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Il progetto “Sinestesie”: al Museo… con altri occhi

Superando - 8 Settembre 2026 - 12:12pm

In occasione dei vent’anni di collaborazione tra il Dipartimento Educazione del Castello di Rivoli (Museo d’Arte Contemporanea) e l’UICI di Torino, all’insegna dell’accessibilità culturale, ha preso il via il progetto “Sinestesie, il Laboratorio di narrazione sensoriale collettiva”, che verrà presentato il 10 settembre presso la sede della stessa UICI torinese, un’iniziativa in cui sperimentare appunto la sinestesia, ossia l’intreccio tra i diversi sensi In un’immagine di repertorio, una visita sensoriale al Castello di Rivoli condotta insieme al compianto Francesco Fratta, scomparso nel 2018

In occasione dei vent’anni di collaborazione tra il Dipartimento Educazione del Castello di Rivoli (Museo d’Arte Contemporanea) e l’UICI di Torino (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti), ha preso il via presso la nota struttura piemontese il progetto denominato Sinestesie, il Laboratorio di narrazione sensoriale collettiva, che verrà presentato al pubblico il 10 settembre prossimo presso la sede della stessa UICI torinese (Corso Vittorio Emanuele II, 63, ore 16).
«Il Museo d’Arte Contemporanea – spiegano i promotori dell’iniziativa – è uno spazio dinamico dove l’arte si abita con tutta la propria sensibilità. Ecco allora che il Castello di Rivoli, grazie al grande lavoro di ricerca sul campo del Dipartimento Educazione, si fa laboratorio in cui sperimentare la sinestesia, ossia l’intreccio tra i diversi sensi, perché l’arte del nostro tempo supera il confine della vista e sradica i classici modelli percettivi. Qui ogni visitatore diventa protagonista di esperienze multisensoriali che attivano il corpo e la mente, la curiosità e la percezione, grazie alla ricchezza di stimoli offerti dall’incontro tra l’edificio e le opere, con una grande varietà di allestimenti che si rinnovano costantemente».

Come detto inizialmente, il Dipartimento Educazione del Castello di Rivoli ha avviato già ben vent’anni fa il dialogo con la sede torinese dell’UICI, un pionieristico cammino fatto di ricerche, sfide e sperimentazioni condivise per rendere il proprio Museo d’Arte Contemporanea. «Innumerevoli sono stati i percorsi di visite sensoriali co-progettate e realizzate insieme – ricordano dal Museo -, in particolare in stretta collaborazione con il professor Francesco Fratta, la cui eredità culturale è sempre viva e fonte inesauribile di ispirazione nel nostro impegno a favore dell’accessibilità. Ogni visita al Castello, alla Collezione e alle mostre è un’esperienza unica, fondata sulla relazione dinamica con l’ambiente e con le opere, sul coinvolgimento attivo dei visitatori con disabilità visiva, grazie al contatto personalizzato con ciascuno».
Al Museo, inoltre, sono a disposizione di tutti i visitatori i modelli tattili del complesso architettonico del Castello, realizzati dallo studio dell’architetto Andrea Bruno, sempre in collaborazione con il con il Dipartimento Educazione e la supervisione dell’UICI.

Lo scorso anno, quindi, come ulteriore evoluzione, è stata avviata una sperimentazione inedita nell’àmbito della Scuola della Curiosità, ampio progetto del Dipartimento Educazione in cui la curiosità è lo strumento principale e dove ogni domanda apre la porta a nuove prospettive. È nato da qui Sinestesie, gruppo di scrittura condivisa tra persone cieche e vedenti, in collaborazione con l’UICI di Torino e con il Centro di Consulenza Tiflodidattica del Piemonte, per raccontare il Museo in modo nuovo e accessibile a tutti. «Il risultato del lavoro di scrittura a più mani – viene detto – è un’inedita narrazione multisensoriale, che può offrire a un pubblico ampio la possibilità di cogliere prospettive inedite sulle opere d’arte contemporanea, oltre lo sguardo. Sinestesie rappresenta un modello innovativo basato sulla costruzione di senso condivisa. I testi del primo capitolo, intitolato Invito all’ascolto, sono disponibili nel web (a questo link) e in forma di brochure cartacea visivo-tattile presso il Museo, nell’ambito del Bando PNRR M1C3-3 per la Rimozione delle barriere fisiche e cognitive in musei e luoghi della cultura pubblici non appartenenti al Ministero della Cultura».

Il progetto Sinestesie, ricapitoliamo in conclusione, è a cura di Paola Zanini e Brunella Manzardo, rispettivamente responsabile e referente per l’Accessibilità nel Dipartimento Educazione del Castello di Rivoli (Museo d’Arte Contemporanea), in collaborazione con Lorenzo Montanaro (Comunicazione e Ufficio stampa dell’UICI di Torino) ed Elisabetta Grande, tiflopedagogista del Centro di Consulenza Tiflodidattica del Piemonte. (S.B.)

Per ogni ulteriore informazione: b.manzardo@castellodirivoli.org (Brunella Manzardo); ufficio.sttampa@uictorino.it (Lorenzo Montanaro).

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Rilevazione dei docenti e Rilevazione del funzionamento – Avvio Scuole paritarie A.S. 2026/27

Ultime da A. T. P. Cosenza - 8 Settembre 2026 - 11:34am

Allegati m_pi.AOODRCAL.REGISTRO UFFICIALE(U).0027060.27-08-2026 (283 KB)

Personale ATA – Supplenze a.s. 2026/2027 – esiti convocazione 7 settembre 2026 – profilo Collaboratore scolastico

Ultime da A. T. P. Cosenza - 7 Settembre 2026 - 8:12pm

Allegati esiti_cs_m_pi.AOOUSPCS.REGISTRO UFFICIALE(U).0013402.07-09-2026 (176 KB)cs_elenco sede assegnata_1 conv_0709 (262 KB)

Personale ATA – disponibilità residue per il conferimento degli incarichi a tempo determinato a. s. 2026/27 – profilo Collaboratore Scolastico

Ultime da A.T.P. Catanzaro - 7 Settembre 2026 - 6:21pm

Ministero dell’Istruzione e del Merito Ufficio Scolastico Regionale per la Calabria  Ufficio II – Ambito Territoriale di Catanzaro Via Cosenza, 31 – 88100 Catanzaro e-mail: usp.cz@istruzione.it – ...

Personale ATA –  Decreto individuazione destinatari contratto a tempo determinato personale ATA inserito nelle GP24 mesi a. s. 2026/2027 – Profilo CS – Esiti convocazione del 7/9/2027

Ultime da A.T.P. Catanzaro - 7 Settembre 2026 - 6:12pm

Allegati INDIVIDUAZIONE LUNEDI 7 SETTEMBRE COLLABORATORE SCOLASTICO (17 KB)

Informazioni sui diritti delle persone con disabilità: i rischi dell’intelligenza artificiale

Superando - 7 Settembre 2026 - 6:03pm

Sempre più persone con disabilità e caregiver si rivolgono agli strumenti di intelligenza artificiale per ottenere informazioni su invalidità civile, Legge 104, indennità di accompagnamento o altre tematiche relative alle norme in materia di disabilità. È una tendenza comprensibile: questi strumenti, infatti, sono disponibili a qualsiasi ora, sono gratuiti, rispondono in modo chiaro e rassicurante. Ma nascondono anche una serie di rischi. Vediamo quali

Sempre più persone con disabilità e caregiver si rivolgono agli strumenti di intelligenza artificiale (ChatGPT, Google Gemini, Claude sono tra i più diffusi) per ottenere informazioni su invalidità civile, Legge 104, indennità di accompagnamento o altre tematiche relative alle norme in materia di disabilità. Si tratta di una tendenza comprensibile: questi strumenti, infatti, sono disponibili a qualsiasi ora, sono gratuiti, rispondono in modo chiaro e rassicurante. Ma nascondono dei rischi.
Le legali del Centro Antidiscriminazione Franco Bomprezzi della LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, componente lombarda della FISH-Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità) ricevono infatti con frequenza crescente richieste di informazioni basate su informazioni errate o non aggiornate, generate proprio da questi strumenti: norme citate in modo non appropriato, benefìci inesistenti, procedure non più in vigore, soglie ISEE riferite ad altre Regioni o ad anni precedenti.
Chi usa i chatbot per cercare informazioni lo fa in buona fede, e spesso riceve risposte che sembrano affidabili. Il problema è che i sistemi di intelligenza artificiale tendono ad assecondare, a confermare, a rassicurare. Anche quando hanno torto.

Ma perché le informazioni dell’intelligenza artificiale in materia di disabilità sono spesso inaffidabili? Le ragioni sono strutturali e indipendenti dalla qualità dello strumento utilizzato.
I dati di addestramento, innanzitutto, hanno una “scadenza”. Gli strumenti di intelligenza artificiale, in altre parole, vengono “addestrati” su un patrimonio di dati raccolti fino a un certo momento, superato il quale le loro conoscenze rimangono ferme. In materia di disabilità questo è un limite critico: le soglie ISEE, i criteri di accesso ai servizi, le procedure di richiesta delle prestazioni possono cambiare. Uno strumento di intelligenza artificiale può quindi citare con precisione una normativa che nel frattempo è stata modificata o sostituita, senza alcun segnale di aggiornamento, ma soprattutto non è in grado di calare la norma nella situazione specifica.

La normativa sulla disabilità, poi, è “territoriale”, se è vero che essa opera su tre livelli: nazionale (Leggi, Decreti, Circolari INPS), Regionale (in Lombardia, ad esempio, ma non solo, Delibere e criteri propri della Regione) e Locale (procedure specifiche di ASL, Comuni e Ambiti territoriali). Gli strumenti di intelligenza artificiale tendono invece a rispondere al livello nazionale, trattando le norme come uniformi su tutto il territorio. Ed è palese che nella pratica, le differenze (tra una Regione e l’altra, tra un Comune e l’altro, tra un caso e un altro possono essere decisive per l’esito di una richiesta.

Vi è poi anche il fenomeno delle cosiddette “allucinazioni”. Gli strumenti di intelligenza artificiale, cioè, soffrono di un difetto strutturale noto appunto come “allucinazione”, ossia, quando non dispongono di una risposta precisa, tendono comunque a produrre un testo coerente e apparentemente fondato, citando norme, riferimenti normativi e procedure che non esistono o non sono pertinenti. Il risultato viene presentato con lo stesso tono assertivo di una risposta corretta, senza alcuna indicazione che si tratti di un’informazione non verificata. È questo, più di ogni altro limite, a rendere questi strumenti particolarmente rischiosi.

Come utilizzare, dunque, l’intelligenza artificiale in modo corretto? Detto che sconsigliarne l’uso in assoluto non è né realistico né utile, esistono impieghi appropriati, anche in questo contesto.
L’intelligenza artificiale, ad esempio, può essere uno strumento efficace per comprendere il linguaggio burocratico di un documento già in possesso dell’utente (una lettera dell’INPS, una Delibera Comunale, una comunicazione della propria ATS-Agenzia di Tutela della Salute), chiedendo una spiegazione in termini semplici.
Può essere utile anche per rivedere la forma di una comunicazione scritta: correggere refusi, uniformare il registro, rendere il tono più adeguato al destinatario.
Non è invece uno strumento affidabile per sapere a quali prestazioni si ha diritto, quali procedure seguire, quali scadenze rispettare o come interpretare una norma rispetto a una situazione specifica.

In conclusione, va detto che un’informazione errata in materia di disabilità non è solo un inconveniente: può tradursi infatti in una domanda presentata fuori tempo, in un diritto non riconosciuto, in mesi di attesa persi e creare malintesi difficili da recuperare.
Dal canto loro, le legali del citato Centro Antidiscriminazione Franco Bomprezzi della LEDHA offrono consulenza gratuita a famiglie e persone con disabilità in Lombardia. (I.S. e S.B.)

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Personale ATA – rettifica decreto n. 9213 del 4/9/2026 – Individuazione destinatari contratto a tempo determinato personale ATA inserito nelle GP24 mesi

Ultime da A.T.P. Catanzaro - 7 Settembre 2026 - 5:54pm

Sindrome feto-alcolica: una causa prevenibile di alterazione del neurosviluppo e di disabilità dell’età evolutiva

Superando - 7 Settembre 2026 - 5:47pm

In occasione dell’imminente Giornata Internazionale della sindrome feto-alcolica e dei disturbi correlati (FAS/FASD), che si celebrerà il 9 settembre, la SIN (Società Italiana di Neonatologia) intende richiamare l’attenzione su una condizione ancora troppo spesso sottodiagnosticata, ma che rappresenta una delle principali cause prevenibili di alterazione del neurosviluppo e di disabilità dell’età evolutiva

In occasione dell’imminente Giornata Internazionale della sindrome feto-alcolica e dei disturbi correlati (FAS/FASD), che si celebrerà il 9 settembre, la SIN (Società Italiana di Neonatologia) intende richiamare l’attenzione su una condizione ancora troppo spesso sottodiagnosticata, ma che rappresenta una delle principali cause prevenibili di alterazione del neurosviluppo e di disabilità dell’età evolutiva.
«L’esposizione prenatale all’alcol – spiegano dalla SIN – può compromettere in modo permanente lo sviluppo del sistema nervoso centrale e di altri organi del feto, con conseguenze che possono manifestarsi fin dai primi giorni di vita o emergere più tardivamente, durante l’infanzia e l’adolescenza, sotto forma di difficoltà cognitive, comportamentali, relazionali e di apprendimento. Ogni bambino che nasce con la sindrome Feto-Alcolica rappresenta per altro un caso completamente prevenibile. Eppure, i disturbi dello spettro feto-alcolico (FASD) continuano a rappresentare un’importante sfida di sanità pubblica e rimangono ancora oggi largamente sottodiagnosticati. La loro prevalenza è probabilmente sottostimata, poiché molti casi sfuggono alla diagnosi nei primi anni di vita o vengono riconosciuti solo quando emergono difficoltà cognitive, comportamentali e di apprendimento».

«I FASD – aggiungono dalla SIN – sono spesso definiti una “disabilità invisibile”: bambini apparentemente sani possono sviluppare nel tempo importanti difficoltà del neurosviluppo senza che la causa venga riconosciuta. In questo contesto, il ruolo del neonatologo è determinante. Il sospetto diagnostico deve infatti tradursi in una dimissione protetta, nella condivisione delle informazioni con il pediatra di libera scelta e con i servizi territoriali e nell’inserimento, quando indicato, in programmi di follow-up neuroevolutivo, così da intercettare precocemente eventuali difficoltà dello sviluppo e attivare gli interventi riabilitativi più appropriati. In sostanza, quindi, sono indispensabili la prevenzione con zero alcol in gravidanza, una diagnosi tempestiva e una presa in carico precoce del neonato». (S.B.)

A questo link è disponibile un ulteriore ampio testo di approfondimento prodotto dalla SIN. Per altre informazioni: sin@brandmaker.it.

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Inclusione e risata, ovvero il coraggio di incontrarsi davvero

Superando - 7 Settembre 2026 - 4:58pm

«Forse la vera inclusione – scrive Laura “Lalla” Ribaldone, autrice del libro “Vivere felicemente la disabilità” – comincia quando smettiamo di chiederci come rendere le persone più simili a noi e iniziamo a domandarci come possiamo creare spazi nei quali ciascuno possa essere pienamente se stesso. E anche ridere insieme può diventare qualcosa di più di un semplice gesto. Perché quando riusciamo a farlo, scopriamo che la nostra diversità non ci impedisce di condividere qualcosa»

Quando parliamo di inclusione, spesso pensiamo alla possibilità di garantire a ogni persona gli stessi diritti, le stesse opportunità e la possibilità di partecipare alla vita sociale. È certamente questo, ma l’inclusione, a mio avviso, è qualcosa di ancora più profondo. Non significa soltanto permettere a qualcuno di esserci, ma creare le condizioni perché quella persona possa sentirsi realmente parte di ciò che sta vivendo.
Perché si può essere presenti senza sentirsi accolti. Si può stare in mezzo agli altri e, nello stesso tempo, percepire una distanza difficile da colmare. Si può essere invitati a partecipare e continuare a sentirsi osservati attraverso ciò che ci rende diversi.
L’inclusione vera nasce quando quella diversità smette di rappresentare una barriera e diventa semplicemente una delle tante caratteristiche che compongono una persona.
Ed è proprio qui che, nel mio percorso personale e professionale, ho incontrato un elemento che considero straordinariamente potente: la risata.
Non parlo della risata utilizzata per prendere in giro qualcuno, per sottolinearne una caratteristica o per creare complicità escludendo qualcun altro. Quella è una risata che separa. Parlo della risata condivisa, quella che nasce nello stare insieme e che può creare, anche in pochi istanti, una sensazione di vicinanza e di appartenenza.

La risata che crea un ponte
Ci sono momenti in cui le parole diventano complicate. Abbiamo storie diverse, esperienze diverse, modi diversi di comunicare e di percepire il mondo. A volte proprio queste differenze possono creare una distanza che non sappiamo come attraversare. Una risata condivisa, invece, può aprire una piccola porta. Non perché cancelli le differenze, ma perché per un momento ci permette di incontrarci su un terreno comune.
Quando ridiamo insieme non abbiamo bisogno di essere uguali. Non dobbiamo dimostrare di avere le stesse capacità, la stessa storia o lo stesso modo di vedere la vita. Possiamo semplicemente condividere un’emozione. Ed è questo, secondo me, uno degli aspetti più belli della risata: può ricordarci che, prima delle caratteristiche che ci distinguono, esiste una dimensione profondamente umana che ci accomuna.
Abbiamo tutti bisogno di sentirci accolti, riconosciuti e rispettati. Abbiamo tutti bisogno di relazioni nelle quali poter essere noi stessi senza sentirci costantemente giudicati. La risata, quando è autenticamente condivisa, può contribuire a creare proprio questo tipo di spazio.

Prima di chiedere inclusione agli altri, dobbiamo imparare ad accogliere noi stessi
C’è però un’altra forma di inclusione della quale si parla meno: quella verso noi stessi. Per molto tempo possiamo essere stati noi i primi a considerarci sbagliati, inadeguati o fuori posto. Possiamo avere imparato a guardare ciò che ci manca molto più di ciò che abbiamo, a concentrarci sui nostri limiti invece che sulle nostre possibilità, a confrontarci continuamente con gli altri fino a convincerci che la nostra vita avrebbe avuto valore soltanto se fosse stata diversa.
Anch’io ho conosciuto questa sensazione. Sono nata con una sordità profonda e per una parte importante della mia vita la mia disabilità è stata qualcosa che faticavo ad accettare. Non era soltanto una caratteristica della mia vita: era diventata, nel mio modo di guardarmi, una lente attraverso la quale interpretavo me stessa.
Ci sono stati periodi in cui non mi amavo, non riuscivo a riconoscere il mio valore e non vedevo con chiarezza un significato o uno scopo nella mia vita. Mi sembrava di essere finita dentro quelle sabbie mobili che, più cerchi di uscire, più sembrano trascinarti verso il basso.
Poi, nel mio cammino, è arrivato lo Yoga della Risata. Non è stata una bacchetta magica e non ha cancellato le difficoltà. Non ha cambiato la mia storia e non ha fatto sparire ciò che avevo vissuto. Ha però contribuito a cambiare il modo in cui stavo dentro quella storia. Attraverso la risata ho riscoperto una parte di me che avevo lasciato in secondo piano: la possibilità di giocare, di stare con gli altri, di lasciarmi andare, di esprimere emozioni e, soprattutto, di vivere un momento senza sentire continuamente il bisogno di dimostrare qualcosa. È stato un percorso nel quale ho iniziato, lentamente, a guardarmi con occhi diversi.
Questa parte della mia vita è diventata anche una parte importante del mio lavoro e della mia testimonianza. Nel mio libro Vivere felicemente la disabilità (Poliedricamente Edizioni ETS) ho raccontato il percorso che mi ha portata, attraverso momenti difficili e profonde trasformazioni, a cambiare il modo di guardare alla mia disabilità e, soprattutto, a me stessa.
Scrivere quella storia è stato un modo per dare un significato a ciò che avevo vissuto e per trasformare un’esperienza personale in qualcosa che potesse essere utile anche ad altre persone. Perché credo che raccontare le proprie fragilità non significhi mostrarsi deboli, ma avere il coraggio di condividere ciò che abbiamo imparato lungo il cammino.
E tra le esperienze che hanno contribuito a trasformare il mio modo di vivere e di relazionarmi con gli altri c’è stata proprio la risata. Una risata che, nel tempo, è diventata per me non soltanto uno strumento di benessere, ma anche una possibilità di incontro, di connessione e di inclusione.

L’inclusione non chiede di cancellare le differenze
A volte, quando parliamo di inclusione, rischiamo involontariamente di trasmettere un messaggio paradossale: per stare bene insieme dovremmo smettere di vedere le differenze. Io penso invece che sia esattamente il contrario. Le differenze esistono e fanno parte della ricchezza dell’umanità. Non abbiamo bisogno di eliminarle, ma di imparare a non trasformarle in gerarchie.
Una persona non vale di più perché sente, vede, cammina, comunica o apprende in un determinato modo. Allo stesso tempo, una persona non vale di meno perché il suo modo di vivere il mondo è differente da quello della maggioranza. L’inclusione non significa dire: «Siamo tutti uguali». Significa riuscire a dire: «Siamo diversi e possiamo appartenere tutti allo stesso spazio».
Questa distinzione, apparentemente piccola, cambia completamente la prospettiva. Perché quando smettiamo di considerare la diversità come qualcosa che deve essere nascosto, corretto o superato, possiamo finalmente iniziare a incontrare la persona che abbiamo davanti. E quando incontriamo davvero una persona, non incontriamo più una categoria. Incontriamo una storia.

Anche la felicità è una questione di relazione
Nel mio percorso di “Vivere felicemente” ho sempre considerato la felicità non come una condizione permanente nella quale vivere senza difficoltà, ma come un percorso fatto di consapevolezza, emozioni, relazioni, valori, crescita personale e capacità di dare significato alla propria vita. Per questo oggi sento che parlare di felicità senza parlare anche di inclusione sarebbe incompleto.
Possiamo lavorare sulla nostra autostima, imparare a riconoscere le nostre emozioni, scoprire i nostri valori e sviluppare maggiore consapevolezza, ma siamo comunque esseri relazionali. Il nostro benessere è influenzato anche dalla qualità delle relazioni che viviamo e dalla possibilità di sentirci parte di qualcosa. E sentirsi parte non significa necessariamente avere tante persone intorno. Significa poter essere se stessi all’interno delle relazioni che abbiamo. Significa non dover nascondere continuamente una parte della propria identità per paura di essere rifiutati. Significa poter portare nel mondo la propria unicità senza sentirsi costretti a chiedere il permesso di esistere.
Da questo punto di vista, anche la risata può diventare una piccola esperienza di felicità condivisa. Quando ridiamo insieme, infatti, possiamo sperimentare leggerezza, vicinanza, complicità e connessione. E non è necessario che tutto sia perfetto perché questo accada. Anzi, forse è proprio nella possibilità di lasciar andare per qualche momento il bisogno di essere perfetti che possiamo incontrarci davvero.

Quando la risata diventa incontro
La risata, soprattutto quando è spontanea e condivisa, può creare uno spazio nel quale le persone si sentono più vicine. Non servono necessariamente parole perfette, non è necessario avere la stessa storia o condividere lo stesso modo di vedere il mondo. A volte basta un momento di leggerezza vissuto insieme per sentirsi, semplicemente, parte di qualcosa.
È questo uno degli aspetti che amo maggiormente della risata: la sua capacità di avvicinare le persone senza chiedere loro di essere uguali. Possiamo avere esperienze, capacità e caratteristiche completamente differenti e, nello stesso momento, trovare qualcosa che ci accomuna.
Per questo, quando parlo di risata e inclusione, penso soprattutto alla possibilità di ridere insieme, creando uno spazio nel quale ciascuno possa sentirsi libero di partecipare, di esprimersi e di essere se stesso. La risata, allora, non diventa soltanto un’espressione di gioia, ma può trasformarsi in un’occasione di incontro, di connessione e di appartenenza.

L’inclusione trasforma chi viene accolto, ma anche chi accoglie
C’è un aspetto dell’inclusione che considero particolarmente importante: non è un processo a senso unico. Quando accolgo qualcuno, non sto semplicemente facendo qualcosa per quella persona. Sto anche permettendo a me stesso di ampliare il mio modo di vedere il mondo. Incontro una storia diversa dalla mia, un’esperienza che forse non conosco, un modo differente di affrontare la quotidianità. E se scelgo di ascoltare davvero, posso scoprire che ciò che inizialmente percepivo come distanza può trasformarsi in curiosità, conoscenza e arricchimento.
L’inclusione, quindi, non riguarda soltanto chi rischia di essere lasciato fuori. Riguarda tutti noi. Perché ogni volta che impariamo a guardare una persona oltre la sua etichetta, diventiamo un po’ più capaci di vedere l’essere umano che abbiamo davanti. Ogni volta che sostituiamo il giudizio con la curiosità, apriamo una possibilità. Ogni volta che scegliamo l’incontro invece della distanza, costruiamo un piccolo pezzo di quella società nella quale vorremmo vivere.

Il coraggio di incontrarsi
Forse, alla fine, inclusione, crescita personale e risata hanno più cose in comune di quanto potremmo pensare. Tutte e tre ci invitano ad uscire, almeno per un momento, da una visione rigida di noi stessi e degli altri. Ci ricordano che possiamo cambiare il nostro modo di guardarci, che possiamo mettere in discussione alcune convinzioni che ci hanno accompagnato per anni, che possiamo imparare a riconoscere le nostre risorse e che non siamo definiti soltanto dalle difficoltà che abbiamo attraversato.
Possiamo scegliere di non vivere più la nostra diversità come una condanna. Possiamo imparare ad accogliere le nostre fragilità senza permettere che siano loro a raccontare tutta la nostra storia. Possiamo scoprire risorse che non sapevamo di avere e possiamo continuare a crescere senza dover rinunciare a ciò che ci rende unici.
E possiamo farlo insieme agli altri. Perché nessuno dovrebbe essere costretto a diventare qualcun altro per sentirsi parte del mondo. Ognuno di noi ha il diritto di trovare il proprio modo di stare nella vita, di crescere, di esprimersi e, perché no, anche di ridere.
La vera inclusione, forse, comincia proprio quando smettiamo di chiederci come rendere le persone più simili a noi e iniziamo a domandarci come possiamo creare spazi nei quali ciascuno possa essere pienamente se stesso.
E allora la risata diventa qualcosa di più di un semplice gesto. Può diventare un ponte, un’occasione di incontro, un modo per avvicinarci senza paura e un piccolo esercizio di libertà. Perché quando riusciamo a ridere insieme, non abbiamo necessariamente smesso di essere diversi. Abbiamo semplicemente scoperto che la nostra diversità non ci impedisce di condividere qualcosa.
E forse è proprio questo il senso più autentico dell’inclusione: non cancellare ciò che ci rende unici, ma creare un mondo nel quale le nostre unicità possano incontrarsi. Con consapevolezza, con rispetto, con coraggio e, qualche volta, anche con una bella risata.
Perché vivere felicemente non significa avere una vita senza difficoltà. Significa imparare, giorno dopo giorno, a stare nella propria vita con maggiore consapevolezza, autenticità, coraggio e connessione. E magari scoprire che, proprio quando smettiamo di sentirci soli nelle nostre differenze, possiamo finalmente iniziare a ridere insieme.

*Life Happiness & Inclusion Coach, Teacher Ambassador Yoga della Risata. Autrice del libro “Vivere felicemente la disabilità”.

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Personale docente – Supplenze a.s. 2026/2027 – Rettifiche I Bollettino

Ultime da A.T.P. Catanzaro - 7 Settembre 2026 - 4:56pm

Decreto Rettifica I Bollettino Prot n.9294.07-09-2026 Rettifiche Bollettino 1 Allegati Decreto Rettifica I Bollettino Prot n.9294.07-09-2026 (294 KB)Rettifiche Bollettino 1 (41 KB)

Gli incontri della Federazione FISH con le forze politiche

Superando - 7 Settembre 2026 - 4:30pm

«L’auspicio è che le forze politiche sappiano farsi carico delle istanze fondamentali del mondo associativo e delle singole famiglie. L’obiettivo è costruire un welfare che superi la logica puramente assistenziale, per riconoscere e valorizzare la persona in ogni àmbito della sua vita»: lo dicono dalla Federazione FISH, a margine di un incontro avuto da una propria delegazione con il presidente del Movimento 5 Stelle Conte, insieme a una rappresentanza di deputati e senatori del Movimento stesso, a precedere gli incontri con altre forze politiche

«È stato un incontro importante e concreto durante il quale abbiamo portato sul tavolo una serie di temi che impattano direttamente sulla vita quotidiana delle persone con disabilità e delle loro famiglie. L’auspicio è che il Movimento 5 Stelle, così come le altre forze politiche che incontreremo da oggi in poi, sappia farsi carico delle istanze fondamentali del mondo associativo e delle singole famiglie. L’obiettivo è costruire un welfare che superi la logica puramente assistenziale, per riconoscere e valorizzare la persona in ogni àmbito della sua vita»: lo dichiara Vincenzo Falabella, presidente della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), a margine di un incontro avuto da una delegazione della Federazione con il presidente del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, insieme a una rappresentanza di deputati e senatori del Movimento stesso, a precedere, come sottolineato da Falabella, gli incontri con altre forze politiche.

«La nostra delegazione – si legge in una nota della Federazione – ha formulato per l’occasione alcune proposte e sollecitato precisi impegni politici e istituzionali, a partire dalla necessità di attuare la Legge Delega 227/21 in materia di disabilità e il Decreto Legislativo 62/24, attuativo di essa, con particolare riferimento alla piena realizzazione del progetto di vita individuale, personalizzato e partecipato. In tal senso abbiamo ribadito la necessità di garantire risorse adeguate, uniformità nell’applicazione della riforma su tutto il territorio nazionale e il coinvolgimento diretto della persona con disabilità nella definizione dei sostegni necessari a realizzare desideri, aspettative e scelte di vita».
«Abbiamo quindi richiamato l’urgenza – prosegue la nota della FISH – di approvare una Legge Nazionale sui caregiver familiari che assicuri risorse adeguate, tutele concrete, riconoscimento previdenziale, diritto al riposo, sostegno psicologico e strumenti efficaci per conciliare il lavoro con le responsabilità di cura. E ancora, grande attenzione è stata riservata anche al diritto al lavoro delle persone con disabilità, evidenziando la necessità di una riforma organica della Legge 68/99, affinché venga superata una logica meramente numerica e siano garantiti percorsi efficaci di inserimento lavorativo, valorizzazione delle competenze, continuità occupazionale e piena applicazione dell’accomodamento ragionevole nei luoghi di lavoro».
«Abbiamo infine proposto l’istituzione di un Ministero per la Disabilità con portafoglio – conclude la nota -, dotato cioè di competenze effettive, risorse proprie e capacità di coordinamento delle politiche pubbliche. Una scelta, questa, ritenuta indispensabile per superare la frammentazione degli interventi e assicurare una governance stabile e autorevole». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@fishets.it.

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Su quel biglietto un dato che non deve esserci e scritto con una parola che non si usa più

Superando - 7 Settembre 2026 - 1:50pm

«Gratuito invalidi», «Ridotto disabili», «Portatore di handicap», talvolta anche con la percentuale di invalidità o con il richiamo alla Legge 104: tutte formule ricorrenti sui biglietti di musei, aree archeologiche, mostre, impianti sportivi, e su titoli di viaggio e abbonamenti agevolati del trasporto pubblico. Contengono un dato che non dovrebbe essere pubblico e per giunta con parole superate dalla normativa più recente. Per questo la Federazione FAIS ha prodotto una segnalazione e una serie di richieste al Garante per la Protezione dei Dati Personali Il biglietto da cui ha preso spunto l’iniziativa dell Federazione FAIS nei confronti del Garante per la Protezione dei Dati Personali

Il 29 agosto scorso, alle 8.30 del mattino, dalla biglietteria del Parco Archeologico della Neapolis di Siracusa esce un biglietto da zero euro, qui a fianco riprodotto. Data, orario, settore, codice a barre. E poi, stampato sul fronte, in un corpo tipografico che si legge senza sforzo: «Gratuito Portatori Handicap». Non è un timbro aggiunto a mano, non è la distrazione di un operatore. È la causale tariffaria che il sistema di biglietteria scrive da sé, ogni volta, su ogni titolo di quella categoria.
Il 1° settembre la nostra Federazione [FAIS-Federazione Associazioni Incontinenti e Stomizzati, N.d.R.] ha depositato su quel biglietto una segnalazione al Garante per la Protezione dei Dati Personali.
Il punto non è la gratuità, che è un diritto e una conquista. Il punto è che un biglietto d’ingresso, per come funziona, va portato con sé, esibito ai varchi, conservato per tutta la visita, a volte mostrato di nuovo all’uscita. Può finire in mano a un accompagnatore, restare sul tavolino di un bar, cadere per terra. Chiunque lo veda impara una cosa che nessuno gli ha chiesto di sapere: che la persona che lo tiene in mano ha una disabilità.
La condizione di disabilità o di invalidità, infatti, è, per il Regolamento Europeo sulla Protezione dei Dati, un dato relativo alla salute. Sta cioè nella categoria più protetta che esista: quella per cui la legge chiede cautele rafforzate, non ordinarie.

C’è un principio, in quello stesso Regolamento, che si chiama minimizzazione: si trattano cioè i dati necessari allo scopo, non uno di più. Qual è lo scopo, qui? Applicare la tariffa giusta e verificare che chi entra gratis ne abbia diritto. Quella verifica avviene allo sportello, al momento del rilascio, quando la persona esibisce il proprio titolo di legittimazione. Da lì in poi, sul cartoncino, basterebbe scrivere «Ingresso gratuito». Oppure «Titolo esente». Oppure «Gratuità, categoria avente diritto». Oppure un semplice codice interno. Il biglietto funzionerebbe esattamente come prima. I tornelli si aprirebbero allo stesso modo e la contabilità del Parco resterebbe intatta.
Scrivere il motivo sanitario della gratuità, insomma, non serve a nulla dal punto di vista operativo. Ed è proprio questo che lo rende un trattamento di dati non necessario.

Nella nostra segnalazione al Garante insistiamo su un passaggio che cambia la natura del problema: la dicitura è precompilata nel modello di stampa. Nessuno la digita, nessuno la sceglie. Si riproduce da sola. Il Regolamento Europeo, all’articolo 25, chiede che i sistemi siano progettati fin dall’inizio in modo da proteggere i dati, e che le impostazioni predefinite siano le più tutelanti possibili. Qui accade il contrario: l’impostazione di fabbrica espone un dato sanitario dove una formula neutra, a costo tecnico nullo, avrebbe fatto lo stesso lavoro.

C’è poi la parola in sé. «Portatori handicap» è un’espressione che l’ordinamento italiano ha superato: il Decreto Legislativo 62/24, attuativo della Legge Delega 227/21 in materia di disabilità, ha disposto l’adeguamento terminologico in favore di «persona con disabilità», in coerenza con la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, ratificata dall’Italia nel 2009 con la Legge 18/09. Non è materia di competenza del Garante, e la nostra segnalazione lo dice apertamente. Ma concorre a definire il tono complessivo della cosa: un dato che non doveva esserci, scritto con una parola che non si usa più.
Chiunque abbia diritto a un’agevolazione lo sa già: «gratuito invalidi», «ridotto disabili», «portatore di handicap», talvolta con la percentuale di invalidità accanto o il richiamo alla Legge 104. Sono tutte formule che ricorrono su biglietti di musei, aree archeologiche, mostre, impianti sportivi, e su titoli di viaggio e abbonamenti agevolati del trasporto pubblico. Sono tutte impostazioni predefinite di sistemi di biglietteria, e quei sistemi sono pochi: un numero ristretto di operatori nazionali serve contemporaneamente centinaia di enti.
Da qui la nostra scelta di non fermarsi al singolo caso: intervenire su un ente risolve un biglietto e ne lascia irrisolti migliaia. Correggere il modello di stampa a monte produrrebbe un effetto immediato e diffuso, su tutto il Paese, in una sola mossa.

Al Garante per la Protezione dei Dati Personali abbiamo chiesto quindi di:
° accertare chi sia il titolare del trattamento (il Parco Archeologico e l’Amministrazione Regionale competente) e chi l’eventuale responsabile (l’operatore di biglietteria);
° ordinare la correzione del modello di stampa, sostituendo la dicitura con una causale neutra priva di qualsiasi riferimento alla condizione di salute;
° valutare un intervento di portata generale (indicazioni, raccomandazioni o linee guida), rivolto agli enti culturali, alle amministrazioni e agli operatori di biglietteria, perché le causali tariffarie riferite alla disabilità non finiscano in chiaro sui titoli destinati al pubblico;
° comunicare l’esito alla nostra Federazione, che si è dichiarata disponibile a collaborare alla definizione di formule alternative.

La correzione richiesta non costa niente. È la modifica di una stringa di testo in un modello di stampa: un pomeriggio di lavoro per un tecnico, replicato poi su tutti gli enti serviti dallo stesso circuito. Dall’altra parte c’è una persona che entra in un parco archeologico con in tasca un foglietto che annuncia la sua condizione di salute a chiunque passi. Tra le due cose, la sproporzione è evidente.

*Presidente della FAIS (Federazione Associazioni Incontinenti e Stomizzati), aderente alla FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie).

La FAIS segnala di avere avviato una raccolta di casi documentati riguardanti biglietti di musei, mostre, impianti sportivi o trasporto pubblico, con le caratteristiche denunciate nel presente contributo, il tutto per fornire all’Autorità la misura reale del fenomeno. Si possono segnalare (fotografandoli) a info@faisitalia.it.

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L’ombra dell’abilismo dietro la tragedia di Pietralata

Superando - 7 Settembre 2026 - 1:12pm

«Piano piano – scrive Maurizio Cocchi, prendendo spunto dalla recente tragedia familiare di Pietralata a Roma -, si deve accettare la disabilità e fare i conti con quello che sei e organizzarti di conseguenza, superare le cure riabilitative, relegandole ad un ruolo di mantenimento, e attivando tutte quelle azioni che ti abilitano alla vita, comprese le cure per le malattie ordinarie che colpiscono tutti e che nelle persone con disabilità vengono talora trascurate» Maurizio Cocchi in fase “normalizzante”

Molto è già stato detto sulla tragedia di Pietralata a Roma e di quell’intera famiglia sterminata, dall’angoscia e dal dolore.
Conosciamo tutti come i servizi sanitari, ma anche quelli sociali, sappiano soprattutto comunicare alle famiglie quello che non va, le mancanze, quello che il figlio, in questo caso la figlia, non potrà mai fare. Gli unici atteggiamenti consolatori riguardano la speranza in un futuro nebuloso e lontano sui progressi della scienza e in un richiamo, maldestro e ancor meno convincente, alla provvidenza, giusto così, perché non si sa mai.
Nessuna indicazione alle famiglie su come ascoltare, vedere e sentire le capacità residue, creare possibili relazioni con il piccolo disabile e come queste possono interfacciarsi con il mondo. Nessuno che indaghi il miracolo di questa diversità con rispetto, coltivando il desiderio di incontrare questa sua alterità, interagendo con una diversità che non ci è del tutto estranea e che nessuno sa come può evolvere nel tempo.
In realtà, la disabilità grave dovrebbe interrogarci per capire istinti ed esigenze profonde della persona, invece quello che cerchiamo di fare è tentare di normalizzarla, inseguendo un mito di standardizzazione fisica e intellettiva che, per altro, non ha riscontro nella realtà, se non per alcuni aspetti.

Detto questo, forse è arrivato il momento in cui è necessario affrontare “un argomento tabù”. Nei casi di famiglie con persone in situazione di disabilità grave, una volta in cui i servizi abbiano tentato ogni possibile intervento, sussidi, colloqui psicologici, rassicurazioni di ogni tipo, assistenza domiciliare, centro diurno e ogni possibile aiuto, non sarebbe opportuno ipotizzare per il bambino con disabilità una vita al di fuori dal nucleo familiare originario, qualora si verificasse l’impossibilità di continuare una convivenza ingestibile per la famiglia?
Chiunque di noi sia stato disabile fin da bambino, ha visto il dolore dei propri genitori, della madre, nel vedere la tua condizione, non tanto per le loro fatiche, ma per la tua vita incerta fino al limite dell’impossibile. «Come potrà difendersi questo bimbo, se non impara a camminare?», dicevano i miei nella loro preoccupazione. Sì, perché a quei tempi la vita non era da godere, ma un qualcosa da cui difendersi dalle sue asprezze ed insidie.
Quindi, come non capire l’ansia di tutte le famiglie di portare fuori dalla disabilità il proprio figlio, o figlia? Come biasimare quei genitori che commettono i più grossolani errori nel tentativo di portare alla normalità questi “figli di un Dio minore”, cadendo nelle trappole più ignobili dei “trafficanti del dolore”, sacrificando somme di denaro, indebitandosi fino al collo, rinunciando al lavoro, alla vita privata e financo alla propria salute fisica e psicologica?
Ed è proprio in forza di questo rispetto e comprensione umana, che con i miei 74 anni mi permetto di mettere in guardia queste famiglie. Prima di tutto non esistono i miracoli e se mai ci fossero sarebbero gratis, nessuno degli dèi conosciuti ha bisogno di moneta sonante! Le cure sperimentali, quelle vere, sono documentate e su quelle che possono funzionare la comunità scientifica sospende il giudizio. Non crediate che stroncature fatte da esperti di più Paesi possano essere, tutte quante, frutto di invidia professionale o di biechi interessi economici. Non lasciate che sia il cuore a farvi prendere le decisioni e mantenete ben saldo il raziocinio. Parlate di questa vostra scelta che pensate di fare con più persone possibili, esperti ma anche amici e parenti, perché parlare con gli altri ci aiuta a riflettere.

Maurizio Cocchi in fase “abilitante”

Sarebbe anche il caso di aderire e frequentare una delle tante Associazioni di persone con disabilità e dei loro familiari. Ve ne sono di ogni tipo e sicuramente c’è anche quella che riguarda la disabilità di vostro figlio o figlia. Confrontarsi con altri che hanno la nostra stessa problematica è fondamentale, un genitore o meglio ancora un gruppo di genitori che ha i nostri stessi problemi infonde più fiducia e sicurezza di un tecnico che non ha la nostra esperienza diretta.
A questo proposito, le Associazioni dovrebbero organizzarsi di conseguenza, perché non basta dare battaglia alle Istituzioni, occorre anche preparare i “soldati”: e in tal senso le famiglie associate sono la miglior testa di ponte. Frequentando, seppure in maniera non sistematica, le Associazioni, vedo molti genitori anziani, poche o nessuna coppia giovane.
Naturalmente, non so se le famiglie protagoniste delle varie tragedie fossero iscritte e partecipassero alla vita associativa di qualche organizzazione, ma di sicuro il contatto con realtà familiari che hanno le stesse problematiche giova al morale e favorisce lo scambio di esperienze anche tecniche e sanitarie.
Se, in ogni caso, dovete sostenere delle spese, datevi un budget, ponetevi un limite, oltre il quale non andate. Andare in rovina non aiuta né voi, né il figlio con disabilità, e poi ci sarebbe da parlare anche degli altri eventuali figli.

Al di là di tutto, le cure non potranno impedire per troppo tempo la normale vita di bambino, l’inserimento scolastico, i giochi, i rapporti con altri bambini e con altri parenti: gli interventi sanitari non dovranno essere motivo di isolamento per lui e la famiglia.
Le cure potranno durare anche tutta la vita, ma non dovranno impedire la normale vita di relazione, che sarà condotta in parallelo alle cure. Allo stesso tempo, si dovrà fare un’attenta e serena valutazione dei possibili benefìci degli interventi sanitari e gli effettivi risultati che si possono ottenere.
Arriva un momento in cui le cure riabilitative diventano una pura routine, senza risultati apprezzabili, mentre impediscono o semplicemente rallentano l’attività lavorativa e la vita di relazione. Piano piano, si deve accettare la disabilità e fare i conti con quello che sei e organizzarti di conseguenza, superare le cure riabilitative, relegandole ad un ruolo di mantenimento, e attivando tutte quelle azioni che ti abilitano alla vita, comprese le cure per le malattie ordinarie che colpiscono tutti e che nelle persone con disabilità vengono talora trascurate.
Non è difficile trovare nei centri riabilitativi persone che nella vita hanno deciso di “fare il disabile” come fosse un mestiere e migrano da un centro all’altro con l’unico scopo di raddrizzare un piede o allungare le dita di una mano. Io lo sconsiglio, non è un bel mestiere!

*Socio dell’AIAS di Bologna, attivista nel mondo della disabilità. Le due immagini qui pubblicate sono state messe a disposizione (insieme alla scelta della didascalia) dallo stesso Maurizio Cocchi.

Sulla medesima vicenda di cui si parla nel presente contributo, segnaliamo anche, sempre sulle nostre pagine, i testi: Questa tragedia deve diventare una responsabilità politica e istituzionale (a questo link); L’emergenza sociale dei caregiver di CFU (Caregiver Familiari Uniti) (a questo link); La disabilità di una bambina non può essere raccontata come la causa di una tragedia di Collegio dell’Autorità Garante Nazionale per i Diritti delle Persone con Disabilità (a questo link); Pietralata, la responsabilità di non semplificare di Filippo Visentin (a questo link); La tragedia di Pietralata: intervenire prima che la solitudine diventi disperazione di Vincenzo Falabella (a questo link); Che cosa dobbiamo cambiare perché una famiglia non debba più sentirsi sola davanti alla disabilità? di Gianfranco Vitale (a questo link); Non possiamo accettare che il progetto di vita arrivi dopo la tragedia di Raffaele Goretti (a questo link).

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Cittadinanza come possibilità concreta di partecipare: il nuovo Festival delle Abilità

Superando - 7 Settembre 2026 - 12:40pm

Si terrà dal 12 al 20 settembre la nuova edizione del Festival delle Abilità di Milano, la bella manifestazione di cui Superando sin dagli esordi ha il piacere e l’onore di essere media partner. Tema conduttore scelto per quest’anno sarà “Cittadinanza – Diversità che fa comunità”, «per declinare il concetto di cittadinanza – come viene sottolineato – non come semplice appartenenza, ma come possibilità concreta per ogni persona di partecipare alla vita sociale e collettiva, abbattendo barriere culturali e architettoniche»

Mancano pochi giorni alla nuova edizione del Festival delle Abilità di Milano, la bella manifestazione di cui Superando sin dagli esordi ha il piacere e l’onore di essere media partner. L’appuntamento, infatti, per l’evento promosso dalla Fondazione Mantovani Castorina è dal 12 al 20 settembre, sul tema conduttore scelto per quest’anno, che sarà Cittadinanza – Diversità che fa comunità, partendo con un’anteprima diffusa il 12 settembre ad Assago (Centro Commerciale Milanofiori), per arrivare poi al cuore del Festival nella tradizionale sede della Biblioteca e del Parco Chiesa Rossa.
Prima di tutto, però, la conferenza stampa di presentazione ufficiale, domani, 8 settembre, presso il Comune di Milano (Sala Brigida di Palazzo Marino, ore 12), con gli interventi di Lamberto Bertolé, assessore al Welfare e alla Salute del Comune di Milano, Vlad Scolari, direttore artistico del Festival, Martina Gerosa, disability manager e responsabile per l’accessibilità dell’evento, il tutto con la moderazione del giornalista Simone Fanti, direttore della Fondazione Mantovani Castorina.

«Saranno nove giorni di incontri, spettacoli, musica, cinema, arte e laboratori – spiegano i promotori – per declinare il concetto di cittadinanza non come semplice appartenenza, ma come possibilità concreta per ogni persona di partecipare alla vita sociale e collettiva, abbattendo barriere culturali e architettoniche».
Ma quali saranno, chiediamo, i principali punti di forza e anche le novità dell’edizione di quest’anno? «Innanzitutto – ci dicono – l’anteprima diffusa del 12 settembre ad Assago, un intero pomeriggio al Centro Commerciale Milanofiori dedicato alla sensibilizzazione. Tra gli eventi in programma il percorso esperienziale MiMuovo in Milanofiori, a cura di Milano Positiva, sulle barriere ambientali, la danza contemporanea di Red Fryk Hey, il flash mob integrato di Ugualmente Artisti e un focus sui cani d’assistenza e sulla decompressione sensoriale per le neurodivergenze».
Con particolare piacere, segnaliamo poi, nell’àmbito dello spazio del 13 settembre denominato Cinema e innovatori, la proiezione del docufilm Un sorriso – I percorsi di Antonio Giuseppe Malafarina, dedicato a colui che fu anche il caro e compianto direttore responsabile di Superando e di cui abbiamo già ampiamente riferito in altra parte del giornale. Seguirà un dibattito con personalità di spicco del mondo del giornalismo e della disabilità.
Per quanto poi riguarda le mostre alla Biblioteca della Chiesa Rossa (14-18 settembre), vanno segnalate quella sulla Cultura Sorda Emotional Perspective Through The Eyes di Daniele Le Rose, con il supporto della Fondazione Pio Istituto dei Sordi, Sognando Atlantide di Solo Renato e Ver.Bene, PIU(-)ME di Werther Gasperini e laboratori artistici come OperaCondivisa con l’Accademia di Brera.
E ancora, nel pomeriggio del 18 settembre (ore 17.30), la tavola rotonda Accessibilità: la chiave della partecipazione, in collaborazione con il Municipio 5 di Milano, per fare il punto sull’accessibilità dei luoghi di cultura.
Nel fine settimana del 19-20 settembre, infine, il Festival proseguirà nel Parco Chiesa Rossa con spettacoli, performance, musica, attività artistiche e occasioni di incontro, fino al gran finale all’aperto con il concerto dei Doolia (sabato 19) e il talk live Criptonite (domenica 20), “podcast disarmante” di CBM Italia con Marina Cuollo e Jacopo Cirillo.

«Quest’anno – segnalano in conclusione gli organizzatori – l’arte si farà anche cittadinanza attiva con il restauro conservativo di due murales storici del Parco Chiesa Rossa, ossia Il muro liberato di Piger (ispirato alla poesia di Antonio Giuseppe Malafarina) e L’arte di sentire con il cuore la terra di Ratzo e Tizio. L’intervento, sostenuto dal Municipio 5, punta a rigenerare lo spazio urbano e a restituire alla comunità un patrimonio visivo comune».

Ultima doverosa annotazione, il Festival delle Abilità 2026 è realizzato con il patrocinio del Comune di Milano, del Consiglio Regionale della Lombardia, della Fondazione Cariplo e della Fondazione Pio Istituto dei Sordi di Milano, oltreché con il contributo del Municipio 5 di Milano e la sponsorizzazione del Centro Commerciale Milanofiori. (S.B.)

A questo link è disponibile il programma completo del Festival. Per ogni altra informazione: festivaldelleabilita@gmail.com (Roberta Curia).

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Decreto annullamento nomina/cambio provincia AM56

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Esecuzione ordinanza n. 7625 del 28.8.2026 – R.G. n. 1878/2026 emessa dal Tribunale di Crotone – Sezione Civile – Settore Lavoro e Previdenza Sociale – PERRI Antonia c/M.I.M.

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