

Ultime da A. T. P. Cosenza - 25 Settembre 2026 - 12:58pm

Ministero dell’Istruzione Ufficio Scolastico Regionale per la Calabria – Direzione Generale Ufficio V – Ambito Territoriale di Cosenza Via Romualdo Montagna, 13 – 87100 Cosenza e-mail: usp.cs@istruzione.it – Posta ...

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