Centri Territoriali di Supporto B.E.S. - Calabria
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I valori educativi e le opportunità che diffonderanno i Giochi Paralimpici di Milano-Cortina

Superando - 15 Gennaio 2026 - 12:48pm

A poco meno di 50 giorni dall’apertura dei Giochi Paralimpici di Milano-Cortina (6-15 marzo), è in programma per domani, 16 gennaio, a Milano, l’incontro “Milano-Cortina 2026, lo Sport che educa, l’accessibilità oltre i Giochi Paralimpici”, organizzato dalla senatrice Giusy Versace, con l’obiettivo di delineare i valori educativi e le opportunità che i Giochi Paralimpici lasceranno in eredità a Milano e al suo territorio

A poco meno di 50 giorni dall’apertura dei Giochi Paralimpici di Milano-Cortina (6-15 marzo), è in programma nella mattinata di domani, 16 gennaio, a Milano (Palazzo Pirelli), l’incontro Milano-Cortina 2026, lo Sport che educa, l’accessibilità oltre i Giochi Paralimpici, organizzato dalla senatrice Giusy Versace, con l’obiettivo di delineare i valori educativi e le opportunità che i Giochi Paralimpici lasceranno in eredità a Milano e al suo territorio.

Moderato dal giornalista Claudio Arrigoni, esperto di sport paralimpico, l’incontro verrà aperto dai saluti istituzionali di Attili Fontana, presidente della Regione Lombardia e da un intervento introduttivo della consigliera comunale di Milano Mariangela Padalino.
Parteciperanno quindi Nicola Corti, segretario generale della Fondazione Allianz UMANA MENTE e le massime autorità sportive del territorio, ossia la sottosegretaria con Delega allo Sport e ai Giovani della Regione Lombardia Federica Picchi, l’assessora allo Sport del Comune di Milano Martina Riva, il presidente del CONI Lombardia (Comitato Olimpico Nazionale Italiano) Marco Riva, il presidente del CIP Lombardia (Comitato Italiano Paralimpico) Pierangelo Santelli, il presidente del CSI Milano (Centro Sportivo Italiano) Massimo Achini e naturalmente la stessa Giusy Versace che aprirà e chiuderà i lavori.
È attesa anche la partecipazione di Diana Bianchedi, vicepresidente vicaria del CONI e Chief Strategy Planning & Legacy Officer della Fondazione Milano Cortina 2026, mentre sarà anche presente la plurimedagliata velocista paralimpica Martina Caironi. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: info@gmicomunicazione.it.

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Caregiver familiari: quella norma richiede risorse economiche ben diverse

Superando - 15 Gennaio 2026 - 12:19pm

«L’approvazione del Disegno di Legge sui caregiver familiari – scrivono dall’ANGSA – è un provvedimento atteso, che riconosce formalmente il ruolo cruciale svolto da coloro che si dedicano all’assistenza dei propri cari con disabilità gravi o non autosufficienza. E tuttavia, pur ponendo le basi per un riconoscimento normativo, vanno evidenziate fin da subito diverse criticità la più impellente e strutturale delle quali è senza dubbio la drammatica carenza di risorse economiche dedicate»

L’approvazione in Consiglio dei Ministri del recente Disegno di Legge sui caregiver familiari [se ne legga già anche sulle nostre pagine, N.d.R.] rappresenta indubbiamente un passo avanti e un elemento di chiarezza nella definizione della mappa dei diritti delle persone con disabilità e dei loro assistenti. Si tratta di un provvedimento atteso, che riconosce formalmente il ruolo cruciale svolto da coloro che si dedicano all’assistenza dei propri cari con disabilità gravi o non autosufficienza.
Tuttavia, l’entusiasmo per questo traguardo è mitigato da profonde riserve. La riforma, infatti, pur ponendo le basi per un riconoscimento normativo, sembra partire con il “freno tirato”, evidenziando fin da subito diverse criticità.
La più impellente e strutturale è senza dubbio la drammatica carenza di risorse economiche dedicate. Come già sottolineato in sede di confronto tecnico con i rappresentanti ministeriali, vi è il serio rischio che il testo legislativo, pur lodevole nelle intenzioni, si riduca de facto a una mera “dichiarazione di principio”. Se non adeguatamente finanziata, la legge non potrà tradursi in misure concrete ed esigibili, lasciando irrisolti i problemi quotidiani delle famiglie coinvolte.
Per fare in modo, dunque, che questa Legge non resti lettera morta ma diventi realmente efficace e capace di incidere sulla vita delle persone, è necessario un impegno ben più gravoso.
L’obiettivo primario dev’essere quello di assicurare che la norma produca un cambiamento tangibile e significativo per le famiglie. Coloro che assistono i propri figli con disabilità, spesso rinunciando al lavoro e sobbarcandosi un carico assistenziale ed emotivo enorme, stanno di fatto supplendo a una funzione che, in una società civile, dovrebbe essere garantita e sostenuta dalla comunità e dalle istituzioni.
Il sacrificio di questi caregiver – che spesso vivono in uno stato di isolamento e di precarietà economica – è la prova lampante di un welfare statale ancora insufficiente. Riconoscere il loro ruolo senza fornire strumenti e supporti economici adeguati significa perpetuare una delega di responsabilità iniqua e insostenibile. La Legge deve rappresentare il punto di non ritorno, affermando in modo chiaro che il sistema non può più permettersi di ignorare o scaricare sulle singole famiglie l’onere dell’assistenza.
In ogni caso, un dato è certo: non si torna indietro. La nostra Associazione [ANGSA-Associazione Nazionale Genitori perSone con Autismo] ribadisce il proprio impegno e continuerà a esercitare la propria funzione propositiva e di vigilanza, partecipando attivamente al dibattito pubblico e istituzionale per tentare di migliorare la Legge nel corso del suo iter parlamentare.

*L’ANGSA è l’Associazione Nazionale Genitori di perSone con Autismo.

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“L’incantesimo dei fantasmi delle vite degli altri”: tra gli interpreti anche Elena Tomei

Superando - 15 Gennaio 2026 - 12:04pm

Vi sarà anche Elena Tomei, apprezzata attrice teatrale, giovane donna con disturbo dello spettro autistico, tra gli interpreti dello spettacolo “L’incantesimo dei fantasmi delle vite degli altri”, viaggio alla ricerca della propria identità, tra tanti generi diversi, che andrà in scena il 16, 17 e 18 gennaio a Roma

Vi sarà anche Elena Tomei, apprezzata attrice teatrale, giovane donna con disturbo dello spettro autistico di cui è un piacere seguire le varie performance, tra gli interpreti dello spettacolo L’incantesimo dei fantasmi delle vite degli altri, scritto e diretto da Francesco Olivieri, che andrà in scena il 16, 17 e 18 gennaio (nei primi due giorni alle 21, la domenica alle 18) al Teatro Petrolini di Roma.
La rappresentazione viene presentata come «una ricerca della propria identità personale, attraverso un appassionante viaggio tra commedia, dramma, thriller, horror, noir e musical, fantasy e western metropolitano». (S.B.)

Per informazioni e prenotazioni, mandare un messaggio whatsapp a 389 2105044 o chiamare il numero 06 5757488. Per ulteriori approfondimenti: info@teatropetrolini.it.

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PERSONALE SCOLASTICA INTEGRAZIONE DIRITTO ALLO STUDIO- ANNO SOLARE 2026

Ultime da A.T.P. Catanzaro - 15 Gennaio 2026 - 10:44am

m_pi.AOOUSPCZ.REGISTRO UFFICIALE(U).0000372.15-01-2026 Allegati m_pi.AOOUSPCZ.REGISTRO UFFICIALE(U).0000372.15-01-2026 (208 kB)

Attivazione percorsi formativi regionali sull’Intelligenza Artificiale – Équipe Formativa Territoriale Calabria – Piattaforma Scuola Futura – Poli Équipe

Ultime da USR Calabria - 15 Gennaio 2026 - 10:32am

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Posti di sostegno in deroga a.s. 2025/2026

Ultime da USR Calabria - 15 Gennaio 2026 - 10:07am

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Famiglie SMA in cerca di EMOZIONI

Superando - 14 Gennaio 2026 - 7:03pm

Verrà presentato il 17 gennaio a Milano, presso il Centro Clinico NeMO-Fondazione Serena,il libro “Famiglie SMA in cerca di EMOZIONI”, scritto con il puntatore oculare da giovani donne e uomini con la forma più severa di atrofia muscolare spinale, la SMA1

Verrà presentato nel pomeriggio del 17 gennaio a Milano, presso il Centro Clinico NeMO (NeuroMuscular Omnicentre, in Piazza dell’Ospedale Maggiore, 3, Sala Riunioni, Padiglione 7/A, secondo piano, ore 16-17), il libro Famiglie SMA in cerca di EMOZIONI, scritto con il puntatore oculare da giovani donne e uomini con la forma più severa di atrofia muscolare spinale, la SMA1.
«Si tratta di un progetto – spiegano dall’Associazione Famiglie SMA, promotrice della presentazione insieme al Centro NeMO-Fondazione Serena di Milano – che nasce dall’amore per le storie e parla di emozioni, avventure e sfide. Temi particolarmente importanti perché a “parlarne” sono ragazzi e ragazze affetti da una forma di invalidità che limita pesantemente la loro parte fisica. Nessun altro progetto, infatti, ha mai provato a coinvolgere sul filo della creatività professionale persone affette da SMA 1, riconducendo tali sforzi a una pubblicazione inclusiva».

All’incontro del 17 gennaio parteciperanno Giulia Menni e Denisa Lushaj, tra gli autori del libro e per Famiglie SMA interverranno Jacopo Casiraghi, psicologo/psicoterapeuta e project manager del progetto; Elena Peduzzi, autrice di libri per ragazzi; Simona Spinoglio, psicologa/psicoterapeuta. (S.B.)

L’incontro potrà anche essere seguito da remoto tramite streaming. Per ogni informazione: info@gdgpress.com (Michela Rossetti).

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Quando la musica diventa respiro: la storia di Carolina Boncoddo

Superando - 14 Gennaio 2026 - 6:36pm

Quello di Carolina Boncoddo non è soltanto il racconto di una grave malattia infiammatoria autoimmune affrontata e, in parte, domata. È soprattutto la storia di un legame profondo con la musica, capace di trasformarsi, nel momento più buio, in appiglio, linguaggio, possibilità di rinascita. La musica, che anche nei momenti più bui è rimasta il suo respiro Carolina Boncoddo

La storia di Carolina Boncoddo non è soltanto il racconto di una malattia affrontata e, in parte, domata. È soprattutto la storia di un legame profondo con la musica, capace di trasformarsi, nel momento più buio, in appiglio, linguaggio, possibilità di rinascita.

Carolina ha quarant’anni ed è una musicista. Oggi insegna musica, lavora con bambini e adulti, si sposta, seppure a fatica, tra scuole e lezioni a domicilio. Della musica ha fatto il suo lavoro. Nulla di tutto questo però era scontato. Dieci anni fa la sua vita è stata improvvisamente attraversata da una grave malattia infiammatoria autoimmune, molto dolorosa e invalidante che l’ha colpita in modo rapido e devastante, compromettendo il movimento, la forza e l’autonomia.
All’inizio, mi racconta, il dolore era subdolo: un braccio, una spalla, un risveglio notturno segnato da fitte dapprima lievi e poi sempre più intense.  La malattia intanto “camminava”, come dice lei, dal braccio alla gamba, dai piedi alle mani. Nel giro di pochi mesi la situazione è precipitata. Le articolazioni hanno iniziato a cedere una dopo l’altra, il corpo non rispondeva più. In breve tempo Carolina si è trovata a passare da un medico all’altro, da un ospedale all’altro, fino alla diagnosi definitiva e impietosa. Poi, la carrozzina.
«Ci sono stati mesi – racconta – in cui anche il semplice contatto dei vestiti sulla pelle mi era insopportabile, mi faceva piangere di dolore. Muovermi, lavarmi, andare in bagno, compiere gesti minimi era diventato pressoché impossibile». Insieme al corpo, è sembrata cedere anche l’idea di futuro.

Ed è proprio qui che la musica è tornata a farle visita, con tutto il suo potere salvifico: non come esercizio o disciplina, ma come autentica forza vitale. In quel periodo è stata l’unica cosa capace di farla reagire. Non un progetto, non una carriera: una necessità, un modo per restare aggrappata a se stessa e alla vita, quando tutto il resto sembrava crollare.
Carolina aveva studiato pianoforte al conservatorio, aveva una formazione solida alle spalle. Ma il corpo non rispondeva più: le mani non riuscivano a fare ciò che la mente comandava. L’incontro con la musicoterapia, disciplina che porta avanti tuttora, diviene per lei ricerca, riflessione, possibilità di cura interiore.
Un momento particolarmente significativo, che Carolina ricorda ancora con grande emozione, arriva dopo la sua uscita dall’ospedale. Il 12 gennaio 2020, il Conservatorio Pollini di Padova, per iniziativa del suo direttore e di Marilina – che Carolina definisce “un vero angelo”, definizione condivisa anche da chi scrive – organizza un concerto per raccogliere fondi destinati alle sue cure, molto costose. Carolina è da poco rientrata a casa, ancora in carrozzina. Quell’evento diventa però molto più di un semplice appuntamento musicale: si trasforma in una vera e propria gara di solidarietà, alla quale la cittadinanza risponde con una grande partecipazione.
«Ricordo benissimo come mi sono sentita – racconta -. Ho visto persone che conoscevo da anni, altre che stavano anche peggio di me, alcune che oggi non ci sono più. Quella sera c’era un’energia incredibile. Ancora oggi, quando ci penso mi commuovo».

Il percorso è stato lento, faticoso, ma soprattutto doloroso. La fisioterapia, i tentativi di terapia farmacologica, la paura costante di non farcela. Reimparare a camminare, letteralmente: sapere nella testa come si fa un passo, ma non riuscire a coordinare il corpo. Sentirsi dire un giorno «non possiamo fare più di così» ha rappresentato uno dei momenti più duri.
Eppure Carolina non ha mai smesso di cercare un varco. Ha cambiato strumento, avvicinandosi al flauto. Ha accettato l’idea di dover ricominciare come una bambina, con un corpo che non era più quello di prima, quello che lei conosceva e sentiva “suo”, con una testa che correva più veloce delle possibilità fisiche. Anni di esercizi per riallineare mente e corpo, per ricostruire un dialogo interrotto.
Oggi Carolina riesce a camminare. Sorride. A chi la guarda da fuori può sembrare “guarita”. Ma lei è molto chiara: la malattia non è scomparsa. È una presenza con cui convivere ogni giorno. Il dolore c’è, anche se non si vede. Ed è proprio questo uno dei punti che più l’ha fatta riflettere sul significato di disabilità.
L’esperienza della carrozzina le ha aperto gli occhi anche sulle barriere, fisiche e culturali: gradini, marciapiedi dissestati, rampe inesistenti, sguardi pietosi o impauriti. Ostacoli che diventano invalicabili.
La musica, in tutto questo, è rimasta il suo respiro. Non solo suonare, ma anche ascoltare, scrivere, insegnare. Dare voce a ciò che non riusciva a dire a parole. Rifiutare la retorica della malattia che rende migliori. Il dolore resta dolore. Ma dall’esperienza della sofferenza Carolina ha saputo costruire un ponte di consapevolezza più profonda: sapere cosa significa davvero sentire l’altro, perché lo si è sentito prima dentro di sé.
La musica per lei non è stata una cura miracolosa. È stata una compagna fedele. Un modo per restare viva quando tutto sembrava fermarsi. E oggi continua a esserlo: nel lavoro, nelle relazioni, nella capacità di guardare alla disabilità non come etichetta, ma come parte di una complessità umana che chiede ascolto, rispetto, spazio, cura.
Una storia che parla di resilienza, sì. Ma soprattutto di trasformazione. E di come, a volte, la musica possa diventare esattamente questo: un modo per tornare a respirare.

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Ancora sulla specializzazione per il sostegno di alunni e alunne con disabilità

Superando - 14 Gennaio 2026 - 6:03pm

I nuovi percorsi di specializzazione per il sostegno degli alunni e delle alunne con disabilità affidati all’INDIRE (Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa) sono al centro dello scambio di opinioni cui diamo spazio qui di seguito, tra Daniela Nicolò, portavoce della Community “Uniti per INDIRE” e Salvatore Nocera, esperto “storico” di inclusione scolastica

A seguito della pubblicazione sulle nostre pagine del contributo di riflessione a firma di Salvatore Nocera, dal titolo Specializzazione sul sostegno (e altro): quando la Cultura viene soppiantata dall’“empirismo fai da te”!, riceviamo e ben volentieri publichiamo un testo di Daniela Nicolò, portavoce della Community Uniti per INDIRE, seguito da una replica dello stesso Salvatore Nocera.

Negli ultimi giorni alcune voci si sono ancora levate contro i corsi per la specializzazione sul sostegno introdotti dal Ministero dell’Istruzione e del Merito, tacciando di «empirismo di basso profilo» i nuovi percorsi di specializzazione affidati all’INDIRE (Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa). Tuttavia, un’analisi meno ideologica e più vicina alla realtà evidenzia che tali critiche poggiano su pregiudizi infondati e su una visione della scuola ormai anacronistica.

1. La formazione INDIRE: un modello su misura per l’esperienza
L’accusa di “empirismo” rivolta ai percorsi per i docenti con tre anni di servizio ignora un principio pedagogico fondamentale: la formazione degli adulti (andragogia) deve basarsi sull’esperienza. Formare docenti che hanno già maturato almeno 36 mesi di servizio non significa offrire un percorso semplificato, ma un modello mirato ed efficace, capace di trasformare la pratica quotidiana in competenza scientifica strutturata. Gestito dall’INDIRE, o dalle Università, questo percorso non è un ripiego, ma una sistematizzazione del sapere professionale di alto livello.
2. Sincronia e partecipazione: la fine del mito delle “lezioni passive”
L’articolo di Salvatore Nocera, pubblicato nei giorni scorsi su queste stesse pagine [“Specializzazione sul sostegno (e altro): quando la Cultura viene soppiantata dall’“empirismo fai da te”!”, N.d.R.], commette un grave errore tecnico descrivendo i corsi come “percorsi asincroni”. La realtà racconta un’altra storia. Il modello INDIRE si fonda infatti su:
° Lezioni sincrone e webinar in diretta: momenti di confronto in tempo reale che garantiscono un dibattito costante tra pari.
° Laboratori partecipati: attività di progettazione cooperativa (Cooperative Learning) per risolvere casi clinici e pedagogici reali.
° Comunità di pratica: il supporto di tutor d’aula, insegnanti e docenti garantisce una partecipazione che spesso, nelle sovraffollate aule universitarie, risulta molto meno incisiva.
3. Il paradosso del disprezzo verso i formatori
È un controsenso logico difendere il valore della specializzazione con TFA ordinario [Tirocinio Formativo Attivo] e, contemporaneamente, sminuire i percorsi INDIRE. I tutor e i progettisti di questi corsi sono spesso docenti specializzati con TFA ordinario, ricercatori, pedagogisti e insegnanti con solide qualifiche! Attaccare la qualità di questi percorsi significa negare la competenza di quegli stessi professionisti che il citato Nocera dichiara di voler tutelare. La competenza non evapora se esercitata in un’aula virtuale o sotto l’egida di un ente pubblico di ricerca o delle stesse Università che offrono anche i percorsi con TFA ordinario!
4. Apertura al confronto: La forza di chi conosce la scuola
Sicuri dell’efficacia di un percorso già solido e rispondente alle esigenze dei docenti con esperienza, la nostra categoria si dimostra aperta al dialogo, non per spirito di sottomissione, ma per capacità di ascolto e lungimiranza. In quest’ottica di miglioramento continuo, si potrebbe ipotizzare di:
° Valorizzare il tirocinio indiretto: non per “imparare il mestiere” (che già si esercita con successo), ma come spazio di riflessione critica per documentare formalmente le altissime competenze maturate sul campo.
° Evoluzione continua nelle TIC (Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione): poiché le Tecnologie dell’Informazione sono in costante mutamento, i laboratori potrebbero essere ulteriormente potenziati per includere le ultimissime innovazioni nelle tecnologie assistive, confermando l’impegno dei docenti verso un aggiornamento che non finisce mai.

Conclusioni: non ignorare nuove opportunità offerte da nuovi strumenti
La cultura dell’inclusione “utile” non è quella che si barrica dietro titoli accademici esclusivi, ma quella che trova soluzioni concrete. I percorsi INDIRE lo sono! I docenti triennalisti non hanno mai chiesto sconti, ma il riconoscimento di un percorso formativo vivo, sincrono e partecipato. La riforma non soppianta la cultura con l’empirismo, ma finalmente integra la cultura nella realtà professionale, dando dignità a chi la scuola la fa con passione e competenza ogni giorno.
Daniela Nicolò – portavoce della Community Uniti per INDIRE

Diamo spazio qui di seguito alla replica di Salvatore Nocera, direttamente chiamato in causa.

Ringrazio la professoressa Nicolò per aver voluto rispondere alle mie osservazioni e mi scuso se risponderò con altrettanta sincerità.
1. La professoressa Nicolò insiste sul valore fondamentale “dell’esperienza”. Ritengo che l’esperienza di 36 mesi di attività di sostegno, senza una preventiva e contemporanea formazione teorico-universitaria, rimanga un’attività che sicuramente incorre in errori che, anzi, possono confermarsi e che solo a fatica potranno essere corretti in futuro. Ben lo sanno il mondo medico e giuridico che non consentono ai loro professionisti di operare senza una formazione teorico-pratica che preceda l’esercizio della professione.

2. Non nego l’utilità di lezioni a distanza per chi sia già formato, come avviene in corsi di aggiornamento e in master post-lauream. Ma alle lezioni di prima formazione che sono state svolte coi “corsi INDIRE” si sono collegati normalmente dai due ai tremila corsisti contemporaneamente. Mi è stato riferito che non pochi oscuravano le telecamere e quindi rimanevano formalmente connessi, ma fisicamente assenti.
Quanto ai laboratori e ai webinar online, mi chiedo con centinaia e migliaia di presenti come sia possibile effettuare attività formative che possano considerarsi veramente tali, ai fini di una formazione personalizzata.

3. Certo che i docenti possono avere la stessa professionalità sia che operino nei corsi TFA Universitari in presenza, sia che insegnino a distanza nei corsi INDIRE. Però io dubito fortemente dell’efficacia di tale professionalità sulla formazione di discenti in fase di prima formazione, se si svolge nelle modalità a distanza con migliaia di partecipanti, come sopra detto.
Ribadisco trattarsi di formazione iniziale che necessita di un contatto diretto con i docenti per acquisire la metodologia dell’apprendimento, che non è fatta solo di incameramento di nozioni, ma di riflessione, obiezioni, repliche, controrepliche, e quindi di lente assimilazioni da parte di ciascun discente in dialogo con il docente.

4. Purtroppo sul ruolo del “tirocinio indiretto” e dei lavoratori non concordo con la professoressa Nicolò. Ribadisco che, in sede di formazione iniziale, non è concepibile “svolgere una professione con successo” senza un minimo di formazione culturale e metodologica sul proprio lavoro. E sui laboratori, solo quelli con piccoli numeri possono veramente offrire una formazione personalizzata.

Conclusioni
Gentile Professoressa, lei e molti altri colleghi ritenete che i corsi INDIRE siano «nuova cultura» che «finalmente integra la cultura nella realtà professionale». Io continuo a ritenere che l’esperienza senza una previa e concomitante formazione culturale personalizzata non sia una vera formazione iniziale professionale.
Purtroppo debbo constatare che, io che ho vissuto lo spirito innovatore della contestazione culturale non violenta del ’68, di fronte a “questo nuovo che avanza”, mi sto riconoscendo essere divenuto un “vecchio conservatore” (anche in considerazione dei miei 88 anni), e continuo a ritenere validi quei valori che hanno dato origine all’integrazione e all’inclusione scolastica.
Ho visto incarnati tali valori nel “Documento Falcucci” del 1975 e nella normativa che ne è scaturita sino alla fine del secolo scorso, e sino ai princìpi incarnati nella Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, ratificata dall’Italia con la Legge 18/09. La normativa successiva, a partire dal Decreto Ministeriale 249 del 2010 e dal conseguente Decreto Ministeriale del 30 settembre 2011, che hanno ridotto ad un solo anno la specializzazione del sostegno, mi lascia perplesso; infatti, pur essendo stata scritta molto bene, vedo che in buona parte è rimasta ancora inattuata o lo è stata in modo lacunoso e impreciso.
A quanti mi dicono di non stare a perdere tempo in chiacchiere, mentre incombono problemi ben più gravi e urgenti, e mi consigliano con Dante di “non ti curar di lor ma guarda e passa”, rispondo di no, poiché la mia educazione liberale mi impone di dialogare in modo pacato e democratico con chi non la pensa come me. Ma ancor di più con don Milani io rispondo “I care”.
A me, come a tanti altri colleghi docenti di scuola e universitari, nonché al Collettivo dei Docenti di Sostegno Specializzati, interessa la qualità “dell’istruzione e del merito” di tutti i docenti, come pure degli assistenti per l’autonomia e la comunicazione, nonché dei collaboratori scolastici che si debbono occupare dell’inclusione di alunni e alunne con disabilità, purtroppo anch’essa oggi divenuta meno curata e forse seriamente a rischio.
Salvatore Nocera

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“HandiMap” e le barriere architettoniche: dalla vita vissuta un’idea diventa azione

Superando - 14 Gennaio 2026 - 5:17pm

Nata dall’esperienza personale di una giovane con disabilità, Manilla Castaldo, la piattaforma online “HandiMap”, pensata per mappare i punti non accessibili delle città, non nasce come soluzione tecnica, né come risposta definitiva, ma come tentativo di passare dalla narrazione alla responsabilità condivisa, trasformando l’esperienza individuale in un dato che possa entrare nel dibattito pubblico su autonomia, mobilità e accessibilità. Ne abbiamo parlato con la sua stessa creatrice Manilla Castaldo

Di iniziative nate per mappare la presenza delle barriere architettoniche ne esistono molte, tutte utili per consentire alle persone con disabilità, ma anche agli anziani e a chi deve spostarsi con bambini piccoli, di conoscere gli ostacoli e trovare percorsi accessibili. Il progetto che presentiamo oggi ha il valore aggiunto di avere preso l’input dall’esperienza personale di una giovane con disabilità, Manilla Castaldo, che ha riunito un team di collaboratori e ha dato vita a HandiMap, una piattaforma online pensata per mappare i punti non accessibili delle nostre città, rendendo le barriere visibili, localizzabili e consultabili.
Le barriere architettoniche esistono, sono diffuse, ma continuano a restare in gran parte inermi sul piano della visibilità collettiva. Se ne parla, si denunciano, si raccontano, ma raramente diventano uno strumento condiviso di lettura del territorio. HandiMap non nasce come soluzione tecnica, né come risposta definitiva, ma come tentativo di passare dalla narrazione alla responsabilità condivisa, trasformare l’esperienza individuale in un dato che possa entrare nel dibattito pubblico su autonomia, mobilità e accessibilità.
Abbiamo contattato Manilla e ci siamo fatti raccontare questa iniziativa che vuole costruire una società in cui la qualità della vita passa attraverso la condivisione di informazioni e la ricerca di soluzioni.

Manilla, in tre parole, cosa è HandiMap?
«HandiMap è una piattaforma che nasce per rendere visibili le barriere architettoniche e trasformare le esperienze quotidiane in informazioni utili e condivise. È uno strumento pensato per segnalare i punti non accessibili della città e costruire, attraverso la partecipazione delle persone, una mappa che aiuti a comprendere quanto l’accessibilità incida davvero sulla qualità della vita».

Nella presentazione si legge «dalla vita vissuta, un’idea diventa azione». Questo ci fa pensare che alla base dell’iniziativa vi sia la sua esperienza personale. Ce la può raccontare?
«Sì, alla base di HandiMap c’è la mia esperienza di vita personale. Vivendo quotidianamente una disabilità, mi trovo spesso a dover affrontare ostacoli e barriere architettoniche urbane. Parliamo di assenza di rampe, marciapiedi rotti, percorsi che iniziano con una rampa, ma terminano senza, ascensori inadatti o non funzionanti, bagni inaccessibili, parcheggi per persone con disabilità occupati da persone senza disabilità, strutture completamente non accessibili.
La situazione che più mi ha fatto riflettere, però, è il dover chiedere ogni volta, ancora prima di recarmi in un luogo, se sia accessibile in sedia a rotelle. Questo continuo dover “chiedere se è accessibile oppure no” per poter vivere uno spazio lo considero una forma di esclusione e una barriera architettonica grave, anche se non sempre visibile. Da qui è nata l’esigenza di creare uno strumento che rendesse queste difficoltà evidenti, condivise e finalmente riconosciute».

Come si accede alla piattaforma HandiMap?
«È possibile accedere collegandosi al sito handimap.it. Dopo una semplice registrazione gratuita, si può iniziare subito a segnalare le barriere architettoniche presenti sul territorio».

Quali sono le città attualmente mappate? Ve ne sono anche all’estero?
«Al momento HandiMap raccoglie segnalazioni in diverse città italiane. La mappa è in continua evoluzione, perché cresce grazie ai contributi delle persone. Attualmente non ci sono ancora segnalazioni all’estero, ma la piattaforma è pensata per poter essere utilizzata ovunque».

Qual è l’età media delle persone che segnalano le barriere architettoniche? Vi sono anche persone che non hanno disabilità?
«L’età è piuttosto trasversale. Ci sono giovani, adulti e persone più mature. Ed è importante sottolineare che non segnalano solo persone con disabilità, anzi, partecipano anche familiari, caregiver, cittadini sensibili al tema dell’accessibilità. Questo dimostra che l’accessibilità riguarda tutti. La piattaforma, infatti, è pensata per tutti e tutte, se è vero che le barriere architettoniche non riguardano esclusivamente chi vive una disabilità permanente, ma anche una mamma con un passeggino, una persona anziana con difficoltà motorie o chi attraversa una condizione temporanea che richiede l’uso di rampe, ascensori o percorsi accessibili. Questo conferma che l’accessibilità è una questione collettiva e riguarda l’intera società».

Come si entra nella community di HandiMap e quante persone ne fanno parte?
«La community nasce registrandosi alla piattaforma e seguendo i canali social ufficiali di HandiMap. È inoltre possibile entrare nel canale WhatsApp, che serve a condividere aggiornamenti e creare dialogo. In esso raccogliamo storie, segnalazioni e testimonianze legate ai percorsi quotidiani, anche in forma anonima. Ogni settimana una di queste viene condivisa sui social, per dare maggiore visibilità alle esperienze raccontate.
È però fondamentale che le barriere vengano anche segnalate sulla piattaforma, perché solo così il racconto può trasformarsi in un cambiamento concreto».

Nella piattaforma è presente l’opzione Esplora le soluzioni. Cosa prevede nello specifico?
«Esplora le soluzioni è uno spazio pensato per non fermarsi alla segnalazione del problema. Ogni segnalazione può essere letta e valutata attraverso tre azioni: conferma, contesta e risolto. Con “conferma”, l’utente dà veridicità a una segnalazione già presente, contribuendo a farla emergere maggiormente. Con “contesta”, segnala che quella segnalazione non è corretta o non è più attuale. Il tasto “risolto” viene utilizzato quando una barriera segnalata è stata effettivamente eliminata, permettendo di etichettarla come una barriera abbattuta. In questo modo la piattaforma non si limita a raccogliere segnalazioni, ma favorisce un monitoraggio partecipato e aggiornato nel tempo».

Quali sono le principali barriere segnalate (buche, gradini, porte troppo strette eccetera)?
«Le segnalazioni riguardano soprattutto gradini, marciapiedi dissestati, assenza di rampe, ingressi non accessibili e percorsi interrotti. Si tratta spesso di ostacoli “banali” solo in apparenza, ma che nella vita quotidiana fanno una grande differenza».

In base alle informazioni che avete raccolto finora, come giudica l’accessibilità delle città italiane?
«L’accessibilità è ancora molto disomogenea. Ci sono realtà più attente e altre in cui le barriere sono diffuse e sistemiche. In generale, emerge la necessità di una maggiore consapevolezza e di una progettazione urbana che tenga davvero conto di tutte le persone, senza discriminazione».

Sono state avviate collaborazioni con Amministrazioni Pubbliche e Associazioni di categoria? E se sì, cosa prevedono queste partnership?
«Sono in corso contatti e dialoghi con realtà associative interessate al progetto. L’obiettivo delle collaborazioni è condividere dati, esperienze e strumenti utili per migliorare l’accessibilità e stimolare interventi concreti sul territorio. Speriamo che queste collaborazioni vadano in porto, perché solo restando uniti possiamo avere un cambiamento concreto».

Cosa vede nel futuro di HandiMap? E per quanto riguarda la mobilità delle persone con disabilità, pensa stia migliorando la sensibilità degli italiani?
«Vedo HandiMap come uno strumento sempre più partecipato, capace di crescere insieme alle persone che lo utilizzano.
Per quanto riguarda la sensibilità, credo stia aumentando, ma spesso resta teorica. Progetti come HandiMap cercano proprio di trasformare la sensibilità in azione concreta, perché solo così il cambiamento può diventare reale».

Ricordiamo ancora come accedere alla piattaforma HandiMap (tramite questo link), nonché le relative pagine Facebook e Instagram.

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Nota 353 del 14 gennaio 2026 - Cessazione dal servizio personale docente e tecnico-amministrativo AFAM

Ultime dal MIUR - 14 Gennaio 2026 - 2:32pm

Nota 353 del 14 gennaio 2026 - Cessazione dal servizio personale docente e tecnico-amministrativo AFAM

Categorie - News Normativa

La tedofora Maria Luisa e lo sport come parte essenziale del Progetto di Vita delle persone con disabilità

Superando - 14 Gennaio 2026 - 1:53pm

Il 17 gennaio prossimo a Iseo (Brescia) la storia di Maria Luisa Garatti diventerà simbolo nazionale di resilienza, rinascita e diritto alla partecipazione. Atleta paralimpica, avvocata e persona con sclerosi multipla, Garatti – che in questi anni ha completato ben 18 maratone e conquistato titoli paralimpici – porterà infatti la Fiamma delle Olimpiadi e Paralimpiadi di di Milano-Cortina, trasformando la propria esperienza personale in un messaggio universale di speranza Maria Luisa Garatti alla Maratona di Londra

Il 17 gennaio prossimo a Iseo (Brescia) ed esattamente alle ore 16.23, nel percorso della Fiamma Olimpica verso Milano‑Cortina 2026, la storia di Maria Luisa Garatti diventerà simbolo nazionale di resilienza, rinascita e diritto alla partecipazione. Atleta paralimpica, avvocata e persona con sclerosi multipla, Garatti porterà infatti la Fiamma Olimpica, trasformando la sua esperienza personale in un messaggio universale di speranza.

Era il 17 maggio 2006, giorno del suo compleanno, quando Maria Luisa ricevette la diagnosi di sclerosi multipla. Una data che avrebbe potuto segnare una rinuncia definitiva. Per anni lo sport è rimasto fuori dalla sua vita, mentre la convivenza con la malattia occupava ogni spazio. Poi la svolta: la scoperta della corsa. «Da quel momento ho iniziato davvero a vivere e a combattere la sclerosi multipla. Ho scelto di non lasciare che fosse la malattia a vincere», racconta.
Da allora, 18 maratone completate, titoli paralimpici conquistati e lo sport diventato un alleato fondamentale, accanto alle cure, nel suo percorso di vita.

Ma la corsa di Maria Luisa non si ferma ai tracciati sportivi. Come avvocata, ogni giorno combatte per i diritti degli atleti/atlete paralimpici, promuovendo equità e inclusione nello sport con la stessa determinazione che mette in ogni chilometro percorso. «Lo sport è uno spazio reale di equità, inclusione e rinascita» – afferma con forza -. Ogni ostacolo è un’occasione per trasformare il limite in possibilità. Portare la fiaccola olimpica significa rappresentare tutte le persone che ogni giorno combattono in silenzio ma non smettono mai di credere».
«La fiaccola olimpica – sottolinea ancora – rappresenta esattamente ciò che cerco di trasmettere ogni giorno con la mia vita: luce, speranza, resilienza. Sarà il simbolo di un cammino condiviso, quello di chi non si arrende e continua a correre anche quando la strada si fa in salita».
Per questo, dunque, quando in occasione del Festival di Sanremo 2025 venne annunciata la possibilità di candidarsi come tedofori olimpici, Maria Luisa non ha esitato un attimo. Ha presentato la sua candidatura attraverso entrambi i canali disponibili – il sito ufficiale di Milano-Cortina 2026 e il portale di Coca-Cola – con la convinzione di chi sa che i sogni si costruiscono anche con gesti concreti. Non ha atteso passivamente: ha scelto di mettersi in gioco, ancora una volta.
Atleta, avvocata e scrittrice, Maria Luisa incarna i valori olimpici nella loro essenza più profonda, dimostrando che la fragilità può trasformarsi in forza e che ogni limite può diventare un punto di partenza.

«Il passaggio della Fiamma Olimpica a Iseo – sottolinea Francesco Vacca, presidente nazionale dell’AISM (Associazione Italiana Sclerosi Multipla) – non sarà solo un grande evento sportivo, ma un messaggio potente di inclusione che risuonerà ben oltre i confini della città coinvolta. La storia di Maria Luisa Garatti, infatti, dimostra come lo sport possa diventare parte essenziale del Progetto di Vita di una persona con sclerosi multipla e, più in generale, di qualsiasi persona con disabilità. Il suo impegno e la sua presenza nel percorso della Fiamma Olimpica affermano il diritto allo sport come diritto di cittadinanza, che permette di scegliere, partecipare e vivere pienamente». (B.E. e S.B.)

Per ogni ulteriore informazione e approfondimento: Ufficio Stampa e Comunicazione AISM (Barbara Erba), barbaraerba@gmail.com.
Gli altri testi di Superando dedicati ad altrettanti tedofori con disabilità di Milano/Cortina sono: Dal powerchair hockey un tedoforo per Milano-Cortina 2026 di Autori vari (a questo link); Anche Marta Russo, giovane donna con disabilità, tra i 10.001 tedofori della Fiamma Olimpica (a questo link); Dal Braille alla fiamma olimpica, un impegno per rendere i diritti visivi parte della cultura del Paese (a questo link).

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Personale Docente – Decreto revoca immissione in ruolo – PUGLIESE Eleonora

Ultime da A.T.P. Catanzaro - 14 Gennaio 2026 - 1:31pm

m_pi.AOOUSPCZ.REGISTRO UFFICIALE(U).0000340.14-01-2026 Allegati m_pi.AOOUSPCZ.REGISTRO UFFICIALE(U).0000340.14-01-2026 (230 kB)

Violenza sulle donne: la disabilità nel nuovo rapporto dell’ISTAT con i primi dati del 2025

Superando - 14 Gennaio 2026 - 1:17pm

L’ISTAT ha pubblicato i primi dati del 2025 della sua terza indagine sulla violenza contro le donne. Rispetto alla disabilità, pur notando un accenno di interesse per la questione, bisogna purtroppo constatare che le informazioni fornite non costituiscono una base adeguata a predisporre un piano di risposte calibrate sulle specifiche caratteristiche ed esigenze delle donne con disabilità. La modalità di raccolta dei dati, anzi, appare discriminatoria, soprattutto perché non supera affatto il modello medico di disabilità Opera dell’illustratrice indonesiana Kathrin Honesta

Reso pubblico il 21 novembre scorso, il rapporto di ricerca dell’ISTAT denominato La violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia contiene i primi risultati del 2025 dell’indagine sulla violenza contro le donne denominata Sicurezza delle donne (a questo link sono disponibili una sintesi dei principali risultati, il Testo integrale e nota metodologica, le Tavole e un’ulteriore Nota metodologica).
Si tratta della terza indagine realizzata dall’ISTAT interamente ed esplicitamente dedicata alla violenza sulle donne: la prima è stata condotta nel 2006 (La violenza e i maltrattamenti contro le donne dentro e fuori la famiglia – Anno 2006), la seconda nel 2014 (La violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia. Anno 2014). Considerando che esiste una consolidata letteratura riguardo al fatto che le donne con disabilità sono esposte alla violenza di genere più delle altre donne ed anche a forme peculiari di violenza legate alla disabilità (1), e ritenendo fondamentale poter disporre di dati disaggregati anche per la disabilità della vittima (2), abbiamo esaminato il testo del rapporto per verificare se e come il tema della disabilità fosse stato considerato.
Prima di procedere, riportiamo qualche dato di carattere generale. «In base alle stime preliminari desunte dalla rilevazione in corso, nel 2025 sono circa 6 milioni e 400.000 (il 31,9%) le donne italiane dai 16 ai 75 anni di età che hanno subìto almeno una violenza fisica o sessuale nel corso della vita (a partire dai 16 anni di età). Il 18,8% ha subìto violenze fisiche e il 23,4% violenze sessuali; tra queste ultime, a subire stupri o tentati stupri sono il 5,7% delle donne», scrive l’ISTAT in un focus in cui riprende i dati dell’ultimo rapporto.

La disabilità nel testo del rapporto con i dati del 2025
All’interno del testo del rapporto, dunque, i riferimenti in tema di disabilità sono principalmente sintetizzati nel paragrafo intitolato Le donne con problemi di salute hanno subito più violenze. Vi si legge (grassetti nostri nelle citazioni seguenti): «Le donne che hanno dei problemi fisici (riferiscono di stare male o molto male, hanno limitazioni dell’autonomia personale o hanno malattie croniche) sono pari a 6 milioni e 500.000 (il 32,5% delle donne di 16-70 anni). Il 36,1% dichiara di avere subito violenze fisiche o sessuali (circa 2milioni 350mila), con una percentuale più elevata rispetto al valore medio (31,9%). La violenza fisica o sessuale è più frequente tra chi dichiara di sentirsi male o molto male (38,8%, 332.783), chi è affetto da malattie croniche (37,1%, 2.109.160) e chi ha limitazioni gravi (39,4%, 230.074). Considerando invece le violenze subite negli ultimi cinque anni, è minore la prevalenza delle donne che hanno problemi di salute e subiscono violenza (9,5%, 540.560 donne, rispetto all’11% del dato medio). Sono circa 60.000 le vittime in cattiva salute, circa 39.000 hanno limitazioni gravi e circa 479.000 segnalano malattie croniche» (pagina 10).
Altri due riferimenti alla disabilità sono contenuti nella trattazione della violenza psicologica. Nel primo è specificato che essa «si verifica in percentuali maggiori per le donne tra i 35 e 54 anni (4,2% tra i 35-44 anni e 4,0% 45-54 anni), per le donne in cerca di occupazione (5,5%) e le casalinghe (4,3%), per le donne che non si considerano indipendenti dal punto di vista economico (4,6%), e per quelle che hanno problemi di salute (8,3%) o hanno malattie croniche o limitazioni nel condurre le attività quotidiane. Al contrario, la subiscono di meno le donne laureate» (pagina 12).
Il secondo riferimento riguarda le disabilità acquisite in seguito alla violenza e si trova nel glossario, e nello specifico, appunto, nella definizione della “violenza psicologica”. Nella voce in questione, tra le altre cose, sono segnalati i diversi reati disciplinati dalla legislazione italiana che fanno riferimento a questa forma di violenza, e tra questi è indicato anche «lo stato d’incapacità procurato mediante violenza» (pagina 15).
Segnaliamo, infine, che nella nota metodologica contenuta nel testo del rapporto è specificato che «L’indagine per le donne italiane è stata condotta da marzo a luglio del 2025 tramite tecnica di rilevazione CATI (intervista telefonica con ausilio del computer) e ha riguardato circa 17.500 donne dai 16 a 75 anni» (pagina 16). Abbiamo riportato questa informazione perché è plausibile ritenere che questa tecnica di rilevazione possa avere penalizzato la partecipazione all’indagine delle donne che hanno difficoltà ad usare il telefono (ad esempio: le donne sorde e le donne con afasia).

La disabilità nelle tavole con i dati del 2025
Alcune delle tavole pubblicate contengono dei dati sulle caratteristiche delle vittime. Possiamo notare che nella Tavola 3, nella Tavola 7 e nella Tavola 8 sono presenti tre indicatori relativi a variabili che l’ISTAT, nel testo del rapporto, ha trattato come afferenti alla medesima area semantica, includendo nel gruppo Donne con problemi di salute soggetti con situazioni molto diverse.
I tre indicatori sono quelli relativi alla Salute autopercepita (che comprende le seguenti opzioni di risposta: “Bene o molto bene”, “Né bene né male”, “Male o molto male”, “Rifiuta/non risponde”); alle Malattie croniche o problemi di salute di lunga durata (che comprende le seguenti opzioni di risposta: “Sì”, “No”, “Rifiuta/non risponde”); e alle Limitazioni, che durano da almeno 6 mesi, nelle attività (comprendente le seguenti opzioni di risposta: “Limitazioni gravi”, “Limitazioni non gravi”, “Nessuna limitazione”, “Rifiuta/non risponde”). Ciò mette in luce una certa difficoltà dell’Istituto Nazionale di Statistica ad emanciparsi dal cosiddetto “modello medico di disabilità”, sebbene questo sia stato ormai superato dall’inizio del nuovo millennio (3). Infatti, se assumiamo che le donne con disabilità sono quelle che incontrano barriere che ne ostacolano la piena ed effettiva partecipazione alla società su base di uguaglianza con le altre persone (4), possiamo ritenere che gli unici dati che in qualche modo cercano di individuare queste donne, sia pure facendo riferimento a un modello sorpassato (5), siano quelli relativi al terzo indicatore. Affermiamo ciò perché riteniamo che sarebbe arbitrario includere tra le donne con disabilità anche le donne che dichiarano di sentirsi “male o molto male” (6), o quelle con “malattie croniche o problemi di salute di lunga durata” (7).
Vediamo dunque i dati inerenti alle donne con “Limitazioni, che durano da almeno 6 mesi, nelle attività” contenuti nelle tavole in questione.
La Tavola 3 riporta i valori percentuali relativi alle donne italiane dai 16 ai 70 anni che hanno subìto violenza fisica o sessuale da un partner attuale o ex, o da un non partner negli ultimi 5 anni. I dati sono quelli rilevati nell’anno 2025. Tra le donne con limitazioni gravi il 4,6% hanno subìto violenza fisica o sessuale da un partner o un ex partner (mentre il 3,7% è la percentuale delle donne con limitazioni non gravi e il 3,9% quella delle donne senza nessuna limitazione).
Entrando nel dettaglio, il 3,9% delle donne con limitazioni gravi ha subìto violenza fisica o sessuale dal partner attuale (contro il 2,4% delle donne con limitazioni non gravi e l’1,4% delle donne senza limitazioni); il 3,4% delle donne con limitazioni gravi ha subìto violenza fisica o sessuale da un ex partner (contro il 3,6% delle donne con limitazioni non gravi e il 4,7% delle donne senza limitazioni); il 3,8% delle donne con limitazioni gravi ha subìto violenza fisica o sessuale da un non partner (contro il 7,1% delle donne con limitazioni non gravi e il 9,1% delle donne senza limitazioni).
La Tabella scompone i dati anche per le singole tipologie di violenza considerate, ossia per la sola violenza fisica e la sola violenza sessuale (ma in questo spazio, per ragioni di sintesi, non entriamo in questo livello di dettaglio).
La Tavola 7 contiene una comparazione tra i valori percentuali delle donne dai 16 ai 70 anni che hanno subìto violenza psicologica rilevati nel 2014 e quelli rilevati nel 2025.
Nel 2014 le donne con limitazioni gravi che avevano dichiarato di avere subìto violenza psicologica erano state il 12,7% (contro il 9,7% delle donne con limitazioni non gravi e il 7,1% delle donne senza limitazioni), nel 2025 la percentuale è scesa al 7,5% (contro il 6,1% delle donne con limitazioni non gravi e il 3% delle donne senza limitazioni).
Infine, la Tavola 8 contiene una comparazione tra i valori percentuali delle donne dai 16 ai 70 anni che hanno subìto violenza economica da un partner attuale o da un ex partner rilevati nel 2014 e quelli rilevati nel 2025.
Nel 2014 le donne con limitazioni gravi che hanno dichiarato di avere subìto violenza economica dal partner attuale erano state il 7,6% (contro il 4% delle donne con limitazioni non gravi e il 2% delle donne senza limitazioni), nel 2025 la percentuale è scesa al 6% (contro il 2,1% delle donne con limitazioni non gravi e lo 0,7% delle donne senza limitazioni).
Nel 2014 le donne con limitazioni gravi che avevano dichiarato di avere subìto violenza economica da un ex partner erano state il 28,9% (contro il 14,4% delle donne con limitazioni non gravi e l’11,2% delle donne senza limitazioni), e anche per questo tipo di violenza nel 2025, per le donne con limitazioni gravi, si regista un decremento dei valori: infatti, la percentuale è scesa al 19,7% (contro il 15,8% delle donne con limitazioni non gravi e il 9,1% delle donne senza limitazioni).

Considerazioni conclusive
Uno dei principali motivi per cui nel nostro Paese non riusciamo a descrivere in maniera puntuale il fenomeno della violenza nei confronti delle donne con disabilità è la mancanza di dati disaggregati per la disabilità della vittima. Deve essere ben chiaro che quest’ultima richiesta non è fine a se stessa, ma è funzionale a predisporre un piano di risposte adeguato alle specifiche caratteristiche ed esigenze di queste donne. Un piano che, come per tutte le altre donne, riguardi la prevenzione della violenza, la protezione delle vittime, la punizione dei colpevoli (e dunque l’accesso alla giustizia) e la definizione di politiche coordinate. Purtroppo, pur notando un accenno di interesse da parte dell’ISTAT per la questione, constatiamo come le informazioni fornite riguardo alle donne con disabilità non costituiscano una base adeguata a predisporre il menzionato piano di risposte. Riteniamo infatti che tale modalità di raccolta dei dati sia fortemente discriminatoria perché oltre a non consentire di descrivere maniera puntuale il fenomeno della violenza nei confronti delle donne con disabilità, non è funzionale ad individuare le barriere che impediscono loro di accedere alle misure antiviolenza in condizione di uguaglianza con le altre donne, e che la discriminazione scaturisca principalmente dal non avere superato il modello medico di disabilità.

*Responsabile di Informare un’h – Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli di Peccioli (Pisa) nel cui sito il presente approfondimento è già apparso. Viene qui ripreso, con minimi riadattamenti al diverso contenitore, insieme all’immagine utilizzata, per gentile concessione.

Note:
(1) A tal proposito segnaliamo che il Forum Europeo sulla Disabilità (EDF) ha evidenziato innumerevoli volte che le donne con disabilità sono «esposte in modo sproporzionato a violenza, discriminazione ed esclusione, hanno da due a cinque volte più probabilità di subire violenza rispetto alle donne senza disabilità e corrono rischi aggiuntivi di sterilizzazione forzata, istituzionalizzazione, isolamento sociale e ostacoli alla giustizia» (Violenza di genere, per il Forum Europeo sulla Disabilità nessuna donna o ragazza con disabilità deve essere lasciata indietro, in «Informare un’h», 25 novembre 2025). I seguenti dati, contenuti nell’indagine ISTAT La violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia. Anno 2014, hanno confermato che anche in Italia le donne con disabilità sono esposte a tutte le forme di violenza di genere più delle altre donne: il 31,5% delle donne senza limitazioni ha subìto una qualche forma di violenza fisica o sessuale nel corso della propria vita, mentre la percentuale sale al 36,6% per le donne con disabilità; il rischio di subire stupri o tentati stupri è doppio per le donne con disabilità (10%) rispetto a quelle senza limitazioni (4,7%); il 31,4% delle donne con gravi limitazioni ha subìto violenza psicologica dal partner attuale, mentre per le altre donne la percentuale è del 25%; infine, anche rispetto allo stalking, prima o dopo la separazione, si registra una sensibile differenza tra le donne che lo hanno subìto: 21,6% per le donne con gravi limitazioni e 14,3% per le donne senza limitazioni.

(2) Il GREVIO, l’organo indipendente preposto a monitorare l’attuazione della Convenzione di Istanbul (Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e alla violenza domestica) nei Paesi che l’hanno ratificata (tra cui l’Italia, con la Legge 77/13), nel Rapporto di valutazione di base sulla situazione italiana (pubblicato nel 2020) ha incoraggiato vivamente le nostre autorità, tra le altre cose, a sostenere la ricerca e ad aggiungere indicatori specifici nella raccolta dei dati relativi alla violenza contro le donne che si riferiscano a donne e ragazze che sono o potrebbero essere esposte alla discriminazione intersezionale (punto 27, se ne legga a questo link). Purtroppo l’ultimo Rapporto di valutazione del GREVIO sull’Italia (pubblicato il 2 dicembre 2025) è meno incisivo su questo specifico aspetto (se ne legga a questo link). Tuttavia, diversi “Rapporti Ombra” inviati al GREVIO dal FID (Forum Italiano sulla Disabilità) hanno rimarcato la fondamentale esigenza che vengano raccolti dati disaggregati per la disabilità della vittima (a questo link è disponibile una nota sul “Rapporto Ombra” del 2023, mentre a quest’altro link vi è una nota su quello del 2024). Infine, ricordiamo che, malauguratamente, la Legge 53/22 (Disposizioni in materia statistica sulla violenza di genere) non prevede esplicitamente che i dati vengano disaggregati per la disabilità della vittima.
(3) Il superamento del cosiddetto “modello medico di disabilità” è stato sancito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità con la pubblicazione, nel 2001, della Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute (ICF), e ha assunto una veste giuridica qualche anno più tardi, nel 2006, con l’approvazione da parte delle Nazioni Unite della Convenzione sui Diritti delle Persone con Disabilità (ratificata dall’Italia con la Legge 18/09). Anche la riforma delineata dalla Legge Delega 227/21 in materia di disabilità e il più impattante dei suoi Decreti Attuativi, il Decreto Legislativo 62/24, sono stati elaborati nel rispetto dei princìpi contenuti nella citata Convenzione ONU.
(4) In recepimento della definizione di “persone con disabilità” contenuta nell’articolo 1 (Scopo), comma 2, della citata Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità.
(5) Quando ci si occupa di disabilità l’accento non va posto sui problemi di salute o sui problemi fisici, ma sulle barriere alla partecipazione alla vita sociale incontrate dalle persone disabili e sui sostegni necessari a superarle.
(6) A titolo esemplificativo possiamo convenire che, dovendo rispondere ad una domanda sulla salute percepita, una persona che stia elaborando un lutto recente, o affrontando una separazione non consensuale o la perdita del lavoro, possa tranquillamente dichiarare di sentirsi “male o molto male”, ma inquadrare tale situazione nell’area della disabilità sarebbe improprio e fuorviante.
(7) Ci sono malattie croniche o problemi di salute di lunga durata che, se adeguatamente trattati (anche farmacologicamente), incidono in modo contenuto sulla qualità di vita delle persone che ne sono interessate, o comunque non in modo tale da interferire significativamente con la partecipazione alla vita nella società.

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Claudia Frizzarin, amica e attivista per i diritti: un ricordo personale

Superando - 14 Gennaio 2026 - 12:24pm

«Claudia Frizzarin – scrive Filippo Visentin – continua a parlarci attraverso le battaglie che ha aperto, le persone che ha coinvolto, la libertà che ha incarnato. Ricordarla significa non addolcire il suo messaggio, ma portarlo avanti: continuare a chiedere città accessibili, diritti esigibili, vite pienamente degne. Non c’è stato il tempo per quell’intervista in Superando che avevamo pensato di realizzare, ma c’è ancora il tempo – e il dovere – di portare avanti il suo sguardo libero e il suo ostinato desiderio di giustizia» Claudia Frizzarin (1986-2026)

Il 10 gennaio scorso a Padova ci ha lasciati Claudia Frizzarin [se ne legga già sulle nostre pagine, N.d.R.], attivista instancabile per i diritti delle persone con disabilità e amica preziosa per molti e molte di noi a Padova ma non solo. La sua scomparsa rappresenta una perdita profonda per la nostra città e per quel tessuto di relazioni, battaglie e sogni che Claudia ha saputo intrecciare con coraggio e forza.
Con Claudia più volte avevamo pensato di realizzare un’intervista per Superando. Avremmo voluto raccontare la sua esperienza, dare spazio alle sue battaglie, far conoscere il lavoro dell’Associazione MIL (Muoversi in Libertà), da lei fondata e animata con passione e competenza. Purtroppo il tempo non ce l’ha permesso. Resta oggi il rammarico, ma anche la responsabilità di raccogliere e custodire il senso del suo impegno.

Ho avuto due volte l’occasione di suonare per una raccolta fondi a sostegno della sua Associazione. Ogni volta che si presentava un’opportunità legata alla musica, Claudia era pronta a chiamarmi, a coinvolgermi, a immaginare connessioni. Per lei la musica, come l’attivismo, era uno spazio di incontro, di condivisione, di possibilità. Nulla era mai fine a se stesso: tutto poteva diventare occasione per costruire qualcosa insieme.
La grande battaglia di Claudia è stata quella contro le barriere architettoniche. Ma sarebbe riduttivo fermarsi a questa definizione. Claudia era, prima di tutto, una persona libera. Voleva muoversi, viaggiare, progettare, fare cultura. Rivendicava il diritto a una città che non costringesse a chiedere permesso, che non imponesse limiti arbitrari ai corpi e alle vite. A Padova, soprattutto nel quartiere Arcella, in molti la ricordano sfrecciare con la sua carrozzina elettrica: una presenza riconoscibile, determinata, impossibile da ignorare.

Negli ultimi tempi Claudia aveva scelto di mettere a frutto anche competenze professionali specifiche, diventando disability manager, nella convinzione che l’impegno politico dovesse accompagnarsi a strumenti concreti capaci di incidere sulle politiche pubbliche e sull’organizzazione dei servizi. In questa stessa direzione si era anche adoperata per attivare sportelli di consulenza psicologica, con una particolare attenzione alla dimensione affettiva e relazionale, spesso trascurata quando si parla di disabilità.
Le barriere architettoniche, per Claudia, non erano solo un problema tecnico, ma il simbolo di un’esclusione più profonda. Per questo il suo impegno si è esteso anche al diritto alla vita indipendente, alla casa, alla possibilità di vivere pienamente la propria affettività, la sessualità, l’amore. Temi ancora scomodi, spesso rimossi, che Claudia affrontava con lucida convinzione, senza mai arretrare.
Era inoltre profondamente legata al mondo della disabilità visiva e ha collaborato con molte e molti di noi, condividendo battaglie, percorsi e visioni. Questo legame si è espresso in modo particolarmente significativo nell’organizzazione del Disability Pride Veneto, dove Claudia aveva saputo coinvolgere non solo le Associazioni e l’Amministrazione Comunale, ma anche l’Università di Padova, contribuendo a costruire un’alleanza ampia e partecipata attorno al dibattito sui diritti delle persone con disabilità.

Chi l’ha conosciuta ricorda il suo sorriso, la sua ironia pungente, le battute capaci di smascherare ipocrisie e pietismi. Claudia sapeva essere dura quando necessario, ma non perdeva mai l’umanità. La sua forza stava proprio in questo equilibrio: tenere insieme la rabbia giusta e la leggerezza, la competenza e la relazione, la denuncia e il desiderio di cambiamento.
Oggi Padova è una città un po’ più povera. Ma Claudia Frizzarin continua a parlarci attraverso le battaglie che ha aperto, le persone che ha coinvolto, la libertà che ha incarnato. Ricordarla significa non addolcire il suo messaggio, ma portarlo avanti: continuare a chiedere città accessibili, diritti esigibili, vite pienamente degne.
Forse non c’è stato il tempo per quell’intervista. Ma c’è ancora il tempo – e il dovere – di portare avanti il suo sguardo libero e il suo ostinato desiderio di giustizia.

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Personale ATA: Interpello per la copertura di posto di D.S.G.A vacante e disponibile c/o IC San Lucido- a.s. 2025-2026

Ultime da A. T. P. Cosenza - 14 Gennaio 2026 - 11:24am

Ministero dell’Istruzione Ufficio Scolastico Regionale per la Calabria – Direzione Generale Ufficio V – Ambito Territoriale di Cosenza Via Romualdo Montagna, 13 – 87100 Cosenza e-mail: usp.cs@istruzione.it – Posta ...

IC CS V D. MILANI-DE MATERA – INTERPELLO PER SUPPLENZA BREVE-ADEE-SOSTEGNO-SC.-PRIMARIA-PSICOFISICO-EH

Ultime da A. T. P. Cosenza - 14 Gennaio 2026 - 11:19am

Ministero dell’Istruzione Ufficio Scolastico Regionale per la Calabria – Direzione Generale Ufficio V – Ambito Territoriale di Cosenza Via Romualdo Montagna, 13 – 87100 Cosenza e-mail: usp.cs@istruzione.it – Posta ...

Il sistema dell’accessibilità: filiere della vitalità e del benessere

Superando - 13 Gennaio 2026 - 6:44pm

Si intitola “Il sistema dell’accessibilità: filiere della vitalità e del benessere”, è interamente dedicato all’edizione 2024 del premio “Città accessibili a tutti”, promosso dall’INU (Istituto Nazionale di Urbanistica) ed è liberamente scaricabile dal web, un numero speciale di «Urbanistica Informazioni», testata dell’INU stessa

Sin dagli inizi ci occupiamo del premio Città accessibili a tutti, iniziativa promossa dall’INU (Istituto Nazionale di Urbanistica), basata sull’idea di andare oltre la logica del singolo intervento di miglioramento dell’accessibilità, per riuscire ad avviare processi integrati in grado di eliminare barriere fisiche, percettive, sensoriali, intellettive, sociali, economiche e culturali che limitano l’accesso delle persone al funzionamento urbano.

Una bella opportunità per approfondirne i temi è data ora dal numero speciale di «Urbanistica Informazioni», intitolato Il sistema dell’accessibilità: filiere della vitalità e del benessere, interamente dedicato all’edizione 2024 del premio e liberamente scaricabile nel web (a questo link). Così lo presenta, qui di seguito, il curatore Iginio Rossi, coordinatore della Community INU Città accessibili a tutti.
«I lavori partecipanti all’edizione 2024 del Premio Città accessibili a tutti, pur nell’ovvia parzialità, consentono di avviare un’interpretazione dei temi che emergono dall’attenzione che le università italiane riservano al più generale ambito dell’accessibilità universale. Le riflessioni, proposte da vari punti di vista espressi dagli autori in questo numero speciale di “Urbanistica Informazioni”, non pretendono di “fotografare” gli indirizzi, le scelte, gli approcci e altri orientamenti che scaturiscono dal “mondo” della formazione per altro frammentato nelle diverse discipline, nei caratteri dei territori e nelle politiche di ateneo che operando in una dimensione priva di riferimenti nazionali si “muovono” disordinatamente e seguendo percorsi altalenanti solo grazie all’impegno appassionato di docenti, ricercatori e studenti.
Nell’impostazione dello speciale, dopo l’apertura del corposo saggio di Antonio Lauria, La mia idea di accessibilità, viene proposto un ordine tematico ai 35 lavori pervenuti alla 5^ edizione del Premio, lavori “generati” nell’ovvia autonomia che contraddistingue le tesi di laurea e le ricerche e studi, mantenendo però la continuità con le impostazioni delle edizioni precedenti. Così nella pubblicazione sono stati inseriti quei raggruppamenti che richiamando alcune identità proprie e vicine all’urbanistica consentono di tracciare le caratterizzazioni territoriali in cui gli àmbiti del concorso si muovono: economia e turismo; patrimonio culturale; rigenerazione urbana; benessere e cura; nuove tecnologie; territorio e paesaggio; relazioni nell’inclusione». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: iginio.rossi49@gmail.com.

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Concorso per titoli ed esami per l’accesso ai ruoli del personale docente della scuola dell’infanzia e primaria su posto comune e di sostegno, ai sensi del D.M. 26 ottobre 2023, n. 206 – D.D.G. 09 ottobre 2025, n. 2938 – DECRETO DI NOMINA COMMISSIONI...

Ultime da USR Calabria - 13 Gennaio 2026 - 5:55pm

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Concorso per titoli ed esami per l’accesso ai ruoli del personale docente della scuola dell’infanzia e primaria su posto comune e di sostegno, ai sensi del D.M. 26 ottobre 2023, n. 206 – D.D.G. 09 ottobre 2025, n. 2938 – DECRETO DI NOMINA COMMISSIONE...

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