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Accomodamento ragionevole, persone con disabilità (e anche caregiver): non un favore, ma un diritto

Superando - 7 Ottobre 2026 - 12:42pm

L’accomodamento ragionevole non è una concessione a discrezione di chi lo deve attuare, non un modo elegante per dire “contenimento della spesa pubblica”, oppure un “venirsi incontro” quando le risorse scarseggiano: è un diritto verificabile, con criteri scritti nella legge, un percorso per il rispetto dei diritti delle persone con disabilità. Vediamo perché e anche come fare rispettare i propri diritti

Immaginate un dipendente con una grave disabilità motoria che lavora in un ufficio comunale. Dopo un peggioramento delle sue condizioni, non riesce più a raggiungere la propria postazione, situata al primo piano, perché l’ascensore è troppo stretto per la sua carrozzina. Il Comune potrebbe limitarsi a dirgli che gli uffici sono quelli e che i lavori di adeguamento richiederanno mesi. Oppure, dopo averlo ascoltato e valutato le sue esigenze, potrebbe trasferire la sua postazione al piano terra, riorganizzando gli spazi e le attività. Ecco, in una scena, cos’è l’accomodamento ragionevole: non un favore, non un compromesso al ribasso, ma un adattamento su misura che rende davvero esercitabile un diritto che altrimenti resterebbe sulla carta.
È un concetto che dal mese di gennaio di quest’anno è tornato centrale nel dibattito pubblico, perché il Decreto Legislativo 62/24 – che ha riformato profondamente il sistema di accertamento della disabilità in Italia – ha portato a compimento la propria attuazione sul territorio nazionale, e insieme ad esso una fitta giurisprudenza degli ultimi due anni ha reso l’accomodamento ragionevole tutt’altro che un’astrazione giuridica.

Cos’è, davvero, l’accomodamento ragionevole
Partiamo da un equivoco molto diffuso. In tanti – anche tra addetti ai lavori – pensano che “accomodamento ragionevole” sia un modo elegante per dire “contenimento della spesa pubblica”, oppure un “venirsi incontro” quando le risorse scarseggiano. Non è così, e la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità (ratificata dall’Italia con la Legge 18 del 2009) lo chiarisce da tempo: l’accomodamento ragionevole non serve a limitare un diritto, ma a garantirlo, proprio quando le norme generali non bastano a farlo esercitare pienamente, in condizioni di parità con gli altri.
Il già citato Decreto 62/24, all’articolo 17, ha dato a questo principio una casa precisa nel nostro ordinamento: ha inserito nella Legge 104/92 un nuovo articolo, il 5-bis, in vigore già dal 30 giugno 2024. Il testo lo definisce come le «misure e gli adattamenti necessari, pertinenti, appropriati e adeguati» che permettono alla persona con disabilità di esercitare un diritto quando la disciplina generale non glielo garantisce, senza imporre a chi deve attuarli un onere sproporzionato o eccessivo.
Due cose contano più di ogni altra:
° È sussidiario, non sostitutivo: l’accomodamento ragionevole non toglie né riduce nulla di ciò che la persona con disabilità ha già diritto a ricevere per legge (prestazioni, servizi, sostegni). Interviene solo dove quel diritto, per il caso concreto, rischia di restare inapplicato.
° È cucito sulla singola persona: non è una misura di sistema – come il docente di sostegno, previsto in generale per tutti gli alunni con disabilità – ma una soluzione pensata per quella specifica persona, in quella specifica situazione.
Vale la pena ricordarlo con chiarezza: secondo la stessa Convenzione ONU, rifiutare un accomodamento ragionevole è, a tutti gli effetti, una forma di discriminazione.

Come si applica: esempi concreti
La teoria prende forma solo con i casi pratici, e qui la letteratura ne offre alcuni istruttivi.
Il caso di una studentessa sorda che deve sostenere un esame universitario orale. L’università ha predisposto le prove secondo modalità uguali per tutti, ma la studentessa non riesce a comprendere le domande formulate oralmente dal docente e chiede quindi all’ateneo di poter sostenere l’esame con il supporto di un interprete della LIS (Lingua dei Segni Italiana), oppure attraverso una modalità scritta equivalente, che consenta di verificare le stesse conoscenze richieste agli altri studenti. Spetta all’università esaminare la richiesta, ascoltare la studentessa e individuare una soluzione adeguata, senza modificare gli obiettivi formativi dell’esame. Non si tratta di concedere un vantaggio, ma di rimuovere un ostacolo che impedisce alla studentessa di esercitare, in condizioni di parità, il proprio diritto allo studio.
Il caso del lavoro: è probabilmente l’àmbito dove la giurisprudenza recente ha inciso di più. La Cassazione, con la Sentenza n. 605 del 10 gennaio 2025, ha stabilito che un lavoratore con gravi deficit visivi ha diritto di svolgere il proprio lavoro in smart working o da remoto, considerato accomodamento ragionevole, visto che era già stato utilizzato durante la pandemia e non implicava oneri sproporzionati per l’azienda.
Un elemento che rende questi esempi coerenti tra loro: la valutazione procede sempre in due fasi. Prima si individua quale misura risponda davvero al bisogno della persona; solo dopo si verifica se quella misura sia sproporzionata o eccessivamente onerosa per chi deve attuarla. Non è un caso che il Decreto inverta l’ordine “naturale” con cui spesso si ragiona (prima i costi, poi il bisogno): la Convenzione ONU chiede l’esatto contrario.

Le sentenze, gli obblighi delle aziende e i rischi di chi si rifiuta
Il 2026 è stato descritto da diversi osservatori come un punto di svolta per le aziende italiane sul tema dell’accomodamento ragionevole, in seguito a tre Sentenze della Cassazione tra il 2025 e il 2026 che hanno reso il tema concretamente operativo. E le implicazioni pratiche non sono astratte: l’obbligo di accomodamento ragionevole si applica infatti a tutti i datori di lavoro, indipendentemente dalla dimensione dell’azienda, senza una soglia minima.
C’è poi uno sviluppo che allarga significativamente la platea degli interessati, e che finora è stato raccontato meno di altri: recentemente, infatti, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha esteso il principio dell’accomodamento ragionevole anche a chi assiste un familiare con disabilità – i caregiver – in particolare per quanto riguarda orari, turni e mansioni lavorative. Il messaggio della Corte di Giustizia europeo è chiaro: conciliare lavoro e cura non è più una richiesta personale, ma un diritto da rispettare. Non parliamo più solo di chi ha una disabilità, ma anche di chi se ne prende cura: un pubblico molto più ampio di quanto si immagini.
E i rischi per chi ignora questi obblighi? Sono tutt’altro che simbolici: i licenziamenti possono essere dichiarati nulli, possono esserci richieste di risarcimenti, eventuali segnalazioni all’UNAR (l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, che si occupa anche di discriminazioni per disabilità).
Un rifiuto è legittimo solo quando la mansione è oggettivamente incompatibile con l’accomodamento richiesto – pensiamo a un chirurgo o a un operaio di linea che non possono lavorare da remoto – mai per generiche preferenze organizzative.

Ma chi decide se un accomodamento è “ragionevole”?
È la domanda che, alla fine, conta di più e la risposta ha più livelli.
In prima battuta, decide chi è tenuto ad attuarlo: una Pubblica Amministrazione, un concessionario di servizio pubblico (pensiamo al trasporto), oppure un soggetto privato. La persona con disabilità (o chi la rappresenta legalmente) presenta una richiesta scritta, può proporre già una propria soluzione, e chi riceve la richiesta deve prima verificare se quella proposta è accoglibile, prima di valutarne eventualmente altre.
Ma questa non è una decisione insindacabile. Se la Pubblica Amministrazione nega l’accomodamento, deve farlo con un provvedimento motivato, indicando un’alternativa che risponda comunque ai criteri di necessità, adeguatezza, pertinenza e appropriatezza. E se la persona non è soddisfatta, ha due strade, anche cumulabili:
° Rivolgersi all’Autorità Garante Nazionale dei diritti delle persone con disabilità, che può emettere un parere motivato e, in caso di inerzia dell’Amministrazione, portarla persino davanti al TAR.
° Fare ricorso in giudizio per discriminazione, ai sensi della Legge 67/06, la stessa via percorribile anche contro concessionari di servizi pubblici e soggetti privati.
Un dettaglio poco noto ma prezioso: queste azioni possono essere attivate non solo dalla persona interessata, ma anche da Associazioni ed Enti legittimati ad agire contro le discriminazioni per disabilità, presenti in tutta Italia (ANFFAS, AISM, UICI e decine di altre realtà territoriali).

In conclusione, la sostanza è questa: l’accomodamento ragionevole non è una concessione a discrezione di chi lo deve attuare. È un diritto verificabile, con criteri scritti nella legge, un percorso per il rispetto dei diritti delle persone con disabilità.

*Direttore dell’ASP (Azienda Pubblica di Servizi alla Persona) Ambito 9 di Jesi (Ancona).

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GPS 2026/28 – Pubblicazione decreto esclusione rigetto MIM titolo estero ADSS

Ultime da A. T. P. Cosenza - 7 Ottobre 2026 - 11:47am

Ministero dell’Istruzione Ufficio Scolastico Regionale per la Calabria – Direzione Generale Ufficio V – Ambito Territoriale di Cosenza Via Romualdo Montagna, 13 – 87100 Cosenza e-mail: usp.cs@istruzione.it – Posta ...

“Vite in volo”, il secondo romanzo di Francesco Mercurio

Superando - 7 Ottobre 2026 - 11:40am

Cieco dalla nascita, ha iniziato a perdere l’udito dall’età di 10 anni: Francesco Mercurio, presidente del Comitato delle Persone Sordocieche della Lega del Filo d’Oro, è stato certamente la prima persona sordocieca a partecipare nei mesi scorsi come autore al Salone Internazionale del Libro di Torino, con il suo primo libro. Ora ne è uscito il secondo romanzo, “Vite in volo”, che verrà presentato domani, 8 ottobre, presso la Fondazione Lega del Filo d’Oro di Osimo (Ancona) Francesco Mercurio

Cieco dalla nascita, ha iniziato a perdere l’udito dall’età di 10 anni: come avevamo segnalato anche sulle nostre pagine, Francesco Mercurio, presidente del Comitato delle Persone Sordocieche della Lega del Filo d’Oro, è stato certamente la prima persona sordocieca a partecipare nei mesi scorsi come autore al Salone Internazionale del Libro di Torino, con il suo libro Boris Giuliano, un poliziotto del XXIII secolo, thriller fantascientifico ambientato in un immaginifico 2200.
Ora, sempre dalle Edizioni Accornero, ne è uscito il secondo romanzo, Vite in volo, che verrà presentato nel pomeriggio di domani, 8 ottobre (ore 17), presso la Sala Polifunzionale del Centro Nazionale della Fondazione Lega del Filo d’Oro (Via Linguetta 3, Osimo, in provincia di Ancona), in un incontro aperto al pubblico, moderato dal giornalista Maurizio Socci e con la partecipazione del violinista Marco Santini.

Per Mercurio, da sempre impegnato nella tutela dei diritti delle persone sordocieche, la scrittura rappresenta una passione coltivata nel tempo, alimentata dalla determinazione con cui ha sempre affrontato nuove sfide, senza mai arrendersi di fronte ai no.
Questa sua seconda prova letteraria è, come la prima, ambientata nel futuro, ovvero nei primi decenni del XXIII secolo, quando i Paesi della Terra si sono federati sotto l’Unione Umana e l’umanità ha superato la crisi climatica. Ma la storia vera e propria si svolge nelle Marche, dove attorno a un antico campo di volo riportato a nuova vita da Flavia, eccentrica e ricca signora sessantenne e pilota di elicotteri, si intrecciano storie di dolore, riscatto, amore, amicizia, volo e vita. Sullo sfondo, le vicende degli elisoccorritori dei Vigili del Fuoco di Ancona e delle Fate Lauretane, squadra femminile di Artistic Aerocross, protagonisti di due mondi del volo molto diversi ma destinati a incontrarsi. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Federica Pugliese (f.pugliese@inc-comunicazione.it).

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ESITO AVVISO prot. n. AOODRCAL30561 del 30 settembre 2026 ad oggetto: “attribuzione di esoneri e/o semiesoneri dall’insegnamento per i docenti delle istituzioni scolastiche affidate in reggenza annuale ed oggetto di dimensionamento (a.s. 2026-2027)”

Ultime da USR Calabria - 7 Ottobre 2026 - 8:42am

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Roberto, Elena e Roger Rabbit: destinazione Asia

Superando - 6 Ottobre 2026 - 6:57pm

Singapore, Giappone e Corea del Sud, ossia le tappe di un viaggio che fino al 27 ottobre metterà insieme danza, incontri, università, accessibilità e anche un po’ di diplomazia culturale. Protagonisti di esso Roberto Lachin ed Elena Travaini, persone cieche, insieme a Roger Rabbit, il loro cane guida che per la prima volta prende parte a una tappa internazionale di “MOTTO on Tour”, progetto che prende il nome dall’esperienza del seguitissimo “MOTTO Podcast” Roberto Lachin ed Elena Travaini con Roger Rabbit

Saranno Singapore, Giappone e Corea del Sud le tappe di un viaggio iniziato nei giorni scorsi e che fino al 27 ottobre metterà insieme danza, incontri, università, accessibilità e anche un po’ di diplomazia culturale. A compiere questo tour asiatico sono Roberto Lachin ed Elena Travaini, entrambi persone cieche, insieme a un terzo protagonista, Roger Rabbit, il loro cane guida che per la prima volta prende parte a una tappa internazionale di MOTTO on Tour. È questo, infatti, il progetto che prende il nome dall’esperienza di MOTTO Podcast, ideato e condotto da Lachin insieme a Travaini, e che questa volta assume le dimensioni di un vero e proprio viaggio attraverso tre Paesi molto diversi tra loro. Non soltanto, infatti, una serie di appuntamenti sulla disabilità, ma occasioni per incontrare bambini, studenti universitari, rappresentanti delle Istituzioni e italiani che vivono all’estero, utilizzando linguaggi differenti: dalla danza al racconto, dalle masterclass alle interviste.
Una parte importante del programma sarà occupata da Blindly Dancing, progetto ideato da Elena Travaini, che propone l’esperienza della danza anche attraverso l’uso della benda, mettendo temporaneamente da parte la vista e affidandosi maggiormente agli altri sensi, al movimento e alla relazione con il partner.

La prima tappa sarà Singapore, dove Travaini danzerà con Graziano Zaniboni, maestro e direttore della scuola Fusion Dance Group di Brescia, mentre Marco Buttini, allievo di Zaniboni nonché video maker di Motto on Tour già presente in tappe precedenti, parteciperà all’esperienza danzando bendato. Sono anche previsti incontri con rappresentanti delle Istituzioni locali e italiane e una masterclass alla German European School Singapore con la partecipazione di un’ottantina di bambini tra gli 8 e i 10 anni.
Il viaggio proseguirà quindi alla volta del Giappone. A Tokyo gli appuntamenti coinvolgeranno l’Istituto Italiano di Cultura e la Toyo University. Nell’università giapponese sono previsti un incontro con gli studenti, organizzato in collaborazione con la professoressa Toko Uchida, e un secondo momento rivolto a bambini ciechi e ipovedenti e alle loro famiglie.
Per Lachin quella giapponese rappresenterà anche una tappa dal significato particolare. Alla Waseda University visiterà infatti la Biblioteca Haruki Murakami, dove donerà una copia della propria tesi di laurea, conseguita all’Università Ca’ Foscari di Venezia e contenente la traduzione del romanzo d’esordio dello stesso scrittore Murakami, Ascolta la canzone del vento.
Ultima destinazione, infine, la Corea del Sud. Qui il programma prevede tre sessioni, due delle quali al Seoul Institute of the Arts, con il coinvolgimento del professor Andrea Paciotto e alcune performance di improvvisazione coreutica.

Mentre Elena porterà soprattutto la danza nei diversi luoghi attraversati dal tour, Roberto ne racconterà persone e realtà in una serie di speciali per il seguitissimo MOTTO Podcast. Sono previste interviste a rappresentanti delle Istituzioni diplomatiche e culturali italiane, ma anche incontri con italiani che vivono in Asia. E una parte del lavoro sarà dedicata anche a osservare direttamente il grado di accessibilità urbana e museale dei Paesi visitati.
E poi Roger Rabbit, addestrato presso il Servizio Cani Guida dei Lions di Limbiate Milano. Per lui sarà il primo MOTTO on Tour internazionale, ma la sua presenza racconta forse meglio di molte parole uno dei temi che accompagneranno l’intero viaggio: la possibilità per una persona cieca di muoversi, conoscere luoghi lontani, lavorare, incontrare altre persone e attraversare confini.

Fino al 27 ottobre, dunque, Roberto Lachin, Elena Travaini e Roger Rabbit percorreranno migliaia di chilometri, non semplicemente per portare in Asia un messaggio sull’inclusione, ma per condividere esperienze e, soprattutto, per vedere – ciascuno a modo proprio – che cosa accade dall’altra parte del mondo. (F.V.)

Per ulteriori informazioni: mottopod@gmail.com.

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Personale Docente- Supplenze as 2026/2027 – Pubblicazione Disponibilità Quarto turno di nomina Turno di Nomina

Ultime da A.T.P. Catanzaro - 6 Ottobre 2026 - 6:30pm

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Servono Centri sanitari dedicati alle persone con disabilità che non possono collaborare

Superando - 6 Ottobre 2026 - 6:24pm

«Servono Centri sanitari dedicati, pubblici o accreditati – scrive Daniela Mignogna -, per persone con disabilità intellettiva grave, autismo o condizioni che rendono impossibile o estremamente difficile la collaborazione durante una visita o un esame. Perché se per curare una persona con grave disabilità occorre ogni volta che la famiglia combatta contro il sistema sanitario, il problema non è la disabilità, ma è un sistema sanitario che non è ancora organizzato per quella disabilità»

Vorrei spiegare perché oggi quello che serve sono strutture sanitarie specificamente organizzate per persone con disabilità intellettiva grave, autismo o condizioni che rendono impossibile o estremamente difficile la collaborazione durante una visita o un esame. Oggi, infatti, molte persone non riescono ad accedere concretamente a prestazioni sanitarie perché non possono stare ferme, comprendere le indicazioni, comunicare il dolore, tollerare un prelievo, una visita odontoiatrica, una risonanza, un’ecografia o una procedura invasiva. E spesso il problema ricade interamente sulla famiglia.
La stessa Regione Emilia Romagna, da cui scrivo, riconosce che le persone con disabilità possono avere bisogni comunicativi, cognitivi, comportamentali e relazionali tali da rendere necessaria la presenza continuativa del caregiver durante il percorso sanitario.

Cosa dovrebbe essere dunque un vero Centro sanitario dedicato? Dovrebbe avere medici e infermieri formati sulla disabilità intellettiva grave e sulla “non collaborazione”; tempi di visita più lunghi e ambienti tranquilli, senza attese interminabili; possibilità di accesso del caregiver durante tutto il percorso; personale capace di comunicare anche attraverso comportamenti e comunicazione non verbale; odontoiatria dedicata, compresi i casi che richiedono sedazione o anestesia; possibilità di effettuare prelievi, ecografie, visite specialistiche ed esami diagnostici con protocolli specifici; quando necessario, sedazione/anestesia programmata in sicurezza, evitando che ogni esame diventi un ricovero o un’impresa familiare; un percorso unico, nel quale più prestazioni possano essere concentrate nella stessa giornata; una presa in carico che non costringa il genitore a spiegare ogni volta da capo chi è quella persona e quali sono le sue difficoltà.

La Regione [Emilia Romagna] dispone già di una rete di servizi socio-sanitari per la disabilità, ma i centri diurni esistenti hanno principalmente finalità assistenziali, educative e riabilitative: non sono la risposta specifica al problema dell’accesso alle cure sanitarie delle persone non collaboranti. E questa distinzione è importante.
Servono dunque Centri sanitari per chi non può collaborare, perché una persona con grave disabilità intellettiva non può essere esclusa dalle cure perché non riesce a stare ferma, non comprende le istruzioni del medico, non sa spiegare dove ha dolore o non tollera una procedura.
Oggi troppe famiglie sono costrette a trasformare ogni visita, ogni prelievo, ogni esame diagnostico o intervento odontoiatrico in una vera e propria emergenza organizzativa. Ma non è la persona con disabilità che deve adattarsi a una Sanità pensata per chi è autonomo e collaborante, bensì la Sanità che deve organizzarsi per accogliere anche chi non può collaborare.

Vale la pena ribadirlo in conclusione: servono Centri sanitari dedicati, pubblici o accreditati, con personale formato, tempi adeguati, ambienti appropriati, presenza del caregiver e possibilità di eseguire anche esami complessi e procedure in sedazione o anestesia quando necessario. Il diritto alla salute, infatti, non può dipendere dalla capacità di una persona di stare ferma, capire una domanda o aprire la bocca quando glielo chiede un medico. Perché se per curare una persona con grave disabilità occorre ogni volta che la famiglia combatta contro il sistema sanitario, il problema non è la disabilità, ma è un sistema sanitario che non è ancora organizzato per quella disabilità.

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Quel ragazzo non ha bisogno di commozione, ma di qualcuno disposto a fermare quel braccio

Superando - 6 Ottobre 2026 - 6:03pm

«Quel ragazzo di Pinerolo – scrive tra l’altro Gennaro Pezzurro, a proposito di quanto accaduto in Piemonte, dove risulta che un ragazzo con disabilità sia stato ustionato da un compagno con un accendino, mentre gli altri compagni filmavano la scena – non ha bisogno della nostra commozione, ha bisogno che nelle aule dove tornerà ci sia qualcuno disposto a fermare quel braccio. Un compagno che si alzi, un professore che si accorga, un genitore che abbia insegnato al figlio che il coraggio non è fare il duro, è non voltarsi dall’altra parte»

Riceviamo e ben volentieri pubblichiamo il seguente contributo di Gennaro Pezzurro, presidente della FISH Campania (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), che prende spunto dal grave episodio accaduto in Piemonte, a Pinerolo, dove risulta che un ragazzo con disabilità sia stato ustionato da un compagno con un accendino, mentre gli altri compagni filmavano la scena. 

Sempre prima i disabili: il diverso è la prova generale…
Immaginate di essere lui. Un bagno di scuola, le piastrelle fredde, quell’odore di urina e di paura. Una fiamma piccola, quasi ridicola, che si avvicina alla pelle. E intorno dei volti che conoscete, quelli con cui condividete l’aula, la ricreazione, le gite. Nessuno si muove. Qualcuno ha il telefono in mano e il pollice sul rosso.
Secondo quanto raccontato dalla preside di quella scuola di Pinerolo, Roberta Martino, è andata così. Ho letto e riletto, e il pensiero non è andato a chi teneva l’accendino. Il cattivo c’è sempre stato, in ogni scuola e in ogni epoca. Una volta, però, trovava davanti a sé qualcuno che gli dicesse basta. Il pensiero è andato agli altri, a quelli che guardavano. Perché la barbarie, quando arriva, ha sempre bisogno di un pubblico.

Conosciamo bene il meccanismo. Per due giorni l’Italia si commuove: gli editoriali, le lacrime, il «ragazzo speciale», «un angelo», «un esempio». È l’Inspiration Porn: la disabilità ridotta a una favola edificante per consolare chi sta bene. Poi la notizia scade, come il latte, e il giorno dopo si torna a considerare quel ragazzo quello che per molti è sempre stato: un intralcio, un costo, un’ombra in fondo al corridoio.
Pietismo e crudeltà non sono nemici. Sono due facce della stessa moneta, perché in entrambi i casi l’altro non è un pari, è un oggetto: da compatire o da bruciare. La commozione di cui abbiamo bisogno è un’altra: non quella che ci fa sentire buoni, ma quella che ci fa alzare dalla sedia.
Dire che «la barbarie torna» è retorica solo finché non guardi come comincia. Non comincia con i lager. Comincia con lo sguardo che smette di riconoscere un volto. La psicologia sociale lo studia da decenni. Susan Fiske ha mostrato che le persone con disabilità cadono tipicamente nella casella del «caldo ma incompetente»: suscitano una pietà paternalistica che, quando l’altro diventa un peso, può rovesciarsi in disprezzo. Lei stessa, con Lasana Harris, ha documentato per i gruppi più emarginati una sorta di spegnimento dei circuiti cerebrali con cui riconosciamo l’altro come persona. Nick Haslam ha dato un nome a questo processo, la deumanizzazione. Martha Nussbaum, in Nascondere l’umanità, ha spiegato come il disgusto, quel brivido verso il corpo che non somiglia al nostro, sia stato per secoli il carburante dell’esclusione.

Sono gli stessi ingredienti che, negli Anni Venti e Trenta, prepararono il terreno al nazifascismo, che le persone con disabilità chiamava «vite indegne di essere vissute» e che eliminò per prime, con i programmi di “eutanasia” che furono il laboratorio di ciò che venne dopo. Non è un paragone iperbolico, è storia: il diverso è sempre la prova generale.
Oggi il vento soffia nella stessa direzione. Una politica mondiale che esalta la forza, la prestazione, il vincente; che trasforma la fragilità in colpa e la diversità in minaccia; che premia la brutalità del linguaggio e il disprezzo per chi resta indietro. Un ragazzo di 16 anni non ha bisogno di leggere un trattato per capire chi, nel mondo che vede ogni giorno sul telefono, vale e chi no.
E allora mettiamo in guardia tutti, perché le premonizioni ci sono, e chi dice di non averle viste mente o non ha voluto guardare. Il linguaggio che si indurisce, le parole del disprezzo che tornano a circolare senza più vergogna, il fastidio per chi chiede diritti spacciato per buonsenso, la fragilità trattata come una colpa: sono i sintomi che la storia ci ha già mostrato.
Primo Levi ci lasciò una frase che dovremmo appendere in ogni aula: «È accaduto, dunque può accadere di nuovo». Non è una minaccia, è un avvertimento. E vale per tutti, non solo per chi oggi vive con una disabilità: perché la barbarie comincia sempre dai più fragili, ma non si ferma mai lì. Chi crede di essere al sicuro perché oggi non tocca a lui sta solo aspettando il suo turno.

C’è poi un fenomeno che chi lavora sul campo conosce, ma di cui si parla poco: il rancore di chi ce l’ha fatta. Michael Sandel, nella Tirannia del merito, descrive l’arroganza dei vincitori: chi crede di dovere tutto a se stesso finisce per pensare che chi è rimasto indietro se lo meriti.
Jonathan Mijs ha mostrato che più una società è diseguale, più i suoi cittadini credono nella meritocrazia: la disuguaglianza produce l’ideologia che la giustifica. Jim Sidanius e Felicia Pratto, con la teoria della dominanza sociale, hanno descritto la spinta a difendere le gerarchie di cui ci si sente beneficiari.
Io aggiungo un’ipotesi, che le ricerche rendono plausibile senza trasformarla in legge: per chi si è appena arrampicato fuori da una condizione di fragilità, la fragilità altrui è uno specchio insopportabile. Odiare il debole è un modo di scacciare il ricordo di esserlo stato.
È il meccanismo che Primo Levi, nei Sommersi e i salvati, chiamò la «zona grigia». Nei lager, i kapò erano spesso prigionieri come gli altri, ma a cui il sistema aveva concesso un gradino di privilegio: una razione in più, un po’ di potere sui compagni. E quel gradino bastava. Il potere non ha bisogno di convincere gli oppressi a stare dalla sua parte: gli basta offrire loro qualcuno su cui scaricare l’umiliazione. Il neofita della ricchezza, come il kapò, è spesso il più feroce guardiano del recinto, perché ha più da perdere e più da dimenticare. Levi ci mise in guardia dal giudicare con leggerezza chi finì in quella zona, e aveva ragione. Ma ci disse anche che bisogna conoscerla, perché è lì che il male si organizza.

Questo vale anche per i luoghi dove i ragazzi, di fatto, oggi si formano: gli schermi.
C’è stato un tempo in cui la televisione pubblica italiana credeva di avere un compito. Negli Anni Sessanta un maestro, Alberto Manzi, insegnava a leggere e scrivere a milioni di adulti analfabeti con Non è mai troppo tardi. La Rai portava nelle case i grandi romanzi in forma di sceneggiato, dai Promessi sposi all’Odissea. Dal 1981 Piero Angela spiegava la scienza a un Paese che di scienza non masticava, con pazienza, chiarezza e rispetto per l’intelligenza di chi guardava. Quella televisione non era perfetta, spesso era paternalista e ingessata. Ma partiva da un’idea: che il pubblico fosse fatto di cittadini da elevare, non di consumatori da trattenere.
Poi, a partire dagli Anni Ottanta, qualcosa si è spezzato. L’arrivo della TV commerciale ha cambiato la domanda, da «che cosa è utile sapere?» a «che cosa tiene incollati?». E la risposta è stata la velocità, il frammento, l’emozione immediata, la rissa. Neil Postman, già nel 1985, in Divertirsi da morire, avvertiva che non saremmo stati rovinati da ciò che odiamo, come in Orwell, ma da ciò che amiamo, come in Huxley: un flusso continuo di intrattenimento che ci rende incapaci di prendere sul serio qualunque cosa.
Marshall McLuhan lo aveva intuito prima di tutti: il medium è il messaggio. Non conta solo ciò che un mezzo dice, ma ciò che fa a chi lo usa: come educa lo sguardo, la memoria, il tempo dell’attenzione. Un mezzo che premia il frammento produce menti fatte a frammenti. Studiosi come Nicholas Carr e Maryanne Wolf hanno sostenuto che la lettura profonda, quella che richiede tempo e silenzio, si indebolisce quando passiamo la giornata a saltare da uno stimolo all’altro. Il dibattito scientifico su quanto e come è aperto, ma la domanda che pongono è inevitabile: la mente è un muscolo e se non la alleniamo, si assottiglia. E una mente superficiale è una mente che non sa mettersi nei panni di nessuno, perché mettersi nei panni di qualcuno richiede lentezza, immaginazione, fatica.
Abbiamo consegnato l’educazione dei nostri figli a piattaforme private, nate altrove, con interessi che non coincidono con i nostri e con un modello di business fondato sull’attenzione e sull’indignazione. Non è un’accusa moralistica, è una descrizione del loro modello economico: più ci arrabbiamo, più restiamo, più valiamo.
La televisione pubblica è di tutti, e proprio per questo ha un dovere: non rincorrere i social, ma competere con loro sul loro terreno, con linguaggi nuovi, contenuti pedagogici, pensiero critico, cultura della convivenza. Il servizio pubblico non è un lusso. È l’ultima infrastruttura che abbiamo per raccontarci una storia diversa da quella dello scontro.

Ora tocco il nervo scoperto del nostro mondo. Abbiamo una delle legislazioni più avanzate d’Europa e dobbiamo avere il coraggio di dirci che non basta. La Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, approvata nel 2006 e ratificata dall’Italia con la Legge 18 del 2009, è un testo straordinario, ma soprattutto è un testo pedagogico. L’articolo 8 (Accrescimento della consapevolezza) impegna gli Stati a sensibilizzare la società, a combattere stereotipi e pregiudizi, a promuovere una rappresentazione rispettosa nei media, a coltivare fin dalla più tenera età, nel sistema educativo, un atteggiamento di rispetto verso i diritti delle persone con disabilità. L’articolo 24 (Educazione) chiede una scuola davvero inclusiva a ogni livello.
Si può fare un’inclusione di carta, ed è quella che abbiamo fatto troppo a lungo: i decreti, le circolari, gli adempimenti. Ma una norma non ha mani per fermare un braccio in un bagno. Le ha solo la cultura. E la cultura non si decreta: si coltiva, con la pazienza e gli investimenti che si dedicano alle cose che contano davvero.
Alcune scelte recenti del Ministero dell’Istruzione e del Merito rischiano di sembrare mosse di facciata, annunci buoni per il titolo del giorno e poco altro. Non è questione di colore politico: la scuola non si cambia a colpi di spot. Servono più coraggio e più visione, il coraggio di investire in un’educazione innovativa e, soprattutto, di insegnare ai ragazzi a pensare. Spirito critico, capacità di dubitare, di non farsi trascinare dal branco, di dire «no» quando tutti stanno guardando. Non esistono scorciatoie: l’inclusione nasce solo da lì.

E il coraggio ha un prezzo, che va scritto nero su bianco: servono risorse economiche e finanziarie, stanziate in modo strutturale, per gli Enti del Terzo Settore veri, quelli che lavorano da anni accanto alle famiglie e ai ragazzi, e che dell’educazione sono il complemento naturale.
Strutturale significa stabile, programmato, pluriennale, non l’elemosina del bando che scade a giugno. Basta con i progetti nelle scuole: il progetto sulla legalità, quello sul bullismo, quello sull’inclusione, il laboratorio di tre incontri e l’attestato finale, la giornata celebrativa con le foto per i social. Sono pannicelli caldi, che permettono a tutti di dire «abbiamo fatto qualcosa» senza che cambi nulla. L’educazione civile non è un evento, è un’abitudine, e le abitudini si costruiscono con la continuità, non con la sagra.

Infine, una cosa che dobbiamo dirci in casa nostra. Il disimpegno civile è la malattia di questo tempo. Quando le persone perbene si ritirano nel privato, a indignarsi dal divano, gli spazi non restano vuoti: li occupano altri, e non sono i migliori. Chi crede ancora nella civiltà europea, quella dei diritti, della tolleranza, della dignità di ogni persona, quella che sembra sparita dai radar, deve tornare a fare politica sul serio. Non per sdegno, per mestiere. Entrare nei consigli, nelle scuole, nelle redazioni, nei luoghi dove si decide. Sporcarsi le mani. Unirsi, che è la parola più dimenticata del nostro tempo.
E l’impegno si impara, come si imparano le tabelline. Per questo la scuola deve tornare a essere ciò che è stata nei suoi momenti migliori: un motore di civiltà, il luogo dove un ragazzo scopre che esiste una cosa chiamata cittadinanza e che non è una materia da interrogazione, ma un modo di stare al mondo. Dove si impara a discutere senza azzannarsi, a decidere insieme, a prendersi cura di qualcosa che non sia solo il proprio voto. Non un parcheggio noioso per giovani in attesa della vita vera, né un posto di lavoro di ripiego per laureati disoccupati, a cui nessuno ha mai chiesto se hanno la vocazione di educare. Chi insegna deve essere scelto, formato, pagato e rispettato come chi ha in mano il futuro del Paese, perché è esattamente ciò che ha in mano.
Il ragazzo di Pinerolo non ha bisogno della nostra commozione, ha bisogno che nelle aule dove tornerà ci sia qualcuno disposto a fermare quel braccio. Un compagno che si alzi, un professore che si accorga, un genitore che abbia insegnato al figlio che il coraggio non è fare il duro, è non voltarsi dall’altra parte.
Cominciamo a costruire quelle aule, e quelle persone, prima che il silenzio diventi la lingua di tutti.

*Presidente della FISH Campania (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie).

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PANS/PANDAS: il ruolo della scuola nelle condizioni neuroinfiammatorie pediatriche

Superando - 6 Ottobre 2026 - 5:16pm

Accendere i riflettori sul ruolo fondamentale della scuola nel riconoscimento e nella gestione delle difficoltà vissute dai bambini e dai ragazzi affetti da PANS e PANDAS, condizioni pediatriche complesse, caratterizzate dall’insorgenza improvvisa di sintomi neuropsichiatrici, comportamentali e cognitivi, spesso accompagnati da un grave impatto sulla vita scolastica, familiare e sociale: è l’obiettivo dell’incontro di domani, 7 ottobre, a Roma, nell’imminenza della Giornata Mondiale delle Sindromi PANS/PANDAS del 9 ottobre

Nell’imminenza della Giornata Mondiale delle Sindromi PANS/PANDAS del 9 ottobre, è in programma per domani, 7 ottobre, a Roma (Sala Capitolare del Chiostro del Convento di Santa Maria sopra Minerva, Piazza della Minerva, 38, ore 9.30-18), l’incontro denominato Riconoscimento e responsabilità: il ruolo della scuola nelle condizioni neuroinfiammatorie pediatriche, promosso su iniziativa della senatrice Elena Murelli e organizzato in collaborazione con l’Associazione Genitori PANS PANDAS BGE, avvalendosi del patrocinio del Ministero dell’Istruzione e del Merito.
L’evento nasce con l’obiettivo di accendere i riflettori sul ruolo fondamentale della scuola nel riconoscimento e nella gestione delle difficoltà vissute dai bambini e dai ragazzi affetti da PANS e PANDAS, condizioni pediatriche complesse, caratterizzate dall’insorgenza improvvisa di sintomi neuropsichiatrici, comportamentali e cognitivi, spesso accompagnati da un grave impatto sulla vita scolastica, familiare e sociale.
«Quando un bambino cambia improvvisamente comportamento – spiegano dall’Associazione Genitori PANS PANDAS BGE -, manifesta un disturbo ossessivo-compulsivo, ansia intensa, regressioni, difficoltà di apprendimento, crisi emotive, rifiuto scolastico o importanti alterazioni alimentari, ciò che appare come oppositività, svogliatezza o mancanza di educazione potrebbe essere, in realtà, il segnale di una condizione neuroinfiammatoria. La scuola non è chiamata a formulare diagnosi, ma può svolgere un ruolo decisivo nell’osservazione dei cambiamenti, nell’accoglienza delle difficoltà e nella costruzione di un percorso educativo realmente inclusivo».
Nel corso della giornata interverranno neurologi, neuropsichiatri infantili, psicologi, psicoterapeuti, pedagogisti, biologi nutrizionisti e avvocati, offrendo una lettura multidisciplinare delle PANS e PANDAS e del loro impatto nel contesto scolastico.
In occasione poi della Giornata del 9 ottobre, le caserme del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, monumenti, edifici pubblici e luoghi simbolici in Italia e all’estero si illumineranno di verde, nell’àmbito della campagna internazionale #LightUp4PANS, sostenuta da una rete di associazioni e comunità. (S.B.)

Per approfondire ulteriormente, fare riferimento a questo link. Per altre informazioni: pandasbge@gmail.com.

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Visite oculistiche gratuite a Modena per la Giornata Mondiale della Vista

Superando - 6 Ottobre 2026 - 2:26pm

Alla vigilia della Giornata Mondiale della Vista dell’8 ottobre, l’UICI di Modena, in collaborazione con il locale Rotary Club, offrirà domani, 7 ottobre, a cittadine e cittadini, la possibilità di effettuare visite oculistiche gratuite, occasione particolarmente utile dal punto di vista della prevenzione, ossia di quello che è il filo conduttore stesso delle Giornata Mondiale

Alla vigilia della Giornata Mondiale della Vista dell’8 ottobre, evento promosso dalla IAPB, l’Agenzia Internazionale per la Prevenzione della Cecità, l’UICI di Modena (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti), in collaborazione con il Rotary Club Modena L.A. Muratori, offrirà domani, 7 ottobre, a cittadine e cittadini, la possibilità di effettuare visite oculistiche gratuite, occasione particolarmente utile dal punto di vista della prevenzione, ossia di quello che è il filo conduttore stesso delle Giornata Mondiale.
Le visite si terranno nel pomeriggio (ore 15-17.40), presso il Policlinico della città emiliana. (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di approfondimento. Per altre informazioni: uicmo@uiciechi.it.

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“Oltre il punto di vista”: una nuova tappa a Napoli del progetto della FAIS “Siamo un’Opera d’Arte”

Superando - 6 Ottobre 2026 - 2:00pm

Il progetto della FAIS (Federazione delle Associazioni Incontinenti e Stomizzati) “Siamo un’Opera d’Arte” vivrà da domani, 7 ottobre e fino al 19 del mese, un’ulteriore evoluzione al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, con il nome di “Oltre il punto di vista”, basandosi sulla medesima idea iniziale: davanti cioè ad alcuni capolavori della statuaria classica, verranno installati pannelli autoportanti in plexiglass trasparente, su cui saranno applicate stampe in alta definizione raffiguranti i presìdi medici utilizzati dalle persone incontinenti e/o stomizzate

Già a suo tempo avevamo dato ampio spazio all’iniziativa Siamo un’Opera d’Arte, progetto di comunicazione sociale promosso dalla FAIS (Federazione delle Associazioni Incontinenti e Stomizzati). Ora quell’iniziativa lanciata qualche anno fa vivrà un’ulteriore evoluzione nei prossimi giorni al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, quando la stessa FAIS, in collaborazione con l’Istituto Nazionale Tumori IRCCS Fondazione G. Pascale, porterà il progetto tra i marmi della Sala Collezione Farnese e della Sala della Meridiana, con il nome di Oltre il punto di vista, basandosi sulla medesima idea iniziale: davanti cioè ad alcuni tra i capolavori più celebri della statuaria classica (l’Ercole Farnese, la Venere Callipigia, i Tirannicidi, l’Apollo Citaredo, i Corridori e il Gruppo dei Satiri), verranno installati pannelli autoportanti in plexiglass trasparente, su cui saranno applicate stampe in alta definizione raffiguranti i presìdi medici utilizzati dalle persone incontinenti e/o stomizzate, calibrate prospetticamente per allinearsi ai corpi scultorei.
L’inaugurazione è in programma per domani, 7 ottobre e in seguito l’esposizione sarà visitabile fino al 19 ottobre. (S.B.)

A questo link è disponibile un ulteriore approfondimento. Per altre informazioni: anitafiaschetti@gmail.com (Anita Fiaschetti).

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PERSONALE ATA – DISPONIBILITÁ  SEDI PER INCARICHI A TEMPO DETERMINATO  A.S. 2026-27

Ultime da A.T.P. Catanzaro - 6 Ottobre 2026 - 1:48pm

Si pubblica il prospetto delle disponibilità – ai fini del conferimento degli incarichi di cui all’oggetto – conosciute alla data del 6.10.2026 PUBBLICAZIONE POSTI DISPONIBILI ...

Intelligenza artificiale e disabilità nel lavoro: quando è l’algoritmo a selezionare

Superando - 6 Ottobre 2026 - 1:26pm

«Il dibattito su intelligenza artificiale e disabilità nel lavoro – scrive Rafael Patron, presidente del Comitato Tecnico-Scientifico dell’AIPIA (Associazione Italiana Professionisti dell’Intelligenza Artificiale) – si concentra quasi sempre sui posti che l’automazione cancellerà. C’è però una trasformazione più silenziosa, già in corso: prima ancora di sostituire una mansione, l’intelligenza artificiale decide sempre più spesso chi arriva al colloquio. Ma gli strumenti per difendersi esistono ed è assai bene conoscerli»

Il dibattito su intelligenza artificiale e disabilità nel lavoro si concentra quasi sempre sui posti che l’automazione cancellerà. C’è però una trasformazione più silenziosa, già in corso: prima ancora di sostituire una mansione, l’intelligenza artificiale decide sempre più spesso chi arriva al colloquio.

Una porta che si restringe
Su queste stesse pagine [“Intelligenza artificiale: quanti e quali posti di lavoro resteranno disponibili per le persone con disabilità?”, N.d.R.], Marino Bottà, presidente dell’ANDEL (Agenzia Nazionale Disabilità e Lavoro), ha posto una domanda scomoda: quanti e quali posti di lavoro resteranno disponibili per le persone con disabilità? La sua analisi mette in fila le mansioni più esposte all’automazione, dal confezionamento all’assemblaggio, dal magazzino al front office, e osserva che sono proprio quelle attraverso cui molte persone con disabilità intellettiva hanno trovato finora un’occupazione. Accanto, Bottà richiama un’indagine della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro e dell’ANFFAS Nazionale (Associazione Nazionale Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo), condotta su quasi 500 famiglie di persone con disabilità intellettive e disturbi del neurosviluppo. Solo il 10,9% ha trovato lavoro attraverso i canali istituzionali del collocamento mirato.
Il quadro, quindi, è già fragile. Se a ridursi sono sia le mansioni accessibili sia i canali pubblici che dovrebbero accompagnare l’inserimento, conta ancora di più come funzionano le altre strade: le agenzie, le piattaforme di reclutamento, gli uffici del personale delle aziende. Ed è lì che l’intelligenza artificiale è già entrata.

Annunci, filtri, punteggi: dove l’intelligenza artificiale lavora già
Chi oggi invia una candidatura a una media o grande impresa ha buone probabilità di incontrare un software prima di una persona. Sono sistemi che decidono a chi mostrare un annuncio, che leggono i curriculum e li ordinano, che assegnano un punteggio a un test online o a un video colloquio registrato. Il loro valore dichiarato è la rapidità: centinaia di candidature ridotte in pochi minuti a una lista breve.
Il problema, per una persona con disabilità, sta nei criteri che il sistema ha imparato. Un modello addestrato sui percorsi dei dipendenti “di successo” del passato tende a premiare carriere lineari, senza interruzioni, con titoli di studio standard. Si pensi a un vuoto di due anni nel curriculum dovuto a un periodo di cura, a un tirocinio svolto in una cooperativa sociale, a un percorso scolastico con un PEI (Piano Educativo Individualizzato). Un selezionatore esperto sa leggerli. Un filtro automatico può scartarli senza che nessuno se ne accorga. E lo stesso vale per i test a tempo, per l’analisi del linguaggio o delle espressioni del volto, per i questionari che non prevedono formati accessibili.
Nessuno di questi strumenti nasce per escludere. Il rischio è che lo faccia in modo invisibile, e quindi difficile da contestare.

Cosa prevede la Direttiva Europea sull’intelligenza artificiale per la selezione del personale
Il legislatore europeo ha riconosciuto questo rischio in modo esplicito. Il Regolamento (UE) 2024/1689, ossia l’AI Act, classifica come sistemi ad alto rischio, al punto 4 dell’Allegato III, quelli destinati all’assunzione o alla selezione di persone fisiche, in particolare per pubblicare annunci di lavoro mirati, analizzare o filtrare le candidature e valutare i candidati. Nella stessa categoria rientrano i sistemi usati per decidere su condizioni di lavoro, promozioni e cessazioni, per assegnare compiti o per monitorare le prestazioni.
La classificazione comporta obblighi precisi per chi usa questi strumenti, che il regolamento chiama deployer. Nello specifico l’articolo 26 chiede di affidare la sorveglianza umana a persone con la competenza, la formazione e l’autorità necessarie, e di garantire che i dati di input sotto il loro controllo siano pertinenti e sufficientemente rappresentativi. Prevede inoltre che il datore di lavoro, prima di mettere in servizio un sistema ad alto rischio sul luogo di lavoro, informi i rappresentanti dei lavoratori e i lavoratori interessati. L’articolo 86 riconosce a chi è oggetto di una decisione basata su questi sistemi il diritto di ottenere spiegazioni chiare sul ruolo che il sistema ha avuto.
A questo si aggiunge una norma che in Italia esiste da tempo: l’articolo 3, comma 3-bis, del Decreto Legislativo 216/03 obbliga infatti i datori di lavoro pubblici e privati ad adottare accomodamenti ragionevoli, secondo la definizione della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità. Un processo di selezione automatizzato resta un processo di selezione, e quell’obbligo lo accompagna.

Cinque domande prima di adottare uno strumento
Per un’azienda, una cooperativa sociale di tipo B o un servizio per il lavoro che valuta un software di selezione, le domande utili al fornitore sono poche e concrete.
Su quali dati è stato addestrato il sistema, e con quali verifiche sul rischio di discriminazione? Quali criteri usa per ordinare o scartare le candidature, e si possono conoscere? Come si richiede e si applica un accomodamento, per esempio più tempo per un test o un formato alternativo? Chi, in azienda, rivede gli scarti automatici e con quale autorità per ribaltarli? E come può una persona esclusa chiedere una spiegazione e ottenere un riesame?
Se il fornitore non sa rispondere, la risposta è già un’informazione.

Associazioni e servizi, una vigilanza che serve a tutti
Le persone con disabilità e le loro famiglie non dovrebbero dover scoprire da sole che un algoritmo le ha scartate. Associazioni, servizi per il collocamento mirato e cooperative sono nella posizione migliore per accorgersi degli schemi ricorrenti. Il candidato che non supera mai lo stesso test online, l’annuncio che non arriva a chi usa un lettore di schermo, il punteggio che crolla per chi ha un percorso formativo diverso: raccogliere queste segnalazioni, portarle alle aziende e ai rappresentanti dei lavoratori, usare il diritto alla spiegazione quando serve. Si tratta di un lavoro di tutela che ha basi normative solide, a patto che qualcuno lo sappia esercitare.
La citata indagine della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro e dell’ANFFAS Nazionale indica anche una leva che funziona: quando un’azienda assume una persona con disabilità intellettiva, la misura più diffusa è l’affiancamento di un tutor, nell’83,2% dei casi. La mediazione umana resta dunque ciò che rende possibile l’inserimento e la tecnologia dovrebbe lasciarle spazio, non toglierglielo.

Capire la norma per poterla usare
L’articolo 4 del citato IA Act chiede a fornitori e deployer di adottare misure per sviluppare l’alfabetizzazione in materia di intelligenza artificiale del proprio personale, tenendo conto di conoscenze, esperienza e contesto d’uso. Nel campo della selezione, questa formula ha una traduzione molto concreta: il responsabile del personale deve sapere che cosa fa il software che usa, dove può sbagliare e quando fermarlo. Ma la stessa consapevolezza serve anche dall’altra parte, a chi accompagna le persone con disabilità nella ricerca di un lavoro.
Superando dà voce da anni alle Associazioni e alle Persone con disabilità, e i contributi ospitati sull’intelligenza artificiale mostrano quanto il tema sia ormai quotidiano per chi segue l’inclusione lavorativa. La nostra Associazione (AIPIA-Associazione Italiana Professionisti dell’Intelligenza Artificiale) lavora sullo stesso terreno da un’altra prospettiva, quella di chi progetta e governa questi sistemi. Ha reso disponibile una guida all’AI Act pubblica e gratuita, pensata per orientarsi tra categorie di rischio e obblighi di chi usa i sistemi.
Per un operatore del collocamento mirato o per un’Associazione di famiglie, sapere che la selezione automatizzata è un sistema ad alto rischio, con doveri di sorveglianza e di spiegazione, cambia il tipo di domande che si possono fare a un’azienda. Quando qualcuno chiede «chi ha scartato questa candidatura, e perché?», l’algoritmo smette di essere una scatola chiusa e torna a essere una scelta organizzativa, con un responsabile e un nome. È da quella domanda, più che dalla tecnologia in sé, che dipende se la selezione automatizzata diventerà un filtro in più o un’occasione per rendere i criteri finalmente visibili.

*Presidente del Comitato Tecnico-Scientifico dell’AIPIA (Associazione Italiana Professionisti dell’Intelligenza Artificiale).

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PERSONALE ATA – AVVISO CONVOCAZIONE CONFERIMENTO INCARICHI ANNUALI GIORNO 7 OTTOBRE 2026 – PROFILO CS

Ultime da A.T.P. Catanzaro - 6 Ottobre 2026 - 1:15pm

“ColorArti”: le opere dei giovani di Casa “Sebastiano” incontrano il territorio

Superando - 6 Ottobre 2026 - 12:34pm

Colori, materiali e gesti pittorici possono offrire modi diversi di esprimere pensieri, emozioni e visioni del mondo: è da questa possibilità che nasce “ColorArti”, mostra che sarà visitabile presso il Municipio di Denno (Trento), fino al 23 ottobre. Curata dall’artista Claudia Salvadori, in collaborazione con l’Amministrazione Comunale e la Fondazione Trentina per l’Autismo, l’esposizione raccoglie le opere di giovani con autismo ospiti di Casa “Sebastiano”, il centro sociosanitario e riabilitativo della Fondazione stessa Un’immagine della mostra di Denno (Trento)

Colori, materiali e gesti pittorici possono offrire modi diversi di esprimere pensieri, emozioni e visioni del mondo: è da questa possibilità che nasce ColorArti, mostra inaugurata il 25 settembre scorso presso il Municipio di Denno, in provincia di Trento, dove resterà allestita fino al 23 ottobre.
Curata dall’artista Claudia Salvadori, in collaborazione con l’Amministrazione Comunale e la Fondazione Trentina per l’Autismo, l’esposizione raccoglie le opere di giovani con autismo ospiti di Casa “Sebastiano”, centro sociosanitario e riabilitativo situato a Coredo, in Val di Non.
I lavori provengono appunto dal laboratorio artistico del centro, dove emozioni e pensieri prendono forma attraverso colori e materiali. I giovani vengono accompagnati nella scelta di modelli e strumenti in base alle proprie capacità manuali e percettive, con l’obiettivo di favorire un percorso espressivo personale. Le opere restituiscono così interpretazioni differenti della quotidianità, nelle quali trovano spazio la fantasia e il modo di percepire la realtà di ciascun autore.

Inserito nel percorso riabilitativo di Casa “Sebastiano”, il laboratorio offre anche un’occasione per esplorare possibilità di comunicazione attraverso il gesto grafico e pittorico. L’esposizione porta ora una parte di questa produzione fuori dall’atelier, permettendo ai lavori di incontrare un pubblico più ampio e ai loro autori di essere presenti nella vita culturale del territorio.
«Nelle opere dei ragazzi e ragazze di Casa “Sebastiano” non ho cercato regole o perfezione, ma l’autenticità di un gesto capace di raccontare qualcosa di sé», spiega Salvadori. Per la curatrice, il colore può diventare voce, emozione e possibilità di incontro. Alle creazioni dei giovani ha scelto di affiancare una propria opera, La Fenice, richiamandone il significato di rinascita, coraggio ed energia e proponendo un dialogo tra esperienze artistiche diverse.

Giovanni Coletti, presidente della Fondazione Trentina per l’Autismo, sottolinea la ricchezza e l’originalità della produzione nata nell’atelier, del quale la mostra presenta soltanto una selezione. Portare questi lavori fuori da Casa “Sebastiano” significa, nelle sue parole, «aprire un’opportunità di dialogo con il territorio e contribuire a costruire una comunità più coesa, nelle quali anche i giovani ancora troppo spesso esclusi possano sentirsi partecipi attivi». Un invito, questo, che l’Amministrazione Comunale di Denno rivolge anche ai visitatori: avvicinarsi alle opere con attenzione, senza pregiudizi né aspettative, per scoprire modi differenti di percepire, interpretare e raccontare la realtà. La mostra diventa così un’occasione di conoscenza reciproca: chi espone condivide qualcosa di sé e del proprio mondo interiore, mentre chi visita può conoscere un po’ più da vicino la sensibilità artistica di queste ragazze e di questi ragazzi.
La scelta di ospitare ColorArti in Municipio dà altresì una dimensione concreta a questo incontro, collocandolo in uno spazio della comunità. Al centro restano le singole opere e le persone che le hanno realizzate, ciascuna con il proprio modo di esprimersi. È anche attraverso questa pluralità di sguardi che il progetto invita il territorio a conoscere più da vicino l’esperienza del laboratorio e dei suoi protagonisti. (F.V.)

ColorArti è allestita nel Municipio di Denno, in Via G. Ossanna, 1, fino al 23 ottobre prossimo. Per ogni ulteriore informazione: info@fondazionetrentinaautismo.it.

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La Giornata Mondiale della Paralisi Cerebrale Infantile: il mio “secondo compleanno”

Superando - 6 Ottobre 2026 - 12:00pm

«Vivo la Giornata Mondiale della Paralisi Cerebrale Infantile del 6 ottobre – scrive la giornalista Anna Maria Gioria – come una sorta di “secondo compleanno”, in quanto questa patologia è quel “fardello” che ha caratterizzato tutta la mia esistenza. E sono entusiasta delle possibilità terapeutiche cui le bambine e i bambini di oggi con paralisi cerebrale infantile possono sottoporsi». Per l’occasione, riferiamo nel box in calce anche della nuova campagna internazionale di sensibilizzazione lanciata dalla Fondazione FightTheStroke Un’immagine del video su cui è centrata la nuova campagna internazionale “A Truly Cerebral Campaign”, lanciata dalla Fondazione FightTheStroke, con DUDE Milano

Il 6 ottobre di ogni anno, in cui si celebra la Giornata Mondiale della Paralisi Cerebrale Infantile (World Cerebral Palsy Day), lo vivo come una sorta di “secondo compleanno”, in quanto questa patologia è quel “fardello” che mi accompagna dalla nascita e ha caratterizzato tutta la mia esistenza.
Mediamente, è colpito un bambino su 500 nati; in Italia attualmente sono 50.000.
La paralisi cerebrale infantile è un disturbo neurologico permanente, causato da un danno al sistema nervoso centrale; non progredisce in quanto la lesione si cicatrizza, e pertanto, non è soggetta a deterioramento. In particolare, vengono compromessi la postura e il movimento; i bambini con questa disabilità sono, per lo più, facilmente riconoscibili: la maggior parte è in sedia a rotelle; hanno un aumento involontario e anomalo del tono muscolare a riposo (ipertonia); presentano movimenti atipici, come quelli delle braccia che si muovono verso i lati, le ginocchia che si incrociano o si toccano, le gambe che si mettono “a forbice” durante i movimenti.

Tra le cause del danno al sistema nervoso centrale, quella più frequente è il parto prematuro per lo più prima della 31a settimana di gravidanza e quando i neonati hanno un peso inferiore ai 1.500 grammi; altri motivi possono essere una lesione dell’encefalo (cervello, cervelletto e tronco encefalico) del bambino durante la gestazione, o una diminuzione parziale o totale del flusso dell’ossigeno del nascituro durante il travaglio o il parto, spesso per errore o negligenza da parte dell’équipe medica, come, tra parentesi, è successo alla sottoscritta.
Sussistono varie tipologie di paralisi cerebrale infantile: spastica, quando si verifica un incremento del tono muscolare; discinetica, che colpisce maggiormente il tronco rispetto agli arti; atassica, che coinvolge la coordinazione, l’equilibrio e la postura; ipotonica, che non presenta spasticità ed è determinata da una riduzione del tono muscolare; mista, con caratteristiche sia spastiche che non.

La paralisi cerebrale infantile, in genere, non colpisce solo l’aspetto motorio del bambino, ma può compromettere altre abilità, come il linguaggio, la capacità di attenzione/concentrazione e il lato cognitivo. Per questo l’approccio terapeutico da adottare è di tipo multidisciplinare e personalizzato, finalizzato non solo al recupero fisico, ma anche all’autonomia e alla migliore qualità della vita del bambino stesso.
Oggi giorno ci sono varie tipologie di metodi riabilitativi, oltre alla classica fisioterapia, che vengono utilizzati simultaneamente nei casi di paralisi cerebrale infantile, come l’allungamento dei tendini, le procedure ortopediche, la terapia occupazionale, le stimolazioni a livello tattile, propriocettivo e visivo.

Sono entusiasta di tutte queste possibilità terapeutiche cui le bambine e i bambini di oggi con paralisi cerebrale infantile possono sottoporsi; sicuramente non esistevano ai miei tempi, sto parlando di oltre cinquant’anni fa. Per la gravità della mia condizione, quando avevo solo sei mesi, i migliori luminari della pediatria di allora mi prognosticarono una vita in carrozzina, senza alcuna possibilità di movimento e di linguaggio. A distanza di quasi sessant’anni, posso affermare che le infauste sentenze si sono dimostrate completamente errate. Ho infatti raggiunto un’autonomia tale che mi ha permesso di conseguire due lauree, essere in grado di vivere da sola, diventare giornalista al «Corriere della Sera» e condurre una vita ricca di interessi.
Come dico sempre, ciò che ho raggiunto non è stato sicuramente frutto di un miracolo, ma di una vita spesa nella riabilitazione e nell’acquisizione delle attività quotidiane. Un percorso lentissimo, e altrettanto faticoso, per lo più fatto all’estero, poiché, in Italia, allora, non c’era quasi niente a livello riabilitativo per la paralisi cerebrale infantile. Un percorso durato quasi trent’anni. Se sono contenta dei risultati che ho ottenuto? Sicuramente sì, ma, sono anche consapevole che se fossi stata piccola adesso, con le possibilità riabilitative attuali, avrei raggiunto risultati maggiori con minori sforzi e senza dover peregrinare all’estero. Sono pertanto felice per le grandi opportunità che le bimbe e i bimbi con paralisi celebrale infantile hanno oggi.
In questa particolare giornata, faccio a loro l’augurio, che nasce dalla mia esperienza personale, di mettercela tutta e non mollare mai, anche nei momenti più difficili, quando sembra di non vedere la “luce in fondo al tunnel”; ed esorto anche i genitori a essere “figure-guida”, che sappiano condurre i propri figli nel modo adeguato, spronandoli e non commiserandoli, in questo percorso tutt’altro che facile.

*Il presente contributo è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it», con il titolo “La giornata mondiale della paralisi cerebrale infantile: la mia sfida faticosa e i nuovi percorsi terapeutici” e viene qui ripreso, con diverso titolo e minimi riadattamenti al differente contenitore, per gentile concessione.

La nuova campagna della Fondazione Fightthestroke
Dopo il successo internazionale di More Than Palsy, campagna di FightTheStroke che lo scorso anno ha raggiunto milioni di persone e ottenuto riconoscimenti nel mondo della creatività e dell’impatto sociale (se ne legga anche sulle nostre pagine), in occasione della Giornata Mondiale di quest’anno la Fondazione stessa torna a sfidare gli stereotipi sulla paralisi cerebrale con la nuova campagna denominata A Truly Cerebral Campaign, realizzata con DUDE Milano e una rete internazionale di organizzazioni partner in Europa, Stati Uniti e Australia, a partire dalla domanda: «Come si può rappresentare una condizione che non appare mai nello stesso modo?».

«In un momento in cui il dibattito pubblico torna a interrogarsi sull’isolamento, sulla pressione e sulla mancanza di supporto che alcune persone con disabilità e le loro famiglie possono sperimentare – sottolineano da FightTheStroke – questa nostra nuova campagna sceglie di partire da una prospettiva diversa: le persone con disabilità non possono essere ridotte alla loro diagnosi, ai loro bisogni assistenziali o alle difficoltà che affrontano. Perché fare sensibilizzazione significa anche rendere visibili le persone nella pienezza di ciò che sono» (a questo link è disponibile il video su cui è centrata la nuova campagna. Per approfondire ulteriormente, fare riferimento a questo link o scrivere a: info@fightthestroke.org, alessio@montanaripr.com).

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Arriva a Roma il “TourAutism 2026”

Superando - 5 Ottobre 2026 - 6:22pm

Un camper che attraversa l’Italia, allo scopo di dimostrare che per le persone con autismo una vita indipendente è possibile: è “TourAutism 2026”, progetto che intende trasformare il viaggio e la quotidianità in una palestra di autonomia, socializzazione e inclusione, nato dall’esperienza della Terapia Multisistemica in Acqua–Metodo Caputo-Ippolito. Domani, 6 ottobre, “TourAutism” farà tappa a Roma con una giornata dedicata tutta all’autonomia

Un camper che attraversa l’Italia con l’obiettivo di dimostrare che per le persone con autismo una vita indipendente è possibile: è TourAutism 2026, progetto che intende trasformare il viaggio e la quotidianità in una palestra di autonomia, socializzazione e inclusione, nato dall’esperienza della Terapia Multisistemica in Acqua–Metodo Caputo-Ippolito.
Domani, 6 ottobre, TourAutism farà tappa a Roma con una giornata dedicata tutta all’autonomia, a partire dalla mattinata (ore 10), all’Impianto Sportivo Fulvio Bernardini UISP (Via dell’Acqua Marcia, 51), per attività sportive e di gruppo insieme ai giovani di Global Care Roma. Nel pomeriggio, invece (Centro TMA 8.0, Via di Pietralata, 202, ore 14), ci sarà l’incontro tra i giovani in viaggio e i giovani che ogni giorno costruiscono il proprio percorso di vita indipendente attraverso i percorsi TMA.
«Un’occasione – dicono i promotori – per fare incontrare storie diverse, condividere competenze e dimostrare che l’inclusione vera non è assistere, ma dare gli strumenti per fare da soli». (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di ulteriore, ampio approfondimento. Per altre informazioni: tmaroma@gmail.com.

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Sindrome di Prader-Willi: lo stato dell’arte

Superando - 5 Ottobre 2026 - 6:02pm

Un incontro voluto per approfondire le nuove prospettive di cura, ricerca e autonomia delle persone con sindrome di Prader-Willi – malattia genetica rara caratterizzata da un quadro clinico notevolmente complesso – e presentare la campagna di sensibilizzazione dedicata: sarà questo, domani, 6 ottobre, a Milano, l’incontro denominato “SENTENCED – Cura, ricerca e inclusione della sindrome di Prader-Willi”, promosso dall’Associazione Prader-Willi Lombardia

Un incontro voluto per approfondire le nuove prospettive di cura, ricerca e autonomia delle persone con sindrome di Prader-Willi – malattia genetica rara caratterizzata da un quadro clinico notevolmente complesso – e presentare la campagna di sensibilizzazione dedicata: sarà questo, nella mattinata di domani, 6 ottobre, a Milano (Spazio Circolo della Stampa, Viale Monte Santo, 7, ore 10), l’incontro denominato SENTENCED – Cura, ricerca e inclusione della sindrome di Prader-Willi, promosso dall’Associazione Prader-Willi Lombardia.
Vi interverranno Livio Luzzi, direttore del Dipartimento di Endocrinologia, Nutrizione e Malattie Metaboliche all’Ospedale San Giuseppe, IRCCS MultiMedica e docente ordinario di Endocrinologia, all’Università degli Studi di Milano; Graziano Grugni, specialista in Endocrinologia nell’Istituto Auxologico Italiano; Alberto Vezzoli e Fiorella Iorio, rispettivamente presidente e vicepresidente dell’Associazione Prader-Willi Lombardia; Ilaria Doldi, assistente sociale del Comune di Milano; Roberto Ferrario, direttore creativo di Mynd. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: pwlombardia@gmail.com.

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Conoscere i propri diritti e le opportunità esistenti è il primo, fondamentale passo per farli rispettare

Superando - 5 Ottobre 2026 - 5:36pm

«Il sistema di welfare sociale italiano sulla disabilità oscilla spesso tra la “giungla” della burocrazia e della complessità normativa e il “deserto” della scarsità di risorse disponibili, cosicché le famiglie si trovano troppo spesso a doversi orientare tra le prestazioni e i servizi esistenti»: lo dicono dalla Federazione FISH, presentando il percorso formativo “Tra giungla e deserto: informati sui diritti e sulle opportunità”, rivolto ai familiari di giovani e adulti con disabilità, che si articolerà su alcuni incontri online e su una serie workshop territoriali

«Il sistema di welfare sociale italiano sulla disabilità oscilla spesso tra la “giungla” della burocrazia e della complessità normativa e il “deserto” della scarsità di risorse disponibili. In questo scenario, le famiglie si trovano troppo spesso a dover farsi carico non solo dell’assistenza quotidiana, ma anche della ricerca e dell’orientamento tra le prestazioni e i servizi esistenti»: viene presentato così, dalla FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), il percorso formativo denominato Tra giungla e deserto: informati sui diritti e sulle opportunità – ove l’accento della parola “informati” può battere sia sulla o che sulla – iniziativa promossa dalla Federazione in collaborazione con il proprio partenariato, che si rivolge ai familiari di giovani e adulti con disabilità con l’obiettivo di accrescere le conoscenze e la consapevolezza dei loro diritti.

Il percorso si articolerà sia su alcuni incontri online che su una serie di workshop territoriali. Vediamo in quale modo.
I webinar saranno quattro, tutti di mercoledì pomeriggio (ore 17-19), per approfondire normative e novità legislative, a partire dal 21 ottobre (Diritti… esigibili ?! – La mappa delle norme in favore delle persone con disabilità e qualche indicazione su come farle rispettare), con Vincenzo Falabella (FISH) e Giorgina Nardi (FISH), e la moderazione di Rachele Anziutti (FISH).
Si proseguirà il 28 ottobre (Dal progetto alla vita – Cosa cambia (e cosa non cambia) con il Progetto di vita individuale, personalizzato e partecipato previsto dal Decreto Legislativo 62/2024), con Nunzia Coppedé (FISH Calabria) e Andrea Tonucci (AVI Umbria) e la moderazione di Maria Luisa Meacci (FISH Umbria).
Quindi il 4 novembre (Vittime di un sistema per nulla naturale), con Giovanni Merlo (LEDHA) e la moderazione di Andrea Tonucci.
Infine, l’11 novembre (Si fa presto a dire caregiver! – Il sottile confine fra affetto, attenzione, cura e lavoro (non pagato) insostenibile), con Maria Luisa Meacci e Francesca Fusina (ANFFAS Legnano – LEDHA) e la moderazione di Giovanni Merlo.

Per quanto riguarda invece i workshop territoriali, essi si svolgeranno in modalità mista (in presenza con possibilità di collegamento da remoto) per un massimo di 15 partecipanti per gruppo, guidati da coordinatori esperti.
Ogni laboratorio sarà articolato in tre fasi: la condivisione iniziale delle problematiche vissute dai caregiver, un focus group per analizzare e dare valore alle priorità, e infine l’elaborazione di proposte concrete per migliorare la situazione esistente.
Queste le Regioni coinvolte: Calabria (16, 20 e 23 novembre, ore 15-17), presso FISH Calabria (Via dei Bizantini, 95, Lamezia Terme, in provincia di Catanzaro); Lombardia (20, 27 novembre e 18 dicembre, ore 16-18), presso la LEDHA (Via Livigno, 2, Milano); Puglia (9, 13 e 18 novembre), presso Gli Amici di San Pio (Via Santa Croce, San Giovanni Rotondo, in provincia di Foggia); Veneto (16, 23 novembre e 15 dicembre, ore 16-18), presso UILDM Nazionale (Via Vergerio, 19, Padova); Umbria (20, 27 novembre e 18 dicembre, ore 15-17), presso AVI Umbria (Via Papa Benedetto III, 48, Terni).

«Troppo spesso – commenta Vincenzo Falabella, presidente nazionale della FISH -. i familiari delle persone con disabilità sono lasciati soli ad affrontare un groviglio burocratico sfibrante o un vuoto di risposte da parte delle istituzioni. Con questo percorso formativo vogliamo offrire uno strumento concreto di consapevolezza e orientamento. Conoscere i propri diritti e le opportunità esistenti è infatti il primo, fondamentale passo per farli rispettare e per costruire insieme un sistema di tutela effettivo, inclusivo e davvero su misura per la persona e la sua famiglia». (S.B.)

Per iscriversi ai webinar, cliccare a questo link; per iscriversi ai workshop territoriali, cliccare a quest’altro link. Per ogni altra informazione: ufficiostampa@fishets.it.

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Gli importanti risultati in àmbito scolastico ottenuti dall’AICE Valle d’Aosta

Superando - 5 Ottobre 2026 - 4:55pm

Il supporto alla famiglia di una minore con epilessia che ha portato a sbloccare la situazione in àmbito di trasporto scolastico, con conseguente premio da parte dell’AICE Nazionale, nonché l’ideazione e la redazione di due opuscoli informativi rivolti alle scuole primarie e secondarie della Regione: sono gli importanti risultati ottenuti recentemente nei confronti delle scuole da parte dell’AICE Valle d’Aosta (Associazione Italiana Contro l’Epilessia) La consegna del premio dell’AICE “6con noi”. Da sinistra l’assessore regionale ai Trasporti Luigi Bertschy; l’assessora al Turismo di Doues Corinne Cuaz; il vicesindaco di Doues Daniel Diemoz; il Sindaco di Doues Giorgio Abram; il presidente della Regione Renzo Testolin; i genitori della minore di Doues; la coordinatrice dell’Istituzione Scolastica Grand Combin Simona d’Agostino; il presidente dell’AICE Valle d’Aosta Manuele Amateis

Nello scorso mese di marzo, i familiari di una minore con epilessia di Doues (Aosta) si erano rivolti all’AICE Valle d’Aosta (Associazione Italiana Contro l’Epilessia), per chiedere sostegno nell’arrivare ad ottenere un accompagnatore sul trasporto scolastico disabili (VAST), servizio che ne era sprovvisto. Per supplire a tale mancanza e consentire la frequenza scolastica, i familiare avevano sino a quel momento dovuto sempre accompagnare personalmente la minore sul mezzo, con enorme e negativo impatto di vita, ma avevano poi inviato a numerosi destinatari una lettera formale, prodotta congiuntamente con la stessa AICE Valle d’Aosta, per chiedere una soluzione normativa e strutturale alle autorità competenti.
Recentemente è arrivata la svolta positiva, con gli Uffici del Comune di Doues che hanno definito la modalità operativa per la presa in carico dell’alunna, confermando, in particolare, che l’operatore di assistenza ad personam avrebbe potuto iniziare e concludere la propria giornata lavorativa affiancando la minore direttamente a bordo del mezzo VAST nel tragitto casa-scuola e scuola-casa. I dettagli operativi sono stati quindi definiti anche con l’Istituzione Scolastica Grand Combin e con tutti i soggetti coinvolti, per vedere il modello pienamente operativo sin dal presente anno scolastico.
A tale risultato, il presidente nazionale dell’AICE Giovanni Battista Pesce ha ritenuto di attribuire uno dei due premi annuali 6con noi, rivolti ad azioni inclusive altamente meritevoli, un risultato ottenuto grazie all’iniziale intervento dell’AICE Valle d’Aosta al successivo impegno del Comune di Doues e di altri attori, in primis l’istituzione scolastica Grand Combin.
Qualche settimana fa, dunque, presso la sala della Giunta nel Palazzo Regionale di Aosta, la famiglia di Doues e l’Amministrazione Comunale di tale località hanno ricevuto due targhe realizzate dalla sede nazionale AICE e un assegno di 1.000 euro ciascuno, erogato anch’esso dalla sede nazionale dell’AICE, premio che il Comune potrà usare a sostegno di azioni anche per quanti altri necessitino di pari necessità.

L’opuscolo informativo sull’epilessia rivolto ai più piccoli delle scuole

Per dare inoltre un segnale forte e ben visibile, l’AICE Valle d’Aosta ha fatto consegnare simbolicamente il premio alla famiglia e al Comune – per il quale erano presenti il sindaco Giorgio Abram, il vicesindaco Daniel Diemoz e l’assessora al Turismo Corinne Cuaz, arrivati alla cerimonia insieme alla coordinatrice scolastica Simona d’Agostino, da parte del presidente della Regione Renzo Testolin e dell’assessore regionale ai Trasporti Luigi Bertschy.
«Il fatto che a livello nazionale il caso di Doues sia stato ritenuto meritevole dell’assegnazione del Premio – sottolinea Manuele Amateis, presidente dell’AICE Valle d’Aosta – evidenzia quanto vi sia ancora bisogno di aprire porte e canali per quanti (anche per altre patologie) vivono quotidianamente difficoltà che invece il sistema pubblico dovrebbe alleviare e prevenire, come è nei suoi compiti. Da parte nostra ringraziamo, per tutto quanto messo in essere, il Comune di Doues, l’Istituzione Scolastica, l’Unité di riferimento, le strutture regionali e quindi il Presidente della Regione e l’Assessore ai Trasporti che hanno personalmente consegnato il premio e speso apprezzabili parole che guardano anche al futuro dell’appalto regionale».
«Il caso singolo che è stato risolto – conclude – deve diventare un volano che porti, in modo strutturale, a dare soluzione preventiva, in tutto il territorio della Valle d’Aosta, a pari necessità di accompagnamento nel servizio VAST per quanti con disabilità nelle varie patologie e casistiche».

L’opuscolo informativo sull’epilessia rivolto ai più piccoli delle scuole

Sempre il mondo della scuola ha visto l’AICE Valle d’Aosta al centro di un’ulteriore iniziativa: è stata infatti l’Associazione a ideare e a redigere due opuscoli informativi in tema di epilessia, validati all’interno del Tavolo di Lavoro Regionale sull’Epilessia, istituito con la Delibera di Giunta Regionale 861/25, opuscoli che sono stati inviati a tutte le scuole primarie e secondarie di primo e secondo grado della Regione, insieme a una Circolare della Sovrintendenza agli Studi.
«Il materiale – spiegano dall’AICE Valle d’Aosta – è in corso di caricamento da parte delle Istituzioni Scolastiche sui registri elettronici. La volontà, infatti, è quella di arrivare alle persone con azioni di informazione, perché dall’informazione nasce la conoscenza e dalla conoscenza nasce l’inclusione, scardinante rispetto allo stigma e alle discriminazioni che a volta ancora permangono».
La fascia di lettura, dunque, è stata lasciata all’esperienza e alla sensibilità delle singole Istituzioni Scolastiche, così come l’Associazione ha suggerito sia di effettuare letture condivise in classe dell’opuscolo per i più piccoli, sia di accompagnare alla lettura gli alunni e le alunne più grandi tramite la sensibilità del corpo docente.
La prima parte di entrambi gli opuscoli è rivolta principalmente al corpo docente e alle famiglie e i lettori vi potranno trovare le stesse prime informazioni in tema di epilessia, oggetto della brochure di prima informazione creata all’interno del Tavolo di Lavoro e quindi stampata in 5.000 copie consegnate alla AUSL per la diffusione capillare.
La seconda parte, invece, è quella delle storie per alunne e alunni, con il volumetto rivolto ai più piccoli che contiene la storia illustrata intitolata Epilessia: come una nuvoletta viola e che all’interno recita: «Cari bambini, in queste pagine troverete una storia che ha scritto per i suoi figli la loro mamma, Ilaria, e ora possiamo leggerla tutti insieme! Cari bambini, voi siete la scuola e la scuola è il miglior ricettore possibile per queste parole». Il volumetto per i più grandi, invece, si intitola Epilessia: diamoci una scossa! e la prima della tre storie – scritte da persone direttamente interessate dalla patologia – reca una sezione che spiega ai lettori «perché leggere queste storie e come approcciare la lettura».
I due opuscoli fatti avere alle scuole della Regione, infine, forniranno anche una prima base di informazione utile alle classi per poter prendere parte al Premio regionale Percorso epilessia che sarà lanciato e reso noto alle scuole in questo mese di ottobre, iniziativa volta alla creazione di lavori e opere da parte delle classi con il fine di sensibilizzare, far conoscere e abbattere lo stigma. I premi, consistenti in svariati benefit per gli studenti delle classi vincitrici, verranno consegnati il 7 aprile del prossimo anno, presso il Salone Ducale del Comune di Aosta.
«Voi potete rappresentare punti forti nel sostenere i destinatari degli opuscoli – è il messaggio del Presidente dell’AICE Valle d’Aosta – e la loro piena e corretta informazione. Voi siete l’occasione migliore per seminare i giusti messaggi e vogliamo essere certi della Vostra sensibilità e della Vostra attenzione». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: aicevda@libero.it.

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